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alex2044
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lunedì 16 febbraio 2026
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uno dei migliori film di questa stagione
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Uno dei migliori film di questa stagione . Si vede con trasporto e ci si immedesima per comunanza . Il rapporto padre figli , nella società moderna è un problema che non sempre ha degli esiti positivi . Se poi il padre è stato assente per un periodo lungo le cose si complicano .Il succo del film è questo quà . Joachim Trier è riuscito con notevole maestria registica a trattare l'argomento con precisione ma anche con lerggerezza . Gli scontri , anche i più accesi fra le parti , sono naturali e mai plumbei e negativi . Ciascuno tiene ferma la sua posizione ma la ricerca di un accordo è sempre dietro l'angolo . Gli attori sono tutti bravi e credibili anche quelli di contorno.
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Uno dei migliori film di questa stagione . Si vede con trasporto e ci si immedesima per comunanza . Il rapporto padre figli , nella società moderna è un problema che non sempre ha degli esiti positivi . Se poi il padre è stato assente per un periodo lungo le cose si complicano .Il succo del film è questo quà . Joachim Trier è riuscito con notevole maestria registica a trattare l'argomento con precisione ma anche con lerggerezza . Gli scontri , anche i più accesi fra le parti , sono naturali e mai plumbei e negativi . Ciascuno tiene ferma la sua posizione ma la ricerca di un accordo è sempre dietro l'angolo . Gli attori sono tutti bravi e credibili anche quelli di contorno. . I protagonisti Renate Reinsve e Stellan Skarsgard sono più che bravi , intensi , empatici per le loro sofferenze che coinvolgono sentimentalmente anche lo spettatore più restio .Fra le scene più iconiche mi piace ricordare quella che si svolge al tramonto sulla spiaggia di Deauville che è sede di un celebre festival cinematografico e che ha risvegliatio in me il ricordo di un viaggio su questa splendida costa . Con un di più che a pochi chilometri vi è la altrettanto meravigliosa Cabourg con il suo Grand Hotel e la sua terrazza sul mare . Dove ha soggiornato Marcel Proust e dove vi ha scritto parti del suo capolavoro ," Alla ricerca del tempo perduto" . A questo punto , dato che in questo libro si parla di famiglia e dei rapporti all'interno della stessa mi è venuta un' idea forse bislacca , il regista ha sentito l'influsso di questo capolavoro ?
Per teminare sono uscito dal cinema contento , bene molto bene , il cinema continua ad essere un' ottima idea per passare due ore intelligenti e piacevoli .
Aggiungo,: auguro a Trier ed ai suoi attori di ricevere qualche premio importante se lo meritano !
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[+] ha vinto l''oscar
(di alex2044)
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nino pellino
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lunedì 9 febbraio 2026
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l''arte vista come specchio della vita
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Gustav, un anziano regista che da circa 15 anni ha perso l'ispirazione nel dirigere un nuovo film, ritorna nella casa dove abitano le sue due figlie, Nora e Agnes, in occasione della celebrazione del funerale della sua ex moglie dalla quale aveva divorziato anni addietro a causa di contrasti caratteriali e diverbi vari. Le due figlie però da anni nutrono un forte senso di rimorso nei confronti del loro padre causato dal fatto che egli, andandosene via, le ha abbandonate quando erano ancora delle ragazzine e le ha costrette pertanto a crescere sotto la tutela della sola madre e senza un autorevole appoggio familiare.
