Corpus Christi

Un film di Jan Komasa. Con Bartosz Bielenia, Aleksandra Konieczna, Eliza Rycembel, Tomasz Zietek, Barbara Kurzaj.
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Titolo originale Boze Cialo. Drammatico, durata 115 min. - Polonia, Francia 2019. - Wanted
   
   
   

Istantanea di Corpus Christi Valutazione 4 stelle su cinque

di CineFoglio


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domenica 1 marzo 2020

Presentato a Venezia-19, Jan Komasa si ispira ad eventi realmente accaduti, la vibe del momento, confezionando un film religioso e per finzione al margine della società polacca, riuscendo ad approdare al gran finale degli oscar nella ribattezzata categoria film internazionali - il fardello che porta sulle spalle ha un peso notevole con la nomineedell’anno scorso di Cold War, 2018 di Pawel Pawlikowski e l’oscar, dello stesso, cinque anni prima con Ida, 2013.
 
Genere crudo e della chiamata religiosa, la centralità della vicenda è monopolizzata dal giovane Daniel, uscito per buona condotta dal riformatorio, approdato in una piccola comunità cittadina.
 
Il plot è costruito su una base di fuga-ritorno dal luogo di prigionia, con un finale crepapelle di liberazione, ed una parte centrale del film incatenata in una serie di fortuiti eventi che portano Daniel a fare le veci del parroco locale. Il giovane e mancato seminarista deve sapersi adattare grazie alle sole doti innate da predicatore e un set di esperienze acquisite durante il riformatorio: da chierichetto delle messe penitenziarie agli esercizi per il controllo-rilascio della rabbia repressa.
 
Il tema-motivo persistente è quello del “prete di campagna” dal passato (presente) delittuoso e ferocemente instabile in continua ricerca di assoluzione – qui letterale e coincidente con l’abito talare.
 
Komasa affronta e ci mostra al meglio il confronto generazionale del vecchio e del nuovo, del dogmatico ineffabile e del sospettoso progressismo. Sottile, qui, la critica all’uso-abuso della cultura tradizionale, in questo caso cattolica, da parte del potere “temporale” – mirando alla figura del sindaco nel sermone della falegnameria.
 
Boze Cialo parla di quella parte di società non-metropolitana, dipinge le figure di un ambiente provinciale, non ultime quelle di una gioventù sospesa tra reiterazioni di elementi tradizionali e dogmatici e la conseguente sfiducia nel futuro che ha come unica fonte d’evasione lo sballo. 
Daniel, nel suo ruolo pastorale provvisorio, è interprete di questi sentimenti: figura di tramite tra un passato decadente ed immobile ed un futuro genuino, totalmente artificiale ovviamente, ma reale per coloro che ne entrano in contatto – emblematica la figura di Pinczer, amico di prigione che, nonostante lo abbia smascherato e venduto, non trattiene le lacrime di fronte alla realizzazione del suo fallimento come padre intravedendo una fioca speranza di salvezza negli occhi del giovane aspirante “padre”. 
 
La nudità spirituale, di un abito illegittimo per l’istituzione e per la legge civile, ma vero per le persone toccate nell’intimo dalle parole di Daniel. 
 
Il finale concede speranza, naturale conseguenza del sacrificio sia nella sua accezione di sacralizzare quella che, a conti fatti è per Daniel un’aspirazione personale genuina ma, date regole sociali prestabilite, irraggiungibile, sia quella più mortificante della morte della propria identità, delle cieche presunzioni e della vita stessa. 
Indubbiamente, qualità dell’immagine e messa in scena sono di buona fattura e coinvolgimento, la colonna sonora, seppur non estrema nelle sonorità (per quanto l’iperbole della trama possa lasciar intendere) sostiene l’acting in modo deciso. Toccanti, invece, i transfocus in profondità di campo, il tutto marcato da un gusto visivo ricercato, dei bouquet “a nebbiolina” che ricalcano la luce ieratica filtrata dalle vetrate della chiesa, quella luce che colpisce i fedeli in attenta reverenza dell’ostia già diventata, miracolosamente, corpo di Cristo.
 
Simile al recente First Reform, 2017, per temi, caratterizzazioni e personalità, anche se meno sperimentale del film di Schrader, contribuisce allo stesso tempo in modo esaustivo al genere prete tormentato, parrocchialità di confine e gioventù al margine. 
 
Il film non è perfetto e ha i suoi punti deboli, altrimenti avrebbe vinto su Parasite. Allora la parte più riuscita è l’eclissante interpretazione di Bartosz Bielenia, dalle servili reverenze nel carcere alla spensierata allegria della festa paesana, dagli occhi spiritati dalla droga a ritmo di techno a quei silenzi tremanti, flebili, alla ricerca delle parole giuste per raggiungere i cuori dei fedeli con l’omelia. Film da non perdere per gusto, tema, se d’interesse, e stile di cinema europeo made in Poland.
 
29/02/2020

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