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gaia
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venerdì 15 maggio 2026
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tra sguardo, identit? e riconoscimento
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In un luogo non immediatamente identificabile, il protagonista del film – il regista che interpreta se stesso – osserva lo sviluppo della quotidianità dei personaggi secondari da una posizione esterna, quasi da estraneo, non proferendo mai parola.
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In un luogo non immediatamente identificabile, il protagonista del film – il regista che interpreta se stesso – osserva lo sviluppo della quotidianità dei personaggi secondari da una posizione esterna, quasi da estraneo, non proferendo mai parola.
La città di Nazareth non è riconoscibile ai più, né c’è un riferimento verbale alla località fino a oltre metà pellicola, ma intuiamo grosso modo la sua collocazione geografico-politica. Tale lacuna serve ad introdurci al tema dell’identificabilità culturale, che tornerà in seguito, e a collocare su un piano diverso dall’atteso questo film di un regista palestinese con passaporto israeliano.
Sin dalla sequenza iniziale della processione per le vie del centro storico – interrotta dalla burla dei due custodi che sacrilegamente si tappano in chiesa a bere – si stabilisce il tono di un’opera che usa l'ellissi e l'iperbole per raccontare il rimosso e l'assurdo.
I personaggi e le situazioni sono raccontati con una surreale levità che fa sorridere, anche quando emergono aspetti più caricaturali, ad esempio nella scena dei due fratelli al ristorante che lamentano l’uso di alcol per cucinare la pietanza della sorella, allo scopo di avere bicchierini extra di whisky.
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Rimasto solo dopo un lutto, il protagonista lascia all’invadente vicino di casa la cura dell’albero di limoni del suo giardino e, salutato dalle foglie di palma smosse dal vento, parte per un viaggio di diversi mesi che lo condurrà prima in Francia e poi negli USA.
La scena di congedo dalla sua terra – in cui si affianca all’auto di due giovani soldati, più interessati a provarsi gli occhiali da sole nel finestrino retrovisore che a sorvegliare la ragazzina bendata e ammanettata seduta dietro – rende visibile il contrasto tra la meccanicità incurante dell’oppressore e la vulnerabile umanità dell’oppresso.
Alla cifra dell’assurdo malinconico si aggiunge qui una tinta quasi drammatica, che rimarrà come sottofondo inquietante nel percorso del protagonista.
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Il senso di estraneità, già avvertito nella prima parte del film, esplode negli ampi spazi della capitale francese, dove la geometria e i vuoti convergono a dare forma alla percezione più marcata di un potere incombente.
Si accumulano dettagli sottili, che rivelano una società finemente organizzata intorno alla reciproca sorveglianza, atta a favorire tanto l’ordine sociale quanto il buon gusto, dove i segni di militarizzazione di ritorno (le parate per le feste nazionali questo sono) si integrano ancora con poca frizione.
In queste condizioni (siamo nell’anno 2019), non stupisce poi molto che il film che il nostro regista tenta di proporre ad un produttore locale venga respinto perché, “per essere un film sul conflitto palestinese”, è giudicato “non abbastanza palestinese”: avrebbe potuto essere ambientato ovunque, persino lì a Parigi, gli dice.
L’evidente riferimento meta-cinematografico è particolarmente interessante perché, sebbene il produttore abbia negato formalmente intenzioni estetizzanti o didattiche, il portato delle sue parole tradisce lo sguardo orientalista che in Occidente ancora abbiamo, anche quando simpatizziamo, ci diciamo alleati e vogliamo “renderci utili”.
A svelare l’ipocrisia basta tradurre la classica formula di diniego “Non è un progetto che corrisponde alla nostra linea editoriale” nel più diretto e accurato Non corrisponde alla nostra idea di come dovrebbe essere raccontato il conflitto palestinese.
Il tema dell’identificabilità culturale è principalmente un problema che riguarda le nostre aspettative e la nostra incapacità di andare oltre le narrazioni che già conosciamo, quelle che non richiedono di mettere in discussione i nostri consolidati schemi interpretativi, ché se lo facessimo saremmo costretti ad interessarci davvero alla questione.
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Ci si domanda allora se la tappa successiva della processione del protagonista darà frutti diversi.
Quando l’autista del taxi, che prende appena atterrato a New York, scopre che è palestinese, sussulta come se si trovasse al cospetto di un’icona sacra. “Non ho mai visto un palestinese!” dice, sottolineando l’eccezionalità di averlo a bordo, ancor più perché proviene da Nazareth (come Gesù).
