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registrattore_800
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domenica 21 giugno 2026
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una sorprendente director''s cut
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Il film girato nel 2008 fra Potenza e il Limburg per raccontare le vite delle famiglie i cui uomini emigrarono per essere impiegati come minatori e poter mandare di che vivere ai loro cari giù in Basilicata, torna in sala in versione estesa. Tale fenomeno rispecchia un po' quello che succede oggi nelle nostre realtà ai lavoratori africani i quali, pagati poco dalle aziende proprietarie, vedono quel poco come una manna dal cielo che garantisce loro un minimo di tranquillità. Se solo molti di noi ricordassero quanto successe a noi italiani nel corso della storia ci sarebbe senz'altro più solidarietà e si convivrebbe meglio.
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Il film girato nel 2008 fra Potenza e il Limburg per raccontare le vite delle famiglie i cui uomini emigrarono per essere impiegati come minatori e poter mandare di che vivere ai loro cari giù in Basilicata, torna in sala in versione estesa. Tale fenomeno rispecchia un po' quello che succede oggi nelle nostre realtà ai lavoratori africani i quali, pagati poco dalle aziende proprietarie, vedono quel poco come una manna dal cielo che garantisce loro un minimo di tranquillità. Se solo molti di noi ricordassero quanto successe a noi italiani nel corso della storia ci sarebbe senz'altro più solidarietà e si convivrebbe meglio.
In questa director's cut del film si va a sondare più nel profondo dell'umanità e dei valori dei protagonisti. La scena in cui giocano a calcio con un osso di stinco e il sagrestano li redarguisce perché l'osso è cibo per i cani, più che oggetto di divertimento per loro è emblematica, e soprattutto viene data maggior importanza ai momenti pedagogici (più che didattici) con il maestro di scuola.
Anche la lettera che si scrivono Armando e Mario nel finale ribadisce la loro amicizia che si rafforza proprio in ragione delle rispettive diversità con cui l'uno "completa" l'altro.
Fulvio è ritornato su questa sua opera realizzata anni addietro e, come ogni autore, è maturato rispetto ad allora e ha così impreziosito il suo film con delle sequenze in più, che invogliano lo spettatore a empatizzare maggiormente con i protagonisti e con le loro dinamiche e sentimenti.
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roberto di cicco
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domenica 5 luglio 2026
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nostri migranti
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Ambientato tra antichi e poveri paesini della Lucania dei primi anni ‘60 e i centri minerari del Belgio, luoghi di attrazione industriale di flussi di un’umanità migrante da altre nazioni europee in cerca di migliori condizioni di vita, così come inevitabilmente avviene oggi tra le due sponde del Mediterraneo, i registi e produttori nonché sceneggiatori ed ottimi attori Fulvio Wetzl e Valeria Valiano costruiscono una narrazione che ci tocca fin nel profondo delle realtà esistenziali delle famiglie coinvolte. I registi, lasciando scorrere i titoli di testa, ci informano dell’avvenuto accordo “minatori - carbone” nel 1946 tra il Belgio e l’Italia affinché, con allettanti promesse di nuove e migliori sistemazioni si sollecitassero i nostri concittadini, principalmente meridionali provenienti dalle terre povere del Sud, ad intraprendere il “viaggio della speranza”, per alimentare l’industria estrattiva fiamminga.
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Ambientato tra antichi e poveri paesini della Lucania dei primi anni ‘60 e i centri minerari del Belgio, luoghi di attrazione industriale di flussi di un’umanità migrante da altre nazioni europee in cerca di migliori condizioni di vita, così come inevitabilmente avviene oggi tra le due sponde del Mediterraneo, i registi e produttori nonché sceneggiatori ed ottimi attori Fulvio Wetzl e Valeria Valiano costruiscono una narrazione che ci tocca fin nel profondo delle realtà esistenziali delle famiglie coinvolte. I registi, lasciando scorrere i titoli di testa, ci informano dell’avvenuto accordo “minatori - carbone” nel 1946 tra il Belgio e l’Italia affinché, con allettanti promesse di nuove e migliori sistemazioni si sollecitassero i nostri concittadini, principalmente meridionali provenienti dalle terre povere del Sud, ad intraprendere il “viaggio della speranza”, per alimentare l’industria estrattiva fiamminga. Mestamente ed a posteriore il film è dedicato a quel dolce vivace e verace Armando, uno degli iconici “guaglioni” lucani protagonisti del film, in ricordo del suo tragico e fatale incidente occorsogli nel 2020.
