L'uomo che vendette la sua pelle

Un film di Kaouther Ben Hania. Con Monica Bellucci, Koen De Bouw, Husam Chadat, Rupert Wynne-James.
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Titolo originale The Man Who Sold his Skin. Drammatico, durata 90 min. - Tunisia, Francia, Belgio, Germania, Svezia 2020. - Wanted uscita giovedì 7 ottobre 2021. MYMONETRO L'uomo che vendette la sua pelle * * * - - valutazione media: 3,22 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Quel rifugiato è un'opera d'arte

di Fabio Ferzetti L'Espresso

La bambina non lo sa, dunque lo chiede ad alta voce: «Tutti gli stranieri devono avere il visto tatuato addosso?». Domanda ingenua. Certo che no, e quel siriano a torso nudo con un enorme visto Schengen sulla schiena, esposto con tutti gli onori in una galleria in Belgio, non è più (solo) uno "straniero". È un' opera d' arte. E le opere circolano liberamente, ci mancherebbe, oltre che lucrosamente. Anche se forse la bambina ha visto giusto. I rifugiati, i migranti, gli stranieri insomma, non sono persone come le altre. Dunque il rifugiato-opera d' arte non può nemmeno farsi tradurre la domanda, tantomeno fare una foto alla bambina che ha detto il re è nudo. Un' opera è fatta per essere guardata, stia al suo posto. E sia grato a quel visto che gli ha permesso di sfuggire agli orrori del suo paese. È la scena chiave di questo film fuori schema diretto dalla tunisina Kaouther Ben Hania, un nome da segnarsi, una sorta di (amara) black comedy, visivamente affascinante, che può ricordare "The Square" dello svedese Ruben Östlund ma ha tutt' altro impatto. Perché il rifugiato-opera d' arte ha una storia alle spalle, una dignità da difendere, una donna da riconquistare. E le idee molto chiare su ciò che gli è capitato («In India un bambino costa 40 dollari, un utero in Thailandia 1200, Bin Laden invece valeva 25 milioni. Non sono io a essere cinico ma il mondo!», gli dice il quotatissimo artista autore del tatuaggio). Così "L' uomo che vendette la sua pelle", liberamente ispirato da una mostra dell' artista belga Wim Delvoye, che anni fa tatuò un' opera sulla schiena di un volontario svizzero, anziché chiudere il protagonista nella posizione scontata e rassicurante della vittima, ne fa il beffardo alfiere di una riscossa esistenziale e politica insieme. Ma anche il simbolo di una mascolinità disfatta, o prostituita, che unisce i paesi in pace ai paesi in guerra. Come ci ricorda anche un cast in cui lo sconosciuto e bravissimo Yahya Mahayini tiene testa al cinismo, alle grazie (e al peso sul mercato) di una Monica Bellucci biondo platino. Mentre il vero Wim Delvoye appare ironicamente nei panni di un assicuratore molto preoccupato dalla fragilità di quell' opera vivente. Una bella prova di vitalità, e di inventiva, per un cinema una volta tanto davvero "europeo". Quasi suo malgrado.
Da L'Espresso, 17 ottobre 2021


di Fabio Ferzetti, 17 ottobre 2021

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