La divertente scena è essa stessa un’acuta rappresentazione di quanto bene abbia funzionato l’opera di cancellazione e riscrittura ai danni dell’identità palestinese – nonostante siano 5.6 milioni i palestinesi della Cisgiordania e Gaza, 7.8 milioni quelli della diaspora, e il 21% della popolazione dello Stato di Israele, che (neanche a dirlo) preferisce chiamarli ‘arabi israeliani’.
Sin da subito, nella capitale morale degli Stati Uniti, si scopre una società che fa della protezione individuale e della repressione del singolo elementi imprescindibili al conformismo sociale.
Così notiamo sbigottiti che tutti ma proprio tutti, persino i bambini, girano con il fucile in spalla a mo’ di protesi di estensione della libertà, che lo Stato concede al singolo come strumento di monitoraggio reciproco travestito da autodeterminazione.
E assistiamo sbalorditi alla fuga da videoclip, attraverso Central Park, di un’attivista con le ali da angelo mentre si sottrae all’arresto da parte di alcuni poliziotti che la inseguono con delle coperte in mano, maggiormente preoccupati di coprire lo ‘scandalo’ della bandiera palestinese, dipinta sui seni scoperti, anziché turbati dalla nudità stessa.
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Ci viene il sospetto che l’angelo annunciasse proprio il nostro protagonista (proveniente dal luogo che ospita la Basilica dell’Annunciazione appunto) che, come un simulacro egli stesso, si porta in processione per (tentare di) ri-sacralizzare i luoghi attraversati (in appello alla comune umanità), ponendo al centro la soggettività sacra dell’uomo al fine di suscitare l’attenzione per la causa dell’intero popolo palestinese.
Ma, dopo aver raccolto anche in America il disinteresse per la produzione del suo film, si rende forse conto che il palestinese è davvero simulacro per il resto del mondo, non in quanto rappresentazione anch’egli della sacralità dell’esperienza umana, ma nel duplice senso di parvenza ‘di umanità’ (‘non ancora pienamente umani’) e pertanto immagine lontana dalla realtà effettiva, fatta invece di persone che vivono, sperano e soffrono proprio come il resto di noi.
Rivelatrici della tendenza a sovrascrivere l’esperienza palestinese individuale e collettiva sono le domande che il professore di una scuola di cinema, presso cui il nostro regista è stato invitato a parlare del suo lavoro, gli rivolge.
Come se si potesse scindere la dimensione individuale da quella collettiva, gli domanda cosa l’ha portato a diventare “cittadino del mondo”, infiocchettando in tal modo il vissuto traumatico dell’occupazione e dello sfollamento a beneficio delle nostre viziate orecchie.
Come se il personale non fosse anche politico, con sottile violenza epistemica, sovradetermina la sua esperienza quando, in sostanza, dà per assodato che la sua identità non esista più e che da “nomade” (altro eufemismo) abbia casa in ogni (altro) luogo (tranne che in Palestina), ragion per cui può pensare a se stesso come un “perfect stranger”, nella triplice declinazione del termine come perfetto sconosciuto per noialtri (che non riconosciamo la soggettività palestinese a nessun livello, né politico né culturale), straniero in casa propria e altrove, ed estraneo anche a se stesso.
Le domande rimangono sospese nell’espressione del protagonista che non offre (almeno a noi da questa parte dello schermo) risposta a parole.
Alla quantità esigua di dialoghi disseminati nel corso del film, infatti, corrisponde un peso maggiore della mimica del suo volto, una tela non neutra ma nemmeno perfettamente intellegibile. Che ritragga il senso di estraneità o di incredulità o di disillusione è altrettanto possibile.
Forse quello che ci invita a fare con la sua apparente ritrosia comunicativa è interrogarci appunto, soffermare ancora un po’ il nostro distratto sguardo e cercare non tanto di interpretare lui, quanto di capire l’effetto del nostro impatto.
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Frustrata l’ambizione di portare all’attenzione del resto del mondo la legittimità delle aspirazioni nazionali del suo popolo, e forse ancor più disilluso dalla possibilità che la voce individuale dell’artista sia sufficiente a fornire una risposta, finisce col porre ad un cartomante la domanda che da intellettuale palestinese è intuibile abbia sempre messo al centro delle sue opere: “Will there be Palestine?”
Così formulata, l’interrogazione sembra quasi reggersi su un’ambiguità: ci sarà ancora l’identità nazionale palestinese e si stabilizzerà in futuro la forma politica che la rappresenta?
