Cristina Piccino
Il Manifesto
Dobbiamo ringraziare la Settimana della critica - che sta sfornando sorprese eccentriche e di obliquità - per Mater natura, film italiano targato Napoli che ha dentro generazioni artistiche di grandi attori partenopei e facce potenti e che ha conquistato il Lido (tutto esaurito alle proiezioni). Lo dirige Massimo Andrei, al suo primo lungometraggio, regista che viene dal teatro a confermare la vitalità di una «contaminazione» che in Italia nell'ultimo decennio ha prodotto immagini mai scontate inventando anche al cinema nuove generazioni di attori e di fisicità, duellanti con la logica della produzione che calcola oggi il valore di un film per «quote» di nome famoso e mai divenuto però, almeno in esempi recenti, profitto su schermo o attrazione internazionale. Andrei punta su altro. Intanto Enzo Moscato sempre magnifico, che nel suo Europa filosofo e marchettaro che rifiuta il sopruso dello sfruttamento ci mette il gesto raffinato del suo teatro, la grazia della sua sapienza poetica e del pensiero, l'umorismo come necessità rivoluzionaria a sconfiggere la rozzezza del dogma. Non piacerebbe sicuramente a Ratzinger e ai suoi seguaci e a tutti quelli, a destra come a sinistra, che impallidiscono appena si tocca la famiglia magari solo per a pensarne un'altra che di fatto nel quotidiano di molti c'è, allargata, mobile, non «legame di sangue» ma complicità, scelta, amore. Desiderio (Maria Pia Calzone) è un transessuale che si innamora di un ragazzo, Andrea, lasciando così marciapiede e squallide stanzette d'hotel. Ma Andrea (che è Valerio Foglia Manzillo, già visto nell' Imbalsamatore di Garrone) deve sposarsi e preferisce a lei il matrimonio in chiesa. Intanto gli amici-famiglia trans di Desiderio stanchi di aggressioni, soprusi e false promesse, il politico che li usa promettendo cambiamenti per tradirli subito dopo - guai a toccare la famiglia in campagna elettorale pure se poi pare che i centrosinistra spingerà per i Pacs - aprono Mater natura. Niente pompini o quant'altro è l'intento, solo consulenze parapiscologiche con la gente (maschi) di sessualità repressa - «diciamo che sei gay dentro» dice una delle maternatura al suo cliente ). E teatro, agricoltura, piaceri in quell'«agrifuturismo» tra il fuoco del vulcano e il mare, il maschile e il femminile. Un fuoriconfine che è cuore e cifra del film, commedia mischiata a mèlo d'amore ai siparietti musicali e a quel pop di colori, luci e paradossi che a Napoli è realtà. Qualche critico ha storto il naso, «luoghi comuni», «cose già viste», a conferma che la «sceneggiata» è assai più disturbante. Si ride molto con Mater natura e pure però ci si vedono snocciolati senza autoritarismo le potenzialità di una resistenza nella piacevolezza, dunque pericolosa ancora di più, alle dottrine teo-con che sfiorano anche l'animo laico. Un fare-cinema pieno, eccessivo, squilibrato, sul confine delle immagini in cui si rispecchia il confine della sessualità, quel maschile-femminile-altro che è potenza dell'immaginario.
da Il Manifesto, 7 settembre 2005