A Beautiful Mind

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Un film di Ron Howard. Con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ed Harris, Paul Bettany, Christopher Plummer.
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Biografico, durata 140 min. - Gran Bretagna 2001. MYMONETRO A Beautiful Mind * * * 1/2 - valutazione media: 3,89 su 70 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il genio e la schizofrenia Valutazione 4 stelle su cinque

di Paolo 67


Feedback: 9827 | altri commenti e recensioni di Paolo 67
martedì 7 febbraio 2012

John F. Nash Jr., 85 anni nel 2013, è considerato tra i matematici più brillanti, geniali, originali e raffinati del '900. L'uomo, che ha rivoluzionato l'economia con i suoi studi di matematica applicata alla «Teoria dei giochi», vinse il premio Nobel nel 1994, a ricompensare una vita piena di dolori. Egli infatti, come ripercorre il film, dovette attraversare una personalissima odissea attraverso il tunnel della schizofrenia, la più grave delle malattie mentali dalla quale è guarito dopo circa 30 anni di terapie quali l'elettroschoc e lo schock insulinico, che lo hanno segnato nel fisico ma non nella mente. Oggi insegna a Princeton, una delle università più prestigiose d'America. Ron Howard dirige una biografia romanzata avvincente nel rispetto dei codici narrativi di Hollywood, un po' edulcorata e retorica, giocata sui buoni sentimenti (l'amore non conduce alla follia, la contrasta, può disperdere le ombre di una mente sublime e avvilita). La storia vera di Nash diventa romanzo d'appendice. Privata delle ambiguità (si sorvola su omosessualità e antisemitismo) punta molto sulle doti dell'attore protagonista, eccellente come al solito nella sua recitazione da Actors' studio, che suggerisce la complessità della personalità irrequieta e eccentrica di Nash con una interpretazione da grande attore, giustamente candidata all'Oscar che avrebbe meritato. Crowe sa trasmettere la malattia mentale, ma va al di là dei confini convenzionali tra normalità e follia. Di Nash non sapremo mai dove finisce la sua personalità anticonvenzionale e dove comincia la vera malattia mentale. La brillante sceneggiatura di Akira Goldsman (che vinse l'Oscar) è basata sulla biografia “Il genio dei numeri” di Sylvia Nasar, dalla quale si prende diverse licenze, inventando episodi mai avvenuti, e con lacune che lasciano domande in sospeso e celando gli aspetti più imbarazzanti (come i deliri del protagonista riguardo il contatto cogli extraterrestri e l'essere imperatore dell'Antartide). La svolta centrale e' del tutto inaspettata: a sorpresa lo spettatore passa dal realismo oggettivo all'incubo soggettivo, un rischioso taglio paranoide dove però si dimostra l'intelligenza del regista e dello sceneggiatore. Howard è molto bravo nel condurci nella follia, nel procurci una inquietudine profonda. Lo spettatore viene coinvolto nel delirio di Nash, i cui fantasmi paranoici non vengono banalizzati nella dimensione patologica ma assurgono a quella più propriamente umana, a una grandezza non più solo scientifica. Grazie alle terapie, all’amore della sua compagna, alla volontà e alla ragione Nash guarisce, ma quando diventa cosciente dei suoi fantasmi non li nega: li tiene a bada, li scruta con sguardo alto, leggero e tenace, per viverne la passione e non lasciarsene travolgere. Il film lancia così, dopo tanta angoscia, un segnale di speranza: è possibile non soccombere. Oltre a quello per la sceneggiatura non originale, Oscar -non scontato- al film, alla regia (a premiare un regista giunto alla piena maturità artistica) e all'attrice non protagonista, una magnifica Jennifer Connelly che recita sottotono e intensamente, restituendo con incanto l'idea del sacrificio che una persona amata può imporre alla nostra vita. Invece di essere il simbolo di un'ambizione meravigliosamente realizzata grazie a determinazione e energia individuale (l'ideologia più diffusa in tutto il cinema americano) lascia allo spettatore del film la sensazione di una infinita rassegnazione. Intrattenimento insolito su temi importanti ancora poco affrontati, “A beautiful mind” non si può definire un film d’autore, ma è un ottimo film popolare, nel senso che, da anni, il cinema di Hollywood aveva perduto. Ron Howard ha dimostrato di saper raccontare la vita come i registi americani degli anni quaranta: la verità con un po' di sentimento e fiaba in più. 

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