La risposta che il vaticinio gli restituisce nutre la speranza e al contempo la tempera, tuttavia il successivo incontro in un bar arabo con un uomo, che gli dice: “I palestinesi sono gli unici a bere per ricordare”, sembra meglio indirizzarlo, suggerendo l’importanza della rimembranza come fondamento identitario, a sua volta nucleo fondativo.
Ritorna allora nel suo paese, a raccontarlo attraverso la sua gente, i suoi giovani, coloro che, incarnando già la risposta alla domanda posta al cartomante, costruiranno il futuro dello Stato palestinese.
La domanda che invece rimane con noi al termine della visione di questo bel film è un’altra: è possibile che un qualsiasi film palestinese, che racconti un punto di vista individuale, sia separabile dalla realtà collettiva dell’identità palestinese? È possibile che al suo cuore non ci sia sempre e necessariamente la domanda “Ci sarà la Palestina”?
Fin quando non sarà riconosciuto lo Stato di Palestina, continueremo a domandarcelo.
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francesca meneghetti
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venerdì 24 luglio 2020
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tutto il mondo è palestina, ahimè
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Il Paradiso probabilmente è uno di quei film che ti lasciano perplesso quando ti alzi dalla poltrona, ma che poi cominciano a frullare nel cervello lascandosi dietro una scia di punti di domanda. E allora capisci che il non è robetta. Ti sforzi di capire, leggi commenti e recensioni, ma non ti soddisfano. Aiuta la comprensione del testo un minimo di contestualizzazione: sapere che Elia Suleiman nasce a Nazareth da una famiglia greco-ortodossa, si forma a New York, ha prodotto diversi film, conseguendo premi e attenzioni della critica, sulla questione palestinese, proposta però non in modo vittimistico, ma con propensione al grottesco. Ciò compare sin dall’inizio, con la processione greco-ortodossa nella chiesa dell’annunciazione di Nazareth: inizia in modo solenne, con un coro che enfatizza le parole morte e resurrezione, ma muta registro quando il pope trova la cripta chiusa, con i due custodi ubriachi che si rifiutano di aprirla.
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Il Paradiso probabilmente è uno di quei film che ti lasciano perplesso quando ti alzi dalla poltrona, ma che poi cominciano a frullare nel cervello lascandosi dietro una scia di punti di domanda. E allora capisci che il non è robetta. Ti sforzi di capire, leggi commenti e recensioni, ma non ti soddisfano. Aiuta la comprensione del testo un minimo di contestualizzazione: sapere che Elia Suleiman nasce a Nazareth da una famiglia greco-ortodossa, si forma a New York, ha prodotto diversi film, conseguendo premi e attenzioni della critica, sulla questione palestinese, proposta però non in modo vittimistico, ma con propensione al grottesco. Ciò compare sin dall’inizio, con la processione greco-ortodossa nella chiesa dell’annunciazione di Nazareth: inizia in modo solenne, con un coro che enfatizza le parole morte e resurrezione, ma muta registro quando il pope trova la cripta chiusa, con i due custodi ubriachi che si rifiutano di aprirla. Allora si trasforma in un energico combattente che sfonda la porta posteriore e pure i due uomini. Il protagonista della vicenda è lo stesso regista, che però qui si chiama Es (non Elia) Suleiman, con richiamo, direi, all’Es freudiano, l’inconscio. E’ vedovo: la moglie è morta da poco in seguito a malattia invalidante (la casa ne porta ancora i segni, con i sussidi sanitari). Lui è solo e stranito. Osserva il mondo che lo circonda senza un commento che non sia quello dello sguardo (in tutto il film dirà solo pochissime parole sulla sua provenienza a un tassista nero di New York). Coglie l’assurdità della vita quotidiana di Nazareth, in particolare dei vicini, fuori di testa, e sembra vivere un tentativo di resurrezione dal lutto, sbarazzandosi degli oggetti della moglie e intraprendendo un viaggio. Non prima di aver assaporato il fascino di un uliveto, situato in luogo selvaggio, dove una donna araba, dalle vesti lunghe e dalle cavigliere tintinnanti, trasporta sul capo dei contenitori d’acqua. Le sue mete saranno Parigi e New York. Le prima scene parigine sembrano improntate a un certo realismo convenzionale. Seduto al tavolo esterno di un bistrot, Es osserva bellissime donne, dalle bellissime gambe, sfilare con eleganza. Sfilano anche nel video che il protagonista osserva nel negozio di fronte, imperterrite, mentre una donna