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Non vedevo un film di guerra realizzato così bene dal 1998 (Saving Private Ryan by S. Spielberg) e ci voleva Alex Garland (che dopo Civil War firma un altro successo), seppure in ausilio a Ray Mendoza, ex marine che filma i veri novanta minuti che ha vissuto nel 2006; qui la sua unità venne aggredita in un agguato a Ramadi in un’operazione che doveva solo essere attività di pattugliamento e sorveglianza.
Non è solo un altro war movie; è un atto di ricostruzione mnemonica quasi documentaristica, girato in (quasi) real time, basato sulle memorie collettive del plotone Alpha One – non su una sceneggiatura inventata, ma su testimonianze di chi c’era, inclusa quella di Mendoza stesso (interpretato da D’Pharaoh Woon-A-Tai). Una missione di sorveglianza in una casa civile di Ramadi diventa un incubo claustrofobico: granate lanciate da buchi di cecchino, IED che esplodono durante l’evacuazione, feriti gravi, comunicazioni radio che gracchiano nel panico, e un’uscita sotto fuoco che sembra non arrivare mai.
Garland porta la sua freddezza stilistica da Ex Machina e Annihilation – inquadrature pulite, desaturazione chirurgica, suono immersivo che ti entra nelle ossa – ma qui la mette al servizio di Mendoza, che impone una fedeltà assoluta: niente eroismo hollywoodiano, niente monologhi motivazionali. Il film rifiuta il melodramma e il commento politico esplicito sull’Iraq War. Non ti spiega perché erano lì, non giudica la guerra, non celebra né condanna: mostra solo cosa succede quando un’operazione “di routine” implode in un edificio trasformato in trappola.
Ed è proprio qui che sorge la domanda cruciale: è cinema propriamente detto, o è qualcos’altro? Rispetto a un’opera come A House of Dynamite, Warfare non è finzione pura né documentario. È una rievocazione mnemonica: i fatti sono veri, le emozioni ricostruite fedelmente, i dialoghi estrapolati da ricordi reali, i movimenti tattici verificati da chi li ha eseguiti. Eppure è montato, illuminato, sonoro-progettato con maestria cinematografica. Il suono – esplosioni sorde che ti fanno sobbalzare, il sibilo dei proiettili che sfiorano, il respiro affannoso – è da Oscar (merito anche del design sonoro che mi ha ricordato Black Hawk Down). La regia alterna piani stretti per la claustrofobia (la casa come scatola mortale) a inserti radio per il caos esterno, creando un ritmo che non molla mai: 95 minuti senza respiro, senza pause per riflettere.
Funziona perché trasforma lo spettatore in testimone oculare. Non empatizzi con i personaggi come in un dramma classico (i soldati sono professionisti, non eroi romantici; li vedi agire, non “sentire” in modo didascalico). Empatizzi con il terrore fisico: il sudore, il sangue, la fatica di trascinare un compagno ferito su per le scale sotto fuoco incrociato. È cinema del corpo, non della psicologia. Ricorda il realismo viscerale di The Hurt Locker (Bigelow) o All Quiet on the Western Front (Berger, 2022), ma va oltre: non c’è catarsi, non c’è redenzione. Finisce e basta, con i sopravvissuti che escono distrutti, e tu resti lì, con il cuore in gola.
Rispetto a Saving Private Ryan, Spielberg usava il realismo per interrogare il senso del sacrificio e la fratellanza; qui Garland e Mendoza usano il realismo per negare qualsiasi senso superiore. Non c’è “perché” eroico: c’è solo il “come” si sopravvive minuto per minuto. È più vicino a un esperimento fenomenologico che a un blockbuster di guerra. Non ti lascia con un messaggio pacifista o patriottico; ti lascia con l’adrenalina e un senso di inutilità palpabile.
Però è bellissimo da vedere – nel senso più brutale del termine. La fotografia rende ogni granata, ogni scheggia, ogni goccia di sangue tangibile. Il cast èimpeccabile nel trattenere: non recitano “emozioni”, incarnano procedure sotto stress. Èun film che ti fa sentire la guerra come lavoro estremo, non come avventura.
È cinemaperché usa tutti gli strumenti del medium (montaggio, suono, inquadratura, performance) per creare un’esperienza estetica e sensoriale unica. Ma è anche “qualcos’altro”: un memoriale vivente, una terapia collettiva per chi c’era (Mendoza ha detto che scrivere con Garland è stato come andare da un terapeuta), un atto etico di fedeltà alla memoria contro la mitizzazione hollywoodiana. Non è propaganda, non è intrattenimento puro: è testimonianza trasformata in arte.
Se amate il cinema che ti scuote fisicamente prima che intellettualmente, Warfare è imprescindibile. Garland e Mendoza non salvano il soldato: ti fanno sentire quanto costa salvarne anche uno solo. E quanto, a volte, non basti.
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