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Gustav, un anziano regista che da circa 15 anni ha perso l'ispirazione nel dirigere un nuovo film, ritorna nella casa dove abitano le sue due figlie, Nora e Agnes, in occasione della celebrazione del funerale della sua ex moglie dalla quale aveva divorziato anni addietro a causa di contrasti caratteriali e diverbi vari. Le due figlie però da anni nutrono un forte senso di rimorso nei confronti del loro padre causato dal fatto che egli, andandosene via, le ha abbandonate quando erano ancora delle ragazzine e le ha costrette pertanto a crescere sotto la tutela della sola madre e senza un autorevole appoggio familiare. Nora è un'attrice di teatro che soffre di un particolare senso di insicurezza e di emotività, determinato sicuramente dalla sua non facile situazione familiare vissuta. Nora inoltre vive una storia d'amore con un uomo già sposato che però non la fa sentire veramente realizzata da un punto di vista affettivo; in lei aleggia sempre un sottile senso di vuoto e il ritorno del padre costituisce un ulteriore motivo di rammarico e di disagio in quanto non si è mai sentita veramente capita da quest'ultimo. Agnes invece è una donna sposata e con un figlio che dimostra invece di avere un carattere più risoluto ma non per questo meno riflessivo della sorella. Ad un certo punto Gustav propone alla figlia Nora di partecipare alla stesura del suo nuovo film come protagonista principale in quanto si tratta di una pellicola alla quale il regista ci tiene tantissimo in considerazione del fatto che una parte della trama riflette la storia della propria madre, morta suicida ancora in giovane età. Nora ovviamente rifiuta categoricamente e costringe pertanto il regista a chiamare per la parte principale una nota attrice di successo. Ma dopo vari provini, la famosa attrice Rachel Kemp si rende conto che, nonostante la sua particolare bravura nella recitazione, non si sente adeguata a coprire un ruolo così importante per una storia che riflette in maniera evidente il vissuto pesonale del regista. Successivamente Agnes legge quasi per caso il copione del film e, capendone il valore, spinge sua sorella a fare altrettanto. Ed è solo così che Nora immedesimandosi ed accettando finalmente il ruolo offertole dal padre, riconosce nella sofferente protagonista della storia non solo la madre di Gustav ma anche se stessa, i suoi pensieri più intimi e le sue paure più costanti e comprenderà che, attraverso la potenza dell'arte, il padre in realtà non è mai stato così lontano da lei come invece ha sempre creduto che fosse. Film molto bello ed introspettivo.
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riccardo sorrentino
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venerdì 27 febbraio 2026
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belle sorelle, padre assente, finale in ritardo
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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante.
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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante. Agnes dice a Nora che è sopravvissuta proprio grazie a lei – ai capelli lavati, alla scuola perché accompagnata, al senso di sicurezza che Nora le dava quando la madre era assente e il padre già svanito. È un rovesciamento struggente: la sorella “rovinata”, quella che si sente incapace di amare, è stata in realtà il salvagente dell’altra. Le due attrici lo rendono con una naturalezza che fa male: non recitano dolore, lo incarnano. È il picco emotivo del film, il nodo che scioglie il groviglio di rimpianti, abbandoni e sensi di colpa. Peccato che arrivi quando lo spettatore ha perso le speranze in un film tanto osannato.
Trier, dopo l’eccellenza di The Worst Person in the World, qui torna al dramma familiare con la consueta eleganza scandinava: inquadrature pulite, luce naturale che filtra dalle finestre della vecchia casa di Oslo (personaggio a sé), dialoghi che sembrano rubati alla vita reale. Gustav (Stellan Skarsgård, monumentale nel suo egoismo gentile) è un regista in disarmo che torna dopo anni di assenza per la morte della ex moglie. Propone a Nora, la figlia maggiore, il ruolo principale nel suo film-testamento: una storia che mescola il suicidio della nonna materna con il trauma familiare. Nora rifiuta; Gustav passa a una star hollywoodiana (Elle Fanning). Le sorelle si ritrovano ad abitare il ritorno del padre, tra rabbia repressa, tentativi di riconciliazione e il peso di un’infanzia sbilanciata.
