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tonimorris
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venerdì 18 novembre 2011
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una storia d'altri tempi
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Intervistato durante un programma radiofonico, Pupi Avati ha dichiarato di aver tratto ispirazione per la sceneggiatura di questo film dalla storia dei suoi nonni a cavallo del ventennio fascista, quando era indiscusso il ruolo egemone del maschio e la donna, succube, era destinata a sopportarne, con infinita pazienza, non solo le mattane ma anche le continue infedeltà, vissute, queste ultime, non alla stregua di adulteri veri e propri, ma piuttosto come la soddisfazione di impellenti necessità fisiologiche; tradimenti consumati quindi “innocentemente”, quasi fini a se stessi, incapaci di minare la stabilità di un rapporto coniugale e verso cui le mogli erano ormai abituate e rassegnate.
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Intervistato durante un programma radiofonico, Pupi Avati ha dichiarato di aver tratto ispirazione per la sceneggiatura di questo film dalla storia dei suoi nonni a cavallo del ventennio fascista, quando era indiscusso il ruolo egemone del maschio e la donna, succube, era destinata a sopportarne, con infinita pazienza, non solo le mattane ma anche le continue infedeltà, vissute, queste ultime, non alla stregua di adulteri veri e propri, ma piuttosto come la soddisfazione di impellenti necessità fisiologiche; tradimenti consumati quindi “innocentemente”, quasi fini a se stessi, incapaci di minare la stabilità di un rapporto coniugale e verso cui le mogli erano ormai abituate e rassegnate. La vicenda ruota intorno alla diversa esistenza condotta da due famiglie, una ricca, quella degli Osti, con due figlie entrambi in attesa di un principe azzurro che mai si presenta all’orizzonte e l’altra, quella dei Vigetti, povera ed indigente, in cui vive Carlino (Cesare Cremonini), giovane spiantato senza arte né parte, noto nel circondario per i robusti appetiti sessuali ed incubo dei genitori di ragazze in età da marito che egli ammaliava, complice un alito al “biancospino” che, solo su di esse, produceva un tale effetto afrodisiaco da farle capitolare subito nelle sue braccia. Ed ecco che proprio a Carlino viene offerta la possibilità di cambiar vita scegliendosi una moglie tra le due ricche ma bruttine e segaligne zitelle, non senza però il miraggio di una scattante Moto Guzzi e dell’appannaggio gratuito di dieci anni del fondo dove la sua famiglia conduce la grama esistenza. L’occasione è ghiotta e tutto sembra andare per il meglio, ma i piani falliscono per il fatale quanto fortuito incontro con Francesca, terza figlia adottiva di Osti, con il promesso sposo. Un vero e proprio colpo di fulmine scocca tra i due e dà il via ad una serie di tragicomici avvenimenti che portano lo scompiglio nella vita dei due nuclei familiari. Dopo gli anni della sua giovinezza narrati con cinica ironia ne Gli amici del bar Margherita (2009), Pupi Avati seguita a raccontarci come eravamo dipingendo un godibile e pittoresco affresco di un’epoca lontana in cui compenetrarsi con le proprie reminiscenze. Particolarmente versatile nella formazione del cast, il regista bolognese si dimostra ancora una volta abile ad ottimizzare le perfomance dei suoi attori riuscendo a trasformare Cremonini, cantautore di successo con piccole esperienze di recitazione, in un godibile e ruspante latin lover e far interpretare, sdoganandolo dai consueti ruoli gigioneschi, ad Andrea Roncato (papà Vigetti), una parte intensa e sofferta che lo fa particolarmente apprezzare, cosa peraltro già accaduta con Ezio Greggio, premiato con il Nastro d’argento 2008 come miglior attore non protagonista nel film Il papà di Giovanna (2008). Ancora una citazione per il bravo Gianni Cavina (Sisto Osti) e Micaela Ramazzotti (Francesca) che rende al meglio la figura della donna innamorata disposta a tutto per coronare il suo sogno d’amore.
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archipic
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giovedì 9 febbraio 2012
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leggero ma grottesco
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Quest'ultimo film dei Avati si lascia guardare facilmente, forse troppo; una storia leggera ambientata in un'Italia (seppur appena appena accennata) dove l'uomo comandava a bacchetta e le donne o sottostavano o facevano le meretrici vivendo meglio (ma sottostavano lo stesso). Qualche spunto spiritoso, qualche altro (pochi) più introspettivo. La cosa che, a mio parere, salta agli occhi è lo spirito grottesco e caricaturale che l'autore/regista ha voluto dare a quasi tutti i personaggi della storia, facendo venir fuori un ritratto di famiglia che si lega si ai tempi (italia anni '30) ma che ben presto si caratterizza più per la bizzarria delle situazioni che per lo svolgimento della storia in sè.
