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Quello gotico è un genere letterario nato nella seconda metà XVIII secolo, che prevede la commistione di elementi romantici e dell’orrore, caratterizzandosi per alcuni punti chiave quali l’ambientazione in castelli diroccati o comunque ambienti cupi e tenebrosi, nonché la ricorrenza di misteri inquietanti che giocano una parte centrale nella storia.
Anche in cinematografia questo genere ha preso piede ricevendo ampia diffusione con la trasposizione di numerosi romanzi gotici. Tra gli autori più prolifici in questo settore, c’è sicuramente l’americano James Whale, regista di quest’opera e di numerose altre del filone, tra cui va ricordata il “Frankenstein” girato l’anno prima e reso indimenticabile dall’interpretazione che Boris Karloff dette della creatura mostruosa.
Con “Il castello maledetto” Whale propone in modo tassativo tutti gli elementi classici del filone gotico (richiamati anche nello stesso titolo, sia nella versione italiana che in quella originale “The Old Dark House”), in modo talmente rigoroso da restare quasi imbrigliato dentro una struttura narrativa che ha la pecca di risultare troppo prevedibile.
Le scene horror, sono stemperate dalla narrazione leggera ed ironica (humor nero); le storie romantiche non hanno quell’intensità emotiva che serve per avvincere e restare impresse.
Ottimo il cast, guidato dal già citato Karloff, che dopo il successo dell’anno precedente, rinnova il sodalizio artistico con Whale; anche stavolta il grande attore inglese riesce con la sua straordinaria presenza scenica e con i suoi sguardi e smorfie inquietanti, valorizzati dai primi piani di Whale, a sostenere pressoché interamente la parte horror dell’opera.
Quasi tutti gli altri componenti del cast erano agli inizi e meno noti di Karloff, che al momento dell’uscita della pellicola costituiva la maggiore attrazione; tuttavia i grandissimi Melvyn Douglas e Charles Laughton, proprio i due che in seguito avrebbero avuto la carriera più gloriosa, vennero già allora indicati in primo piano insieme a Karloff nei titoli di testa. Sempre agli inizi era anche Raymond Massey, che qui fa uno dei buoni, ma che negli anni successivi spesso ricoprirà ruoli da antagonista, come nello strepitoso “Arsenico e vecchi merletti” di Frank Capra, che viene alla mente perché Massey stava in scena con un trucco che lo faceva volutamente assomigliare proprio a Karloff con tanto di battute ironiche che ci giocavano sopra.
Nei ruoli femminili si ricorda la bionda e avvenente Gloria Stuart, molto nota negli anni ’30 (recitò per Whale anche nel celebre “L’uomo invisibile”) e tornata alla notorietà in età avanzata con la partecipazione a “Titanic” di Cameron.
Ottimo il trucco e parrucco, fondamentale per la riuscita del personaggio di Karloff, come lo era stato l’anno prima nel già citato “Frankenstein”.
Non riuscito il personaggio di Saul, che compare nel finale.
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