Si può fare

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Un film di Giulio Manfredonia. Con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Bebo Storti.
continua»
Commedia, durata 111 min. - Italia 2008. - Warner Bros Italia uscita venerdì 31 ottobre 2008. MYMONETRO Si può fare * * * 1/2 - valutazione media: 3,56 su 53 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

In questo paese di pazzi ho fatto un film sui manicomi

di Marco Romani Il Venerdì di Repubblica

La storia è vera: una cooperativa di ex malati, lavorando il legno, è diventata ricercatissima sul mercato. Il parallelo è immediato: scusi, Bisio, quali sono le stranezze dell'Italia di oggi?
Chi ha fatto il matto per convenienza e chi un po' pazzo lo è davvero. E con gravi tendenze autodistruttive. Nella società come in politica, con tutti che fanno finta di niente mentre si annuncia la distruzione del Pianeta. «Ma quando provi a ricordarlo» dice Claudio Bisio «ti danno del verde noioso e petulante. E che porta anche un po' sfiga». In confronto, la piccola comunità di malati di mente protagonista del film Si può fare sembra quasi un consiglio di saggi. La pellicola di Giulio Manfredonia racconta la vicenda di Nello (interpretato da Bisio) che, cacciato dal sindacato perché troppo favorevole al mercato, viene spedito a dirigere una cooperativa di persone con gravi problemi psichici. Siamo agli inizi degli anni Ottanta, la legge 180 sul reinserimento sociale è stata da poco approvata. Nello decide che quelle persone non devono svolgere per forza lavoretti «socialmente inutili» e mette in piedi una vera ditta di parquet. All'inizio i risultati sono scarsi, ma quando si scopre che alcuni malati sono in grado di comporre dei puzzle bellissimi con le rimanenze del legno, la piccola azienda diventa richiestissima. «Quando ho letto la sceneggiatura» dice Bisio «avevo il timore che il film potesse andare un po' sopra le righe per troppa farsa o troppo realismo. Ma appena ho saputo che tutta la vicenda è realmente accaduta, compresi l'idea del montaggio dei pezzetti di legno e l'appalto per due fermate della metro di Parigi, ho deciso di accettare. Credo che anche agli spettatori qualche brividino questa storia lo farà venire». La vicenda è infatti quella della Cooperativa Noncello di Pordenone (anche se il film è ambientato a Milano) diretta da Rodolfo Giorgetti, che, partita con pochi soci-malati, oggi impiega circa trecento persone. «Quasi una multinazionale» dice Bisio.
A trent'anni dalla sua approvazione, la legge 180 è proprio da buttar via?
«La storia della Cooperativa di Noncello dimostra il contrario. Che è possibile reinserire i malati nella società e che queste aziende possono stare dentro il mercato. E dimostra anche che era giusto dare meno psicofarmaci, chiudere i manicomi e mandare in cantina i letti di contenzione. Oggi va di moda revisionare tutto. Ma questo no. La legge Basaglia è un punto fisso della storia sociale del nostro Paese e non si può tornare indietro».
Che effetto le ha fatto girare in un ex manicomio?
«Prima di iniziare le riprese, Giulio Manfredonia ha fatto due mesi di prove con gli attori che interpretano i matti al Santa Maria della Pietà di Roma. Quando sono arrivato per leggere il copione, mi sono trovato in mezzo a quelle stanze e circondato da gente talmente immersa nella parte che pensavo di essere finito su Scherzi a parte. C'era una ragazza che non smetteva mai di guardarmi negli occhi, uno che sbavava, uno che fumava una sigaretta dopo l'altra. Anche nelle pause continuavano a essere i loro personaggi. Solo alla fine delle riprese ho capito che erano tutti attori. Ma, santo cielo, hanno delle facce...».
In Doppio misto. Autobiografia di coppia non autorizzata (Feltrinelli) sua moglie Sandra Bonzi scrive che lei vacilla davanti a chi si occupa di psiche. Perché?
«Mi sento scannerizzato, denudato e radiografato. E a disagio. Ho anche avuto una fidanzata psicoanalista che la mattina mi metteva seduto sul letto e mi spiegava per filo e per segno cosa significavano i sogni che le raccontavo. Era come una seduta continua. Un incubo».
Tra disastri ambientali annunciati e buchi neri che potrebbero risucchiarci, come si può vivere tranquillamente?
«Siamo tutti matti da tempo. Facciamo stupidaggini ogni giorno. Ho amici, per esempio, che seguono diete macrobiotiche con una rigidità khomeinista e poi fumano sigarette spudoratamente cancerogene. Poi ci sono le pazzie collettive, frutto di piccoli atteggiamenti folli. Il buco dell'ozono è anche colpa dei deodoranti che ci siamo spruzzati per anni. Ci avviamo verso la catastrofe, ma con un buon profumo».
Anche i politici hanno le loro ossessioni. Roberto Maroni e i rom?
«Quella non è per niente follia, è solo calcolo politico. Questi signori hanno vinto le elezioni puntando sulle paure e sulle fobie della gente, sul timore del diverso, della violenza, della delinquenza».
Silvio Berlusconi e i giudici?
«Anche nel lodo Alfano non vedo alcun colpo di testa, è il frutto di una rigida razionalità. Hanno studiato a tavolino come risolvere i problemi del premier: io, un po' da poeta, credo nella follia come potenziale creativo. In Berlusconi, invece, vedo solo convenienza».
In prima serata, su Canale 5, è da poco partita la dodicesima edizione di Zelig. Il Cavaliere vi ha mai censurato?
«Mai. Noi siamo una produzione autonoma. A Cologno Monzese non metto piede da anni. Per me è fondamentale non dover varcare quella sbarra, con le guardie giurate e con quel clima dell'azienda. Siamo un corpo estraneo. E finché regge...».
La sinistra autodistruttiva, da Ferrero a Diliberto, un po' matta però lo sembra...
«Un po' di follia c'è. La tendenza all'autodistruzione è patologica».
Una tara genetica?
«Dai tempi in cui facevo politica ho sempre vissuto male il settarismo e il gruppettismo. Già negli anni Settanta, le divisioni fra trotzkisti e stalinisti mi parevano delle scemate. Io ero unitario quando parlare di unità era controcorrente. Dopo trent'anni è chiaro che avevo ragione io, ma mi pare che sono ancora da solo. La sinistra è colpita dalla
sindrome del minoritarismo e dalla paura di vincere. I perdenti sono sicuramente più simpatici, ma chissenefrega, io ho sempre pensato che è meglio vincere».
Bebo Storti, un suo caro amico fra i protagonisti di Si può fare, è consigliere regionale dei Comunisti italiani. Lei non ha mai pensato di candidarsi?
«Ho sempre detto la mia e non mi tiro indietro, ma presentarmi alle elezioni, mai. Me l'hanno chiesto per decenni, ma non sono in grado di occuparmi delle strade e delle fognature. Anche fare il rappresentante di classe nella scuola dei miei figli è stata una gran fatica. Un anno va bene, ma non di più. Per la politica ho però una proposta».
Quale?
«La rotazione. La politica è potere, sia per l'elettore che lo cede, sia per l'eletto che lo assume, con tutti gli annessi e connessi delle deformazioni, delle tangenti, del decisionismo e dei favoritismi a una soubrette amica. E soprattutto è una rogna. Non vorrei stare nei panni di Berlusconi e occuparmi del fallimento delle banche americane, di Alitalia, del latte cinese. Per il suo bene, dico: si faccia da parte e lasci il posto a un altro. Il problema però è che quella poltrona gli resta appiccicata e già questo è un sintomo del fatto che qualcosa non funziona. Non sarà pazzia, ma certo gli somiglia molto».
Da Il Venerdì di Repubblica, 10 Ottobre 2008

di Marco Romani, 10 Ottobre 2008

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