delle pulizie di colore e molto in carne pulisce e spolvera lo stesso schermo. Oppure assiste alla gara folle e crudele (a scapito dei più lenti e deboli) per accaparrarsi una sedia nel giardino del Luxembourg, uno dei posti più chic per prendere il sole e leggere. Ma poi ecco le sequenze che riprendono vie del tutto deserte: le sole presenze sono senzatetto o delinquenti o poliziotti o carriarmati (poi la cosa troverà un senso logico). A Parigi si svela anche uno scopo del viaggio: promuovere un film sulla questione palestinese, ma l’unico ad essere incuriosito, con fin troppa insistenza, da ciò che Suleiman scrive è un uccellino. Anche a New si alternano scene realistiche con altre caricaturali e grottesche, come quella del supermercato, dove le casalinghe girano tra gli scaffali armate di fucile, o quella, superclassica, del Central Park in vestito autunnale, dove una donna vestita da angelo manifesta per la causa palestinese, venendo inseguita da poliziotti pasticcioni e inconcludenti. Il regista Suleiman dovrebbe parlare di fronte a un piccolo pubblico di studenti di cinema, abbigliati da animali di pelouche, ma non sappiamo se farà sentire la sua voce. Es ritorna infine a Nazareth, il paradiso probabilmente, se messo a confronto con il mondo occidentale, là dove la tecnologia, applicata al controllo sociale, non impedisce violenze, terrore, ingiustizie, disuguaglianze, e, più in là, guerra e terrorismo. E allora la Palestina, inesistente come stato, diventa metafora di una situazione di non senso universale, mentre il palestinese, esule, spaesato (e senza terra come lo furono un tempo gli ebrei), diventa emblema dell’alienazione dell’uomo di oggi, che di fronte a tante assurdità non può che manifestare la propria perplessità con lo sguardo, senza proferire parola. Sotto traccia rimane però il tema morte-vita, a cui si collega la donna portatrice d’acqua, che Es va a rivedere non appena ritornato “a casa”. Ma in fondo una vera trama o un filo narrativo logico non esiste. Conta l'immersione nelle atsmosfere.
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fabiofeli
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lunedì 9 dicembre 2019
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surreali contraddizioni e meraviglie futuribili
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Un alto prelato cristiano ortodosso guida con canti e preghiere una processione di fedeli fino ad una porta chiusa: bussa più volte per farsi aprire senza successo prima di ricorrere a metodi più spicci. Molte cose sembrano strane a Nazareth. Sfugge ad Elia (Elia Suleiman) la logica dei suoi vicini di casa: i due (padre e figlio? O un israeliano ed un palestinese?) litigano insultandosi e volgendosi le spalle seduti sui due balconcini della loro casa; il giovane raccoglie i limoni nel giardino di Elia, pota gli alberi e si occupa di quelli nuovi appena messi in piena terra; l’anziano si ferma a fare pipì vicino alla porta di casa di Elia e non capisce che la sua urgenza è terminata data la pioggia torrenziale che scroscia; tanto vale coprirlo caritatevolmente con l’ombrello ed accompagnarlo a casa.
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Un alto prelato cristiano ortodosso guida con canti e preghiere una processione di fedeli fino ad una porta chiusa: bussa più volte per farsi aprire senza successo prima di ricorrere a metodi più spicci. Molte cose sembrano strane a Nazareth. Sfugge ad Elia (Elia Suleiman) la logica dei suoi vicini di casa: i due (padre e figlio? O un israeliano ed un palestinese?) litigano insultandosi e volgendosi le spalle seduti sui due balconcini della loro casa; il giovane raccoglie i limoni nel giardino di Elia, pota gli alberi e si occupa di quelli nuovi appena messi in piena terra; l’anziano si ferma a fare pipì vicino alla porta di casa di Elia e non capisce che la sua urgenza è terminata data la pioggia torrenziale che scroscia; tanto vale coprirlo caritatevolmente con l’ombrello ed accompagnarlo a casa. Elia sta per volare in l’Europa e nelle Americhe (Parigi, Montreal, New York) per far finanziare e distribuire il suo film sulla Palestina …
