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angelo76
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martedì 11 marzo 2025
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grandissimo film
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un piccolo gioiello di umanità contorte
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kosir
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mercoledì 29 gennaio 2025
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sovrastimato
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Il film affronta, ovviamente, temi profondamente disturbanti: la banalità del male, la disumanizzazione infinita, l'assurda normalità di dinamiche aberranti. La scelta di una narrazione asettica, quasi clinica, risulta efficace nel mettere in luce questi aspetti. Tuttavia, lo stile della scrittura, seppur funzionale allo scopo di rappresentare l'orrore in modo distaccato, rende la visione faticosa e rischia di allontanare lo spettatore. Pur riconoscendo il pregio di affrontare queste tematiche in modo diverso, soprattutto per interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive che hanno portato all'Olocausto, si fatica a rimanere coinvolti fino alla fine.
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Il film affronta, ovviamente, temi profondamente disturbanti: la banalità del male, la disumanizzazione infinita, l'assurda normalità di dinamiche aberranti. La scelta di una narrazione asettica, quasi clinica, risulta efficace nel mettere in luce questi aspetti. Tuttavia, lo stile della scrittura, seppur funzionale allo scopo di rappresentare l'orrore in modo distaccato, rende la visione faticosa e rischia di allontanare lo spettatore. Pur riconoscendo il pregio di affrontare queste tematiche in modo diverso, soprattutto per interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive che hanno portato all'Olocausto, si fatica a rimanere coinvolti fino alla fine. Non è una questione di "schiaffi" necessari per comprendere il dramma, ma di un coinvolgimento emotivo che fatica a nascere. È solo un parere personale.
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(di marco medelin)
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jean
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venerdì 10 gennaio 2025
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tra la banalit? ? il male.
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Polonia, anni quaranta. Rudolf Höss e la sua famiglia vivono nella quotidianità all'interno della cosiddetta "zona di interesse", in un area vicino al campo di concentramento di Auschwitz.
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Polonia, anni quaranta. Rudolf Höss e la sua famiglia vivono nella quotidianità all'interno della cosiddetta "zona di interesse", in un area vicino al campo di concentramento di Auschwitz. La moglie Hedwig (Sandra Hüller) cura il giardino, mentre il marito Höss (interpretato da Christian Friedel) è il comandante del campo di concentramento.
La famiglia trascorre le loro giornate tranquille in piscina o andando a pescare, sembrerebbe lo spaccato di una vita e di una routine comune, ma a pochi passi, oltre il muro, si consuma l'orrore….
La Zona di Interesse (2023) di Jonathan Glazer, vincitore del premio Oscar 2024 come migliore pellicola straniera, ha dato risalto a tutta la sua creatività e il suo estro.
Questa pellicola é un misto tra capolavoro e tecnica con stili differenti, é non comuni, iniziando dal sonoro ché potrebbe già da qui spiazzare lo spettatore, dove é più abituato vedere un film, piuttosto che ascoltarlo, il regista non voleva far vedere, ma sentire gli "orrori“.
Altro tema è stato l’uso della termocamera,(inusuale da vedere in un film) tanto da farci scorgere il lavoro notturno della bambina da un altra prospettiva, dove la bambina nasconde le mele nel fossato, laddove il giorno dopo i prigionieri del campo devono lavorare.
Sapiente é stato il montaggio, che è molto ritmato e bilanciato così da contrastare "i tanti tempi morti“ del film o delle scene lunghe,oppure le scene senza dialoghi, usando stacchi netti e avvolte molto veloci, tanto da non accorgersi della trama lenta.
Il Cast e molto fresco ma alla altezza della performance. Ottima le colonne sonore di Mica Lievi che da un tocco di inquietudine nel punto giusto.
La conclusione é di non aspettarsi un film convenzionale della Shoah o come i film simili,perché alla fine potrebbe deludere le aspettative,ma di aspettarsi un film più creativo con una visione d’autore.
Sicuramente del emergente regista inglese si sentirà ancora parlare di lui.