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Quest'ultimo film dei Avati si lascia guardare facilmente, forse troppo; una storia leggera ambientata in un'Italia (seppur appena appena accennata) dove l'uomo comandava a bacchetta e le donne o sottostavano o facevano le meretrici vivendo meglio (ma sottostavano lo stesso). Qualche spunto spiritoso, qualche altro (pochi) più introspettivo. La cosa che, a mio parere, salta agli occhi è lo spirito grottesco e caricaturale che l'autore/regista ha voluto dare a quasi tutti i personaggi della storia, facendo venir fuori un ritratto di famiglia che si lega si ai tempi (italia anni '30) ma che ben presto si caratterizza più per la bizzarria delle situazioni che per lo svolgimento della storia in sè. Un pò irritante il personaggio "interpretato" da Cremonini che vive solo e soltanto in funzione della gnocca; vabbè che è un illetterato bifolco di campagna ma a tutto c'è un limite. Molto sopra le righe le interpretazioni degli altri attori, più attenti a dare un tocco farsesco al loro recitare cheinvece tratteggiare, come era forse preferibile, un'umanità all'epoca in perenne lotta con le convenzioni e lo stato sociale. L'unico attore che mi è sembrato più calato nella parte è Andrea Roncato, che ha delineato con maestria la figura di in padre umile ma mortificato dalla imbecillità del figlio e dalla cattiveria e la meschinità del padrone della terra che lavora. In conclusione un film che non disturba più di tanto ma che non lascia molto dietro di sè.
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riccardo76
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lunedì 21 novembre 2011
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una commedia mediocre su ogni aspetto
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Dopo il bellissimo e drammatico Una Sconfinata Giovinezza, Pupi Avati ritorna con un’esile commedia, deludendo alla grande. L’intenzione del regista era - così afferma lui stesso - quella di raccontare la storia d’amore dei suoi nonni. L’idea poteva essere interessante, peccato che nel realizzarla Avati si sia lasciato andare ad una serie di elementi favolistici quanto assurdi, che impediscono di rendere credibile la storia. Si pensi, tanto per cominciare, all’alito al biancospino del protagonista, che fa innamorare di sé ogni ragazza che lo assapori: davvero un espediente ridicolo e alquanto imbarazzante; per non parlare poi dell’evidente, quanto fuori luogo, citazione alla fiaba di Cenerentola, con tanto di sorelle brutte e stolte da maritare, alle quali il “principe” preferisce la bella sorellastra.
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Dopo il bellissimo e drammatico Una Sconfinata Giovinezza, Pupi Avati ritorna con un’esile commedia, deludendo alla grande. L’intenzione del regista era - così afferma lui stesso - quella di raccontare la storia d’amore dei suoi nonni. L’idea poteva essere interessante, peccato che nel realizzarla Avati si sia lasciato andare ad una serie di elementi favolistici quanto assurdi, che impediscono di rendere credibile la storia. Si pensi, tanto per cominciare, all’alito al biancospino del protagonista, che fa innamorare di sé ogni ragazza che lo assapori: davvero un espediente ridicolo e alquanto imbarazzante; per non parlare poi dell’evidente, quanto fuori luogo, citazione alla fiaba di Cenerentola, con tanto di sorelle brutte e stolte da maritare, alle quali il “principe” preferisce la bella sorellastra. Si potrebbe chiudere anche un occhio su tali elementi, considerandoli magari come innocui divertissement dell’autore, ma il problema è che ad essi si accompagna una sceneggiatura del tutto mediocre, con dialoghi a tratti assurdi e situazioni mal realizzate e involontariamente ridicole, come, ad esempio, il pianto del protagonista nel momento della scelta tra le due sorelle.
Certo, gli attori non aiutano alla riuscita del film, e, tralasciando l’incomprensibile scelta del cantante Cremonini (con tutti i bravi attori che ci sono in giro!) anche la brava Micaela Ramazzotti finisce per perdersi in questa assurda operazione, rendendo il suo personaggio una ridicola macchietta. Tale appare infatti la ragazza che s’innamora del protagonista alla prima alitata, e si ostina a proteggere la sua verginità in una società meschinamente maschilista, dove il fine di un matrimonio è costituito dal mero bisogno fisiologico di sesso: emblematica è la frase di Cremonini: “Non posso aspettare così tanto ! Dobbiamo sposarci subito! Io devo fare l’amore! Non ce la faccio più!”.