Elia Suleiman crea un gioellino di cinema surreale. Le scene sono solo in apparenza scollegate tra loro: ad esempio la sfilata di ragazze e donne, libere e consapevoli, lungo le strade del Quartiere Latino di Parigi davanti al tavolino di Elia con gli occhi sgranati e compiaciuti e la “scena-rovescio” degli invadenti poliziotti che misurano la regolarità dei tavolini all’aperto davanti al bar. Oppure il piano alto di un negozio di vestiti femminili visibile dalla finestra dell’albergo di Elia con un video incessante di modelle androgine ingrugnate che sfilano con aria bullesca da “macho-latino”; il salone è deserto di clientela, quindi inutile, ma viene spolverato con cura da una attempata e grassoccia signora. Amorevoli mamme in un parco in fila con le carrozzine fanno una specie di ginnastica sincrona, mentre altre mamme si tirano dietro i passeggini nei supermercati munite di micidiali mitra, perché … perché? Eppure squadre di poliziotti circolano su monopattini a due ruote, efficienti e veloci nel loro balletto, ma totalmente inefficaci nel fare il loro compito: conta qualcosa un 14 luglio in una Parigi deserta la poderosa sfilata di cingolati, jet in parata, migliaia di agenti motociclisti e motociclette - oltre che rammentare, in rima, “migliaia di baionette”? -, che dovrebbero proteggere chiunque da qualsiasi insidia malvagia, folle e/o terroristica? I monopattini a due ruote, poi, sono anche di utilizzo “politicamente scorretto” nell’occupare sedie in prima fila attorno ad una fontana. Divertente; ma poi c’è l’intervista al regista di fronte ad un pubblico mascherato per Halloween in occasione della presentazione del film “palestinese-che-non-parla-della-Palestina” … Tanti anni fa “Mon oncle” di Jacques Tati aveva illustrato diverse meraviglie futuribili (in casa, nel giardino, per strada, ovunque) che non cambiano né migliorano nulla, anche se qualcuno le addita come esempi da seguire in tutto il mondo, senza andare al fondo dei problemi per risolverli definitivamente. E’ qui che il film diventa “politico” ed anche “corretto”: parla proprio (anche) della Palestina, eccome! Parla proprio del nostro mondo. Da non mancare.
Valutazione *** e 1/2
FabioFeli
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ghisi grütter
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domenica 8 dicembre 2019
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un mimo mimato
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Con “It Must Be Heaven” il regista Elia Suleiman vuole riprendere la tradizione del mimo francese. Il regista si rifà esplicitamente a Jacques Tati senza però riuscire a tenere allo stesso livello tutte le sue gag.
Come faceva Jacques Tati, Elia [+]
Con “It Must Be Heaven” il regista Elia Suleiman vuole riprendere la tradizione del mimo francese. Il regista si rifà esplicitamente a Jacques Tati senza però riuscire a tenere allo stesso livello tutte le sue gag.
Come faceva Jacques Tati, Elia Suleiman abbandona la narrativa tradizionale a favore di “vignette”, gag visive, manierismi e azioni fisiche per rivelare l'umorismo e narrare la vita moderna. Inoltre, come Tati, posiziona la macchina fotografica distante dall’azione.
Sembra che il regista voglia appropriarsi di uno humour che di solito è appannaggio degli ebrei: dei Fratelli Marx, di Buster Keaton, di Woody Allen e così via.
Il regista nel film parte da Nazareth - non in Israele, ma in Palestina! - dove è stanco delle piccole beghe di vicinato e si avventura nelle grandi metropoli. Vola così in Europa.
La parte più riuscita del film è sicuramente quella girata a Parigi, dove il regista, seduto a un bar (ai “Deux Magots”?), osserva il flâner e sembra stupirsi dell’universo femminile così variegato, colorato e “poco vestito”…
Suggeritogli il percorso da un uccellino, continuerà il suo giro per il mondo attraversando l’Oceano.
Molto meno felice e, anche un po' noiosa, la parte su New York dove si vede che, probabilmente, il regista conosce meno la cultura del luogo e cade in banalizzazioni come la rappresentazione di tutte le persone con le armi, o le macchiette a Central Park non del tutto riuscite.
Negli USA Elia Suleiman interroga anche un medium per sapere a se ci sarà o meno uno Stato palestinese un giorno che risponderà in mldo evasisvo e poco convincente.
Il regista è un osservatore, fagocita il reale attraverso lo sguardo, fino a diventare un voyer. L’assurdo non ha confini.
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mtonino
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mercoledì 13 novembre 2019
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sorprendente e spiazzante
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Chi non ha mai visto nulla di questo regista palestinese dovrebbe provare almeno una volta. Il suo è un approccio inconsueto alla narrazione fatto di pochi dialoghi, primi piani e scene apparentemente slegate, ma che insieme contribuiscono alla costruzione di senso della pellicola.
Questi elementi, insieme alla mimica facciale quasi impercettibile, ma efficace del protagonista (lo stesso regista) accostano la regia di Suleiman quella di altri tre grandi registi diversissimi tra loro. Buster Keaton dal quale riprende l’effetto comico della fissità del volto, Jacques Tati al quale riconduce la comicità surreale di certe sequenze e, infine, Roy Andersson per il taglio delle inquadrature, la simmetria e l’immobilità di situazioni nelle quali il tempo sembra fermarsi.
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Chi non ha mai visto nulla di questo regista palestinese dovrebbe provare almeno una volta. Il suo è un approccio inconsueto alla narrazione fatto di pochi dialoghi, primi piani e scene apparentemente slegate, ma che insieme contribuiscono alla costruzione di senso della pellicola.
Questi elementi, insieme alla mimica facciale quasi impercettibile, ma efficace del protagonista (lo stesso regista) accostano la regia di Suleiman quella di altri tre grandi registi diversissimi tra loro. Buster Keaton dal quale riprende l’effetto comico della fissità del volto, Jacques Tati al quale riconduce la comicità surreale di certe sequenze e, infine, Roy Andersson per il taglio delle inquadrature, la simmetria e l’immobilità di situazioni nelle quali il tempo sembra fermarsi.
A differenza dei suoi lavori precedenti Suleiman si muove in senso opposto per raccontare la sua Palestina, dalle note di regia si legge infatti:
“Se nei miei film precedenti ho cercato di presentare la Palestina come un microcosmo del mondo; il mio nuovo film, Il paradiso probabilmente, cerca di mostrare il mondo come se fosse un microcosmo della Palestina”.
Il risultato è un film particolare che si muove tra comicità e satira civile e che si interroga sul concetto d’identità e appartenenza in un mondo sempre più globalizzato.
In questo senso è esemplare la rappresentazione della tensione geopolitica che, solo pochi anni fa, era un tratto esclusivo e caratterizzante di determinate aree geografiche come il medio oriente mentre oggi la si può trovare in tutte le grandi metropoli: a Parigi dove squadriglie coreografiche super tecnologizzate e onnipresenti di poliziotti vigilano sull’ordine pubblico, carri armati sfilano con il loro carico di frastuono per le vie della città (seppure in preparazione della parata del 14 luglio e significativamente davanti alla Banca di Francia), oppure a New York dove la gente comune affronta la vita quotidiana indossando armi da fuoco come fossero accessori fashion (ma è solo un sogno, oppure no?).
Tali scene sono costruite con cura e attenzione e strappano spesso una risata che però prende un sapore amaro nel momento in cui ci si rende conto che situazioni simili sono realmente vissute e all’ordine del giorno nei territori di guerra delle zone da cui proviene il regista.
Sopra accennavo al particolare approccio alla narrazione, il film infatti è girato quasi esclusivamente in soggettiva, le inquadrature sono la porzione di realtà che lo sguardo può abbracciare, per questo motivo la macchina da presa è per lo più fissa, ma in alcuni momenti è anche capace di alzarsi, planare e arrivare fino alle nuvole per portarci oltre i confini.
La singolare comicità di Suleiman è ormai un tratto caratteristico del regista e funziona attraverso uno schema che si ripete: le scene di vita quotidiana sono presentate con una tensione latente che inizialmente induce un senso di spaesamento nello spettatore e che via via aumenta fino a prendere il centro dell’azione. Schema ben esemplificato nella scena iniziale nella quale la rappresentazione di un rito ortodosso si conclude in maniera imprevista ed esilarante.
Il limite, o comunque l’elemento di divisione, del film è forse proprio il suo punto di forza, la particolare narrazione che rischia di allontanarlo dal coinvolgimento del pubblico perdendo in questo modo anche il senso di universalità del messaggio.
Rimane comunque un film che vale la pena di vedere e che ha già ricevuto riconoscimenti importanti come a Menzione speciale della giuria al Festival di Cannes 2019 e la candidatura come miglior film straniero agli Oscar 2020. In Italia il film è stato presentato in anteprima al 25° Medfilm festival come film d’apertura della manifestazione e arriverà nelle sale dal 5 dicembre.
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no_data
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domenica 30 giugno 2019
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un pacco
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Per tutto il film ti chiedi chi ha potuto finanziare, produrre e addirittura premiare un film così mediocre girato da un regista così egocentrico la cui faccia stanca molto presto. Anche le sequenze citate nella recensione,q del passerotto e del taxista lasciano molto imbarazzo. Eppure era iniziato bene....
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