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ivan il matto
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martedì 8 ottobre 2024
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contiguità con l''orrore
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Tutto sembrava già visto, tutto già rappresentato, da "Schindler's List" a "Il Pianista", da "La vita è bella" al "Bambino con il pigiama a righe" eravamo convinti che la Shoah al cinema fosse stata scandagliata a fondo. Invece no! Jonathan Glazer e la sua pluripremiata "Zona d'interesse" aggiungono un ulteriore tassello, un'altra stazione nell'indagine sul "male assoluto". Tratto dal romanzo di Martin Amis e girato effettivamente ad Auschwitz, il film, agghiacciante e serafico insieme, inquadra la vita quotidiana del reale comandante del campo e della sua numerosa famigliola, in una villetta con giardino e piscina ai margini dello stesso.
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Tutto sembrava già visto, tutto già rappresentato, da "Schindler's List" a "Il Pianista", da "La vita è bella" al "Bambino con il pigiama a righe" eravamo convinti che la Shoah al cinema fosse stata scandagliata a fondo. Invece no! Jonathan Glazer e la sua pluripremiata "Zona d'interesse" aggiungono un ulteriore tassello, un'altra stazione nell'indagine sul "male assoluto". Tratto dal romanzo di Martin Amis e girato effettivamente ad Auschwitz, il film, agghiacciante e serafico insieme, inquadra la vita quotidiana del reale comandante del campo e della sua numerosa famigliola, in una villetta con giardino e piscina ai margini dello stesso. Fin dall'inizio, comunque,l'autore ci mette in guardia con la schermo nero attraversato da suoni inequivocabili sull'attività del campo, quasi a dirci che la pellicola va considerata più per quello che non si vede che per quanto narrato in chiaro. Se non "La banalità del male" (ogni occasione e' buona per citare Hannah Arendt), la contiguità con lo stesso: casa e ufficio le pertinenze dell'orrore, cenere di resti umani per la serra e denti d'oro per i giochi dei piccoli, l'insieme collocato nella stessa zona d'interesse che circondava Auschwitz nell'arco di circa 25 km. Doveroso segnalare una messa in scena gelida e impersonale che non prevede primi piani ma solo campo medio dove giganteggiano Christian Friedel ("Il nastro bianco" di Michael Haneke) e Sandra Huller ("Anatomia di una caduta" di Justine Triet). Forse il regista (recente premio Oscar) lancia un monito anche alla contemporaneità di noi europei; la nostra zona d'interesse tecnologica oggi comprende luoghi drammaticamente conflittuali come la striscia di Gaza o l'Ucraina, anche noi viviamo una contiguità con l'orrore?....Anche noi abitiamo in quella villa così asettica ed elegante?!?!....
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zelig62
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martedì 3 settembre 2024
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giudizio negativo
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Film fatto male, le scelte estetiche del regista sono discutibili. Troppo lento, manca un racconto, una storia. L'ennesimo film acclamato dalla critica ma deludente. Ne sconsiglio la visione.
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coatto ungarettiano
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giovedì 18 luglio 2024
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felicity
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venerdì 14 giugno 2024
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il male, così vicino, così lontano
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La zona d’interesse è un’opera ipnotica e dalla narrazione a suo modo serrata che racconta la mostruosità dell’Olocausto.
Un capolavoro assoluto che, dietro le apparenze, va oltre la questione trattata e investe la percezione della contemporaneità.
Lavora sulla rappresentazione delle piccole cose della vita quotidiana, che spesso sono le cose belle, e dà grande densità a una narrazione minimale per mezzo di un enorme lavoro di regia: taglio e composizione delle inquadrature, lavoro sulla profondità di campo e sul montaggio, fondamentale nel rendere il ritmo serrato. Un film che per certi aspetti sembra bucolico ed edificante, se non fosse che racconta il quotidiano del comandante del campo di sterminio di Auschwitz, che viveva lì accanto con moglie e figli, in una casa graziosa e con giardino.
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La zona d’interesse è un’opera ipnotica e dalla narrazione a suo modo serrata che racconta la mostruosità dell’Olocausto.
Un capolavoro assoluto che, dietro le apparenze, va oltre la questione trattata e investe la percezione della contemporaneità.
Lavora sulla rappresentazione delle piccole cose della vita quotidiana, che spesso sono le cose belle, e dà grande densità a una narrazione minimale per mezzo di un enorme lavoro di regia: taglio e composizione delle inquadrature, lavoro sulla profondità di campo e sul montaggio, fondamentale nel rendere il ritmo serrato. Un film che per certi aspetti sembra bucolico ed edificante, se non fosse che racconta il quotidiano del comandante del campo di sterminio di Auschwitz, che viveva lì accanto con moglie e figli, in una casa graziosa e con giardino.
Un piccolo paradiso luminoso, verde e fiorito. Dietro al muro s’intravedono vagamente le ciminiere dei forni crematori. Quasi rimossi dal campo visivo. E già molto è detto con questo: si può rimuovere anche quello che si vede. Anzi, perfino quello che si fa si può non vederlo. Si può far finta di non vedere, di non aver capito.
Se è vero che il cinema è sguardo, qui diventa una questione chiave, analizzata da una prospettiva molto originale, che al suo interno racchiude anche la questione del rimosso.
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francog
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venerdì 24 maggio 2024
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tanto clamore per nulla
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film che si basa sul contrasto di un orrore al di la' del giardino di casa ed al di qua una normale famiglia borghese. Piu' o meno la vita di tutti noi e dei nostri tempi.
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antonello villani
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lunedì 20 maggio 2024
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un''opera gelida e bellissima
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Gelido come l’inverno di cui parla la protagonista nel film. Alla banalità si accompagna la freddezza, il male non smette mai di stupirci. Jonathan Glazer prova (e ci riesce) a dare una lettura nuova del periodo più buio che la storia ricordi. Nessuno aveva osato tanto, raccontare la Shoah in assenza della Shoah. Se “Il bambino con il pigiama a righe” aveva già portato sullo schermo la vita di una famiglia trasferita a pochi passi da un campo di sterminio, “La zona di interesse” si spinge oltre per la mancanza degli elementi filmici sull’Olocausto. La telecamera del regista inglese non varca il cancello con l’insegna in ferro battuto e non è testimone di alcuna violenza, preferisce mantenersi in uno spazio altro, perennemente sospeso tra l’inferno del lager e il paradiso di una villetta con piscina.
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Gelido come l’inverno di cui parla la protagonista nel film. Alla banalità si accompagna la freddezza, il male non smette mai di stupirci. Jonathan Glazer prova (e ci riesce) a dare una lettura nuova del periodo più buio che la storia ricordi. Nessuno aveva osato tanto, raccontare la Shoah in assenza della Shoah. Se “Il bambino con il pigiama a righe” aveva già portato sullo schermo la vita di una famiglia trasferita a pochi passi da un campo di sterminio, “La zona di interesse” si spinge oltre per la mancanza degli elementi filmici sull’Olocausto. La telecamera del regista inglese non varca il cancello con l’insegna in ferro battuto e non è testimone di alcuna violenza, preferisce mantenersi in uno spazio altro, perennemente sospeso tra l’inferno del lager e il paradiso di una villetta con piscina. L’esistenza della famiglia Hoss scorre tranquilla, nuotate nel fiume e tavole imbandite en plein air sono lo specchio di un quotidiano idilliaco, solo il roseto adiacente la casa risulta di accecante contrasto con il muro spinato del campo. Camini accesi tutto il giorno -emblematica la scena con i burocrati che illustrano i progetti di forni crematori e camere di raffreddamento-, vasche da bagno da pulire con olio di gomito perché la cenere è insopportabile, persino agli aguzzini in divisa. Le riprese con la pellicola negativa sono un virtuosismo registico di tutto rispetto, come i colpi di pistola che a intervalli regolari interrompono la quiete domestica. Glazer si serve di quei rumori sinistri per dare ritmo ad una colonna sonora soffocante, opprimente come i claustrofobici corridoi della residenza immersa nei colori primaverili. Spiazzante il finale con il comandante del lager che confessa alla moglie di voler gassare gli ospiti di una festa. I conati di vomito sono un rigurgito di coscienza? Chiusura perfetta con il museo degli orrori ai giorni nostri: gli addetti alla pulizia spazzano i pavimenti delle camere a gas e lucidano le vetrate delle sale con gli oggetti sottratti ai deportati. Un’immagine che, nemmeno tanto velatamente, vorrebbe essere un tentativo di lavare la coscienza per un crimine che a quasi un secolo di distanza l’umanità tutta non è riuscito ancora ad elaborare.
Carmine Antonello Villani
(Salerno)
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antonello villani
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domenica 19 maggio 2024
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un''opera gelida e bellissima
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Gelido come l’inverno di cui parla la protagonista nel film. Alla banalità dovremmo aggiungere la freddezza, il male non smette mai di stupirci. Jonathan Glazer prova (e ci riesce) a dare una lettura nuova del periodo più buio che la storia ricordi. Nessuno aveva osato tanto, raccontare la Shoah in assenza della Shoah. Se “Il bambino con il pigiama a righe” aveva già portato sullo schermo la vita di una famiglia trasferita a pochi passi da un campo di sterminio, “La zona di interesse” si spinge oltre grazie all’assenza degli elementi filmici sull’Olocausto. La telecamera del regista inglese non varca il cancello con l’insegna in ferro battuto e non è testimone di alcuna violenza, preferisce mantenersi in uno spazio altro, indefinibile e perennemente sospeso tra l’inferno del lager e il paradiso di una villetta con piscina.
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Gelido come l’inverno di cui parla la protagonista nel film. Alla banalità dovremmo aggiungere la freddezza, il male non smette mai di stupirci. Jonathan Glazer prova (e ci riesce) a dare una lettura nuova del periodo più buio che la storia ricordi. Nessuno aveva osato tanto, raccontare la Shoah in assenza della Shoah. Se “Il bambino con il pigiama a righe” aveva già portato sullo schermo la vita di una famiglia trasferita a pochi passi da un campo di sterminio, “La zona di interesse” si spinge oltre grazie all’assenza degli elementi filmici sull’Olocausto. La telecamera del regista inglese non varca il cancello con l’insegna in ferro battuto e non è testimone di alcuna violenza, preferisce mantenersi in uno spazio altro, indefinibile e perennemente sospeso tra l’inferno del lager e il paradiso di una villetta con piscina. L’esistenza della famiglia Hoss scorre tranquilla, nuotate nel fiume e tavole imbandite en plein air sono lo specchio di un quotidiano idilliaco, solo il roseto risulta di accecante contrasto con il muro spinato del campo. Camini accesi tutto il giorno -emblematica la scena con i burocrati che illustrano i progetti di forni crematori e camere di raffreddamento-, vasche da bagno da pulire con olio di gomito perché la cenere è insopportabile, persino agli aguzzini in divisa. Le riprese con la pellicola negativa sono un virtuosismo registico di tutto rispetto, come i colpi di pistola che a intervalli regolari interrompono la quiete domestica. Glazer si serve di quei rumori sordi per dare ritmo ad una colonna sonora soffocante, opprimente come i claustrofobici corridoi della residenza immersa nei colori primaverili. Spiazzante il finale con il comandante del lager che confessa alla moglie di voler gassare gli ospiti di una festa. I conati di vomito sono un rigurgito di coscienza? Chiusura perfetta con il museo degli orrori ai giorni nostri: gli addetti alla pulizia spazzano i pavimenti delle camere a gas e lucidano le vetrate delle sale con gli oggetti sottratti ai deportati. Un’immagine che, nemmeno tanto velatamente, vorrebbe essere un tentativo di lavare la coscienza per un crimine che a quasi un secolo di distanza l’umanità tutta non è riuscito ancora ad elaborare.
Carmine Antonello Villani
(Salerno)
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