Il problema strutturale è evidente: Trier spende troppi minuti a costruire l’ambientazione, la casa come metafora del passato ingombrante, le carriere artistiche come schermi contro il dolore. La prima ora è un lento avvicinamento, quasi contemplativo, con inserti sul set del film-nel-film che servono a specchiare il tema arte contro vita. Funziona a tratti – c’è una satira leggera sul cinema contemporaneo, sul ritorno del regista anziano, sul casting come atto di riparazione narcisistica – ma accumula distanza invece di prossimità. Quando finalmente le sorelle si parlano davvero, non da figlie di un padre assente, ma da sorelle che si sono salvate a vicenda, il tempo è scaduto. Il film termina senza dare il giusto spazio a quella rivelazione: è come se Trier avesse paura della catarsi, preferendo lasciare tutto in sospeso, in quel registro di malinconia nordica.
Funziona a metà perché le performance salvano il film dal suo stesso schema. Reinsve è straordinaria: porta Nora con una vulnerabilità che non diventa mai manierismo, un misto di rabbia e desiderio di essere vista. Skarsgård è il padre che tutti temiamo di diventare – carismatico, intellettuale, incapace di chiedere scusa se non attraverso un copione. Lilleaas, meno nota, ruba la scena nel dialogo clou: la sua Agnes è quieta, solida, ma quando parla trema appena, e quel tremore dice tutto.
Trier qui è indulgente, quasi consolatorio, e il finale (che non spoilero) lascia un sapore di riconciliazione troppo soft, come se il cinema bastasse a guarire le ferite.
In sintesi: un film nobile, ben recitato, culturalmente denso, ma zoppicante nella struttura. Parte in punta di piedi e arriva al cuore quando ormai è ora di uscire dalla sala. Due stelle e mezzo perché le sorelle, in quel dialogo finale, meritano di più – e il cinema, quando tocca corde così vere, dovrebbe dar loro il tempo di risuonare. Trier sa farlo, lo ha dimostrato altrove. Qui, per una volta, arriva in ritardo.
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ludovico morandi
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martedì 27 gennaio 2026
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la complessit? dei valori umani
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Nella complessità dell’essere umano, in assenza di un dispositivo che comprenda la nostra espressività, il cinema ha la qualità di dare al regista la possibilità di creare dei personaggi da lui conosciuti profondamente. Permette loro di mostrarsi e scoprirsi nel corpo dell’attore, e farci esplorare le origini di un carattere, e il suo modo di relazionarsi. Su cosa ci basiamo quando diamo peso a una relazione?
Quando si tratta di quella familiare, sulla carta, dovrebbe essere la più facile di tutte, perché un legame così stretto ci dice che non c’è motivo per non essere vicini, e invece sappiamo tutti che sia quella più complicata.
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Nella complessità dell’essere umano, in assenza di un dispositivo che comprenda la nostra espressività, il cinema ha la qualità di dare al regista la possibilità di creare dei personaggi da lui conosciuti profondamente. Permette loro di mostrarsi e scoprirsi nel corpo dell’attore, e farci esplorare le origini di un carattere, e il suo modo di relazionarsi. Su cosa ci basiamo quando diamo peso a una relazione?
Quando si tratta di quella familiare, sulla carta, dovrebbe essere la più facile di tutte, perché un legame così stretto ci dice che non c’è motivo per non essere vicini, e invece sappiamo tutti che sia quella più complicata. E crescendo, qualunque sia il tipo di rapporto, si inizia ad avvicinarsi all’età del genitore, quando ci stava crescendo, e ci si chiede se, a quel rapporto, si sia dato il giusto valore. Sentimental Value esplora proprio questa tematica. Un padre, regista di professione, ha cresciuto due bambine in una splendida casa. Questa casa però, così come ogni relazione, non vive della sola estetica, ma di ciò che vi succede al suo interno, e tra un litigio e l’altro, il padre lascerà le bambine sole con la madre, per dedicarsi alla sua carriera cinematografica. La più grande, diventerà un’attrice di teatro, la più piccola ha messo su famiglia. In seguito alla morