Il codardo, a dispetto del titolo, non è un film sulla viltà, ma sull’incapacità si scegliere. Il dilemma che attanaglia il protagonista non è astratto, bensì calato nel contesto storico e sociale dell’India degli anni ’60.
Non è una commedia all’italiana, sebbene Satyajit Ray ai suoi inizi abbia subito l’influsso del nostro cinema, basata sul solito triangolo amoroso, con l’amante giovane ed aitante ed il marito grassoccio e semi alcolista. E’ un dramma esistenziale, che, attraverso la figura emblematica del personaggio dello sceneggiatore, rappresenta le inquietudini di un’intera generazione.
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Il codardo, a dispetto del titolo, non è un film sulla viltà, ma sull’incapacità si scegliere. Il dilemma che attanaglia il protagonista non è astratto, bensì calato nel contesto storico e sociale dell’India degli anni ’60.
Non è una commedia all’italiana, sebbene Satyajit Ray ai suoi inizi abbia subito l’influsso del nostro cinema, basata sul solito triangolo amoroso, con l’amante giovane ed aitante ed il marito grassoccio e semi alcolista. E’ un dramma esistenziale, che, attraverso la figura emblematica del personaggio dello sceneggiatore, rappresenta le inquietudini di un’intera generazione. La donna rappresenta lo spirito antico del suo Paese e, non a caso, è vestita sempre col sari, l’abito tradizionale indiano, il marito, la classe borghese filo occidentale, che vive nel mito del lavoro finalizzato all’arricchimento personale ed annega la sua coscienza nel whisky, il giovane sceneggiatore, la nuova generazione, che non sa decidere da quale parte stare, indeciso fino all’ultimo tra la carriera e l’amore, tra l’ambizione di raggiungere il successo ed una tranquilla vita familiare con un modesto lavoro a Calcutta.
Il plot, apparentemente incentrato su una storia romantico sentimentale, è, dunque, un pretesto per parlare d’altro, della società del suo tempo, dell’angoscia dei giovani intellettuali dell’epoca di non saper scegliere tra due mondi opposti, quello tradizionale, tramandato dagli avi e basato ancora sul sistema delle caste, e quello nascente della modernità fondato sul danaro, sul consumismo e sugli egoismi individuali. Entrambi sono inaccettabili e comportano stili di vita che non soddisfano le aspirazioni del protagonista, che, per questa ragione, non riesce a prendere una posizione netta. Tuttavia, il fatto che egli confessi al suo ospite di scrivere delle sceneggiature banali per film commerciali, per fare soldi, suggerisce che implicitamente sia già sceso ad un compromesso con la propria coscienza, uniformandosi al sentire comune ed accettando le regole non scritte della modernità. Il suo turbamento, mentre viaggia in auto con il ricco produttore di tè che intona una canzoncina inneggiante al danaro, dimostra la consapevolezza di aver ceduto, rinnegando i propri ideali, alla smania collettiva di raggiungere, a tutti i costi, il benessere economico, rinunciando finanche all’amore della sua vita.
Per Ray non saper scegliere equivale a non avere il coraggio di schierarsi per l’uno o per l’altro modo d'essere, ed, in questo caso, è quindi sintomo di viltà. Nella sequenza finale, girata alla stazione ferroviaria, questa estrema indecisione si manifesta nell’incapacità del protagonista di reagire emotivamente quando vede apparire nel buio della notte la sua donna che lo ha raggiunto ai binari, forse per fuggire con lui. Lascerà, ancora una volta, come quando si separarono a Calcutta anni prima, che sia lei a decidere per entrambi.
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