Siamo nel vivo della realtà di questo paesino della Lucania dove la vita si svolge tra le occasionali attività lavorative degli adulti rimasti e i giochi semplici e quasi arcaici dei ragazzi uniti da profondi sentimenti di amicizia ed allegria, nonostante le ben evidenti e diverse provenienze di estrazione sociale. La vicinanza familiare interrotta dai suoi membri emigrati si nutre di interminabili attese al telefono pubblico, di telefonate provenienti da padri e parenti partiti per “la miniera” da anni e quindi poi tutto invita al ricongiungimento. In paese gli unici presidi pubblici di incontro e vitalità collettiva sembrano affidati, in parte alla scuola, dove un bravo maestro riesce a suscitare curiosità e creatività e, in altra parte, alla immancabile presenza dell’istituzione religiosa a cui è destinata la consolazione dalle difficoltà di una vita con poche possibilità emancipative per cronica insufficienza di sviluppo e lavoro. Non mancano richiami meridionalisti per come l’Unità d’Italia ha fortemente penalizzato il Sud (per es. si accenna ai “briganti” Ninco Nanco e Carmine Ruocco e ai massacri di Nino Bixio).
Nella seconda parte il racconto si trasferisce nelle brume del distretto minerario dove avviene il ricongiungimento delle due famiglie. Il misero alloggio ottenuto dalla ditta con cui il papà Michele con altri due figli accolgono il resto della famiglia sopraggiunta, nella loro essenziale dignità e ristrettezza, ci riportano alla memoria i bellissimi disegni - come i mangiatori di patate - che a fine Ottocento Van Gogh farà proprio lì nel Borinage, per sottolineare con vigorosa espressività monocromatica le condizioni di miseria e profonda dignità vissute dai minatori religiosamente nell’intimo raccoglimento della famiglia. Il processo di integrazione per i ragazzi come per gli adulti sarà difficile e sofferto ma il film, pur denunciando implicitamente gli ingiusti squilibri territoriali delle dinamiche economiche, invita comunque ad apprezzare gli arricchimenti culturali e sociali che le inevitabili migrazioni di umani comportano nel percorso storico, così come del resto è sempre avvenuto. Il messaggio è allorquando attuale. Bravissimi gli attori e brillante la recitazione dei giovani ed improvvisati attori che svolgono ruoli difficili e da protagonisti. Belli gli inquadramenti, i giochi di luce e controluce e l’indagine introspettiva affidata ai primi piani..
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giovedì 2 luglio 2026
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vite viste da vicino
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Grafia personale e partecipe, quella di Wetzl. Il suo è tocco particolare, vicino che è come una carezza, ma che mantiene la distanza del film di denuncia.
Un film storico, ma che valica il tempo.
Il tempo del racconto fatto di sguardi, di pelle, carnagione che quasi la tocchi, fatto di tinte di spiragli e muri, o bui e ombre.
Tempo fatto di corse e discese col carretto tra i vicoli o da cumuli di carbone, fatto di ore sottoterra che non si sa se si riemerga mai a quella luce del giorno di festa.
Un racconto fatto ad altezza di bambino, di più: all'altezza di bambino. La camera sfiora i volti dei giovani attori, rimane al loro fianco, si sforza con loro di cogliere qualcosa di buono con serissima allegria, in una quotidianità dura, cangiante, ma da fare propria a tutti i costi.
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Grafia personale e partecipe, quella di Wetzl. Il suo è tocco particolare, vicino che è come una carezza, ma che mantiene la distanza del film di denuncia.
Un film storico, ma che valica il tempo.
Il tempo del racconto fatto di sguardi, di pelle, carnagione che quasi la tocchi, fatto di tinte di spiragli e muri, o bui e ombre.
Tempo fatto di corse e discese col carretto tra i vicoli o da cumuli di carbone, fatto di ore sottoterra che non si sa se si riemerga mai a quella luce del giorno di festa.
Un racconto fatto ad altezza di bambino, di più: all'altezza di bambino. La camera sfiora i volti dei giovani attori, rimane al loro fianco, si sforza con loro di cogliere qualcosa di buono con serissima allegria, in una quotidianità dura, cangiante, ma da fare propria a tutti i costi. Poi interroga gli adulti, si pone loro di fronte, scavando tra le rughe da vicino, mentre con una caparbietà che travalica gli spazi e le distanze, ricuciono lenzuoli come fossero Sindoni. Li accompagna tra terre diverse a ridisegnare incessantemente il luogo di un senso di famiglia concreto, privato, e pubblico anche, che tenacemente ogni volta si faccia comunità.
Poi c'è la scuola: di questo come insegnante ringrazio gli autori. Luogo della parola, luogo della poesia e della comprensione. Luogo di ponti da gettare percorrere per attraversare o per raggiungere. La scuola che è posto. Posto dell'essere, dell'esserci o del mancare.
Alda Mazzeri
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