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francesco picerno
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lunedì 22 marzo 2004
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geometria e morale
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Film capolavoro, uno degli esempi più alti di messa in scena del cinema contemporaneo. Van sant non osa chiedersi dove può la morale descrivere un fatto, un evento. Van sant va oltre ed ha il distacco di giocare col cinema, il cinema fatto di filtri, di profondità di campo, di punti di vista e di piani sequenza. Film di rigore soprattutto contenutistico. Non sembra, durante il film, di vedere emozioni, personaggi. Tutto sembra filtrato dalla banalità, ma in questo caso è l'evidente messa in scena e il gioco dei punti di vista a dare forza al film.
Un regista capace di film hollywoodiani del più bieco scopo retorico commerciale, ma com'anche di film coraggiosi, estremi e emotivamente intoccabili.
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Film capolavoro, uno degli esempi più alti di messa in scena del cinema contemporaneo. Van sant non osa chiedersi dove può la morale descrivere un fatto, un evento. Van sant va oltre ed ha il distacco di giocare col cinema, il cinema fatto di filtri, di profondità di campo, di punti di vista e di piani sequenza. Film di rigore soprattutto contenutistico. Non sembra, durante il film, di vedere emozioni, personaggi. Tutto sembra filtrato dalla banalità, ma in questo caso è l'evidente messa in scena e il gioco dei punti di vista a dare forza al film.
Un regista capace di film hollywoodiani del più bieco scopo retorico commerciale, ma com'anche di film coraggiosi, estremi e emotivamente intoccabili.
Film per tutti.
Quelli che amano il cinema.
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marcello fittipaldi
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venerdì 7 novembre 2003
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benvenuti alla columbine high school!
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Gus Van Sant ripercorre l'avvenimento sconcertante della strage avvenuta alla Columbine High School forse perché cercava un soggetto cinematografico tanto cruento da lasciare senza parole anche il più cinico appassionato di horror movies. Forse attraversava un periodo d'apertura al sociale, di risposta costruttiva all'inettitudine dilagante dell'umanita tutta. Forse non riusciva a togliersi dalla mente quel documentario frutto del copioso e impeccabile lavoro di Michael Moore, Bowling a Columbine. Fatto sta che Gus Van Sant ha scelto una storia vera, questa storia, e ha realizzato un film, Elephant, con una superba capacità espressiva e narrativa tale da ricondurci nelle atmosfere grigie e sconcertanti dell'indimenticabile Drugstore Cowboy.
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Gus Van Sant ripercorre l'avvenimento sconcertante della strage avvenuta alla Columbine High School forse perché cercava un soggetto cinematografico tanto cruento da lasciare senza parole anche il più cinico appassionato di horror movies. Forse attraversava un periodo d'apertura al sociale, di risposta costruttiva all'inettitudine dilagante dell'umanita tutta. Forse non riusciva a togliersi dalla mente quel documentario frutto del copioso e impeccabile lavoro di Michael Moore, Bowling a Columbine. Fatto sta che Gus Van Sant ha scelto una storia vera, questa storia, e ha realizzato un film, Elephant, con una superba capacità espressiva e narrativa tale da ricondurci nelle atmosfere grigie e sconcertanti dell'indimenticabile Drugstore Cowboy. Eppure i tempi sono cambiati nell'America della Columbine, i ragazzi non appartengono più alla generazione figlia diretta della Beat Generation. Non è escluso però che ne siano i nipoti.
Gus Van Sant presenta un evento terrificante in un modo che mai avevo visto. La sensazione che accompagna l'intera durata del film è angosciante. Ci si sente soli ad attraversare quegl'interminabili corridoi in compagnia dei protagonisti-non-protagonisti di questo capolavoro dell'inquietudine. Il presagio del crimine aleggia fin dalle prime inquadrature (agghiaccianti) e ti si avvinghia addosso per non lasciarti più fino al giorno dopo. Questo film è la messa in scena di un giorno qualunque della vita vissuta da ragazzi qualunque, in una scuola qualunque, dove altri due giovani qualunque decidono di dare sfogo al lato più oscuro della loro anima: il male.
Inquadrature soffocanti, tempi strettissimi, eco dei passi che si susseguono ridondantemente tra un inseguimento e un altro, tra un punto di vista e un altro. Colori intensi offuscati da un grigiume autunnale che fa da sfondo ad una vera e propria strage degli innocenti. Unico commento all'uscita dalla sala: !
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lorenzo
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lunedì 20 ottobre 2003
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l'elefante fa male
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Anche se esplora il corridoio in ogni minimo dettaglio e ci fa vedere tre volte la stessa scena (il regista parla di elefanti e buddhisti) il passo alla discussione cineforum su vuoto e desensibilizzazione della società americana è breve. Ma la strage, filmata così come è, nella sua più chiara naturalezza, ha qualcosa di aperto e poco esteticamente programmatico.
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rossella
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mercoledì 15 ottobre 2003
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la follia della normalità
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Di una bellezza sconvolgente. durissimo. potrei paragonare il punto di vista del regista, esterno, asettico, al miglior hemingway. nessun tentativo di spiegare, inutile cercare motivazioni a un gesto incomprensibile.
Il vuoto della casa di uno degli assassini,una madre della quale non si vede il volto: gli unici indizi, troppo deboli, per cercare di capire le ragioni di una strage immotivata. immagini bellissime: parco autunnale con alberi d'oro, vetrate che riflettono una luce pulita e scintillante. e ragazzi soli, ognuno chiuso nella sua solitudine, anche nella fuga un silenzio raggelante.
Un film bellissimo, le cui immagini rimarranno impresse, piaccia o no, nella memoria di ciascuno."
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alberto maria spezzaferro
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venerdì 10 ottobre 2003
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voyeurismo spinto fine
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I premi, i facili entusiasmi della critica, il clamore. Ormai ci si è fatto il callo.
E’ così che constatare con gli occhi l’ingiustificatezza di tutto ciò che ha accompagnato e premesso l’arrivo di Elephant nelle sale italiane, non suscita nessuna sorpresa. (A voler essere sinceri, chi scrive, ritiene che non solo questo film non avrebbe dovuto ottenere alcun riconoscimento, ma addirittura non trova neppure molte ragioni di essere). Alcune considerazioni grette: un film di per sé di breve durata, alcune scene si ripetono (viste da angolazioni diverse), ma soprattutto una buona parte del film è dedicata ad inquadrare schiena, spalle e nuca dei ragazzi che la telecamera segue come un segugio.
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I premi, i facili entusiasmi della critica, il clamore. Ormai ci si è fatto il callo.
E’ così che constatare con gli occhi l’ingiustificatezza di tutto ciò che ha accompagnato e premesso l’arrivo di Elephant nelle sale italiane, non suscita nessuna sorpresa. (A voler essere sinceri, chi scrive, ritiene che non solo questo film non avrebbe dovuto ottenere alcun riconoscimento, ma addirittura non trova neppure molte ragioni di essere). Alcune considerazioni grette: un film di per sé di breve durata, alcune scene si ripetono (viste da angolazioni diverse), ma soprattutto una buona parte del film è dedicata ad inquadrare schiena, spalle e nuca dei ragazzi che la telecamera segue come un segugio. Va bene, la camera riprende il tipo di inquadratura del videogioco in soggettiva con il quale uno dei baby-killer allena la mente a fare fuori la gente come i birilli di un bowling: qualcuno potrebbe trovare la cosa significativa, entusiasmarsi addirittura. Ma intanto lo spettatore, a causa di un’ incomprensibile moda di origine europea, si becca per consistente parte del film spalle e schiene, e non solo il criterio dell”interessante” manzoniano va a farsi benedire (giacchè spalle e schiene difficilmente possono essere interessanti), ma anche la buona educazione.
La mancanza dell’interessante è una cifra costante e perdurante per buona parte della pellicola. Tutta la prima parte ed oltre è dedicata alla presentazione di personaggi tipici, se non stereotipi, sui quali la telecamera può soffermarsi brevemente e permettersi di concedere poco spazio ad ognuno perché sono personaggi che per lo più già conosciamo: lo sportivo belloccio e la fidanzata svampita; l’emarginata, sfigata, derisa, brutta e brufolosa; le fighette bulimiche preoccupate dello shopping, etc. Tutti personaggi che bene o male conosciamo perché fanno parte di un bagaglio ormai consolidato di beverly hills, dawson creek, film vari etc. È per questo che Van Sant può permettersi di schizzare il quadro con pochi tratti, pochi brevi dialoghi, inconsistenti e superficiali come giustamente possono essere gli incontri fugaci e casuali in una scuola: perché già sappiamo tutto. Van Sant si avvale di attori non professionisti: non è il primo a farlo, e basta dare uno sguardo nel nostro passato di cinematografia italica per capire quanto siano poco brillanti i suoi risultati in questo esperimento. Parte dei dialoghi è improvvisata: idem come prima. Leggendo qua e là interviste varie, pare di capire che il regista non avesse una sceneggiatura molto definita al momento di andare sul set: vedendo il film la cosa pare più che attendibile. L’impressione è un po’ quella di: “abbiamo la bistecca (ovverossia la strage), e questo è l’importante: due patatine fritte si possono sempre improvvisare”. Cinema sperimentale dunque, oppure, avvalorando la mia tesi, assoluta mancanza di idee.
L’obiettivo di questa prima parte è ritrarre una giornata tipo nella scuola, mostrare la normalità e l’ordinarietà e con essa le anomalie e patologie che normalmente ed ordinariamente la società americana ingloba nell’ordinarietà e normalità.
Data comunque la superficialità (in accezione non necessariamente negativa) fotografica del ritratto, che è un ritratto, istantaneo, senza approfondimenti e psicologismi, il tutto poteva essere fatto in una decina di minuti: ma dato che Van Sant è un’artista e vuole vincere premi, diluisce il tutto con “preziosi” piani sequenza, ralenti, fuori campo, frammentazione temporale senza un particolare rigore di logica e soprattutto: schiene, spalle e nuche.
Si arriva finalmente al film: lo spazio è concesso ai due assassini. Uno sembra un piccolo Trent Reznor (Nine ince Nails, uno di quei gruppi che possono essere facilmente associati al disagio giovanile, nonché uno degli scopritori di Marylin Manson), l’altro sembra un piccolo Eminem (non ha bisogno di presentazioni) e, leggo in un’ intervista poiché dal terribile doppiaggio italiano non traspare, parla rappando.
I genitori a stento li salutano, acquistano le armi in internet, giocano ad un videogame in soggettiva in cui si spara la gente alla schiena, e quando le armi arrivano stanno guardando (oplà!) un documentario sul nazismo.. Manca soltanto un sottofondo del reverendo Manson e invece… sorpresa!: uno dei ragazzi suona il piano (non la chitarra elettrica, proprio il piano) ed esegue Per Elisa. Aleggia il fantasma (oltraggiato) del Ludovico Van. Per finire un accenno ad un episodio omosessuale tra i due: eros/thanatos, Fromm, le interpretazioni in chiave psicologica del nazismo, la violenza come sublimazione dell’omosessualità? Lasciamo stare.
Volendo riassumere: il qualunquismo trionfa sovrano
Poi la strage, ovvero il nucleo del film, rispetto al quale tutto ciò che è venuto prima è un’ inutile premessa.
Un cazzotto allo stomaco, sicuramente, anche un calcio nei testicoli se si vuole, ma non ci voleva molto. Vero che se la regia merita qualche nota di apprezzamento è in questo punto, con i babykiller che si profilano sfocati in fondo ai corridoi, e si avvicinano come fossero le sagome di predator, alien, o di disinfestatori, fino ad essere pienamente visibili, e a rivelare quello che realmente sono. Ma il resto è solo andare sul sicuro: una strage non ha bisogno di molto per fare il suo effetto.
Fin qui, quisquiglie: la critica più importante investe l’idea fondamentale che può stare alla base di un simile progetto.
Al di là della povertà di idee, evidente, traspare infatti una chiara volontarietà del tutto. Elephant vuole essere una fotografia, come prima si diceva. Elephant è una telecamera che segue per un breve arco temporale i movimenti di alcuni ragazzi, in una giornata tipica, ma destinata suo malgrado ad essere una giornata psrticolare. Niente viene spiegato, niente viene approfondito, niente viene amplificato, la rindondanza di nessun significato è ricercata. Anche perché nessun significato viene presentato.
Elephant è una telecamera che filma, non un film.
Siamo nel genere della docufiction: la rappresentazione è misurata, asettica, anche se non così rigorosamente asettica da rinunciare al pesante condimento di autorialità (malriuscita).
Penso ad un film, vincitore anch’esso di un premio: Bloody Sunday, trattava anch’esso di una strage. Ma Bloody Sunday è la ricostruzione fedele di un evento storico al fine di rinnovarne la memoria, è un atto di accusa politica, un film che ha degli obbiettivi e li persegue.
Cos’è invece Elephant?
Un atto di voyeurismo sfrenato.
Per quale motivo potrebbe essere “interessante” vedere questo Elephant, che non dice nulla di più di quello che già si sa se solo si ha sentito parlare, anche solo di sfuggita, della tragedia di Columbine?
Conosciamo i personaggi, sappiamo che negli States le armi si acquistano in internet e chi ha visto il bel Bowling for Colombine sa anche che non c’è bisogno di internet, ma basta il supermercato più vicino; conosciamo i videogames più violenti e spesso ci capita anche di giocarci con gusto, sappiamo tutto il resto. Tutto quello che Elephant mostra prima della strage ci è già noto: cosa rimane dunque se non il “vedere la strage”?
La visione della strage (a differenza del significato che la investe in Bloody Sunday) è qui soltanto ed unicamente la visione della strage, e trova giustificazione soltanto nel voler vedere la strage. Voyeurismo, appunto.
E se è vero che il voyeurismo è l’essenza stessa del cinema, la radice subliminale della sua natura, è anche vero che è buona creanza mascherarlo, dissimulare, fingere.
Elephant non è nulla di più di una di quelle ricostruzioni in fiction di delitti, che vengono fatte da alcuni programmi sensazionalisti americani.
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