Come suggerisce il titolo, l’intenzione di Avati è quella di dimostrare quanto grande fosse l’amore delle mogli di una volta, disposte a perdonare i tradimenti dei mariti, resi leciti dal maschilismo vigente, figlio dell’ideologia fascista; ma nel farlo non sembra preoccuparsi di denunciare una società disgustosamente antifemminile, anzi, finisce per sembrare di compiacersi con essa, sforzandosi di farci apparire simpatico uno dei protagonisti tra i cosiddetti “buoni” più antipatici e disgustosi apparsi sul grande schermo.
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[+] il bel principe
(di martialis12)
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stefoli
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lunedì 21 novembre 2011
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il cuore grande delle ragazze, di pupi avati
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Il Cuore Grande delle Ragazze, un Film di Pupi Avati.
Il film del Regista Sceneggiatore racconta una Storia che ha dell'inverosimile, e raccontata in una campagna marchigianna, narra di un giovane semianalfabeta che si divertiva ad amoreggiare di tutte le più belle ragazze del paese.
Proveniente da una famiglia di contadini che avevano una casa povera in un potere di un ricco villico, aveva un piccolo fratello e una strana sorella che non usciva mai dalla sua stanza, perchè non aveva il periodo del ciclo mestruale.
Il villico convince i genitori perchè il giovanotto di buona prestanza fisica (Cesare Cremonini), potesse sposare una delle sue due figlie da maritare e abbastanza bruttine, in cambio di una sicura rimanenza nella loro casa e di una Motoguzzi.
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Il Cuore Grande delle Ragazze, un Film di Pupi Avati.
Il film del Regista Sceneggiatore racconta una Storia che ha dell'inverosimile, e raccontata in una campagna marchigianna, narra di un giovane semianalfabeta che si divertiva ad amoreggiare di tutte le più belle ragazze del paese.
Proveniente da una famiglia di contadini che avevano una casa povera in un potere di un ricco villico, aveva un piccolo fratello e una strana sorella che non usciva mai dalla sua stanza, perchè non aveva il periodo del ciclo mestruale.
Il villico convince i genitori perchè il giovanotto di buona prestanza fisica (Cesare Cremonini), potesse sposare una delle sue due figlie da maritare e abbastanza bruttine, in cambio di una sicura rimanenza nella loro casa e di una Motoguzzi.
Così il giovane passava giornate con le due giovanette, e a dimostranza della sua capacità amatoriale, alitava loro il suo fiato che a loro dire profumava di Biancospino, fiore che quando fioriva per loro, dava speranza e buonodore.
Ma il giovane non si decideva, e quando arriva da Roma la figlia adottiva del villico, egli, sempre facendo sentire l'odore del suo alito, la fa invaghire di lui tanto al punto che ella tenta il suicidio, perchè la seconda moglie del villico, anch'ella romanaccia, la chiude in camera.
Così si convincono a farli sposare, ed anche il villico che l'aveva cacciato di casa si riappacifica con i contadini.
Ma, una vota per il matrimonio, raggiunta la chiesa, il contadino si era frainteso con il prete, e, la chiesa era chiusa.
Non trovando un'altro prete, comunque tutti partono per l'osteria del pranzo del matrimonio, ma succede la lite, perchè il villico li rinuncia di nuovo.
Il contadino ha un malore, e dopo le pregherie oratorie al padreterno, muore d'infarto.
I due si sposano privatamente e partono per un viaggio di nozze, ma nella prima notte il giovane incontra una cameriera che era una sua vecchia fiamma ed invece di andare a letto con la moglie, va con lei.
La moglie parte per la puglia da una zia, e dopo numerose lettere di perdono, le arriva un telegramma della morte per suicidio per impiccaggione del giovane.
Arrivata al paese per il funerale l'incontra perchè lui le ha fatto questo brutto scherzo.
Allora c'è una forte lite ma lei viene convinta a forza da lui a seguirla, ed arrivati alla pianta di biancospino vicino la vecchia casa consumano il loro matrimonio.
Avranno poi quattro figli.
E' una storia divertente, surreale, e forse anche vera, nello stile di Pupi Avati.
Recensione di Stefano Guadagnoli/ stefanoguadagnoli@libero.it
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[+] magari sarebbe meglio non rivelare il finale
(di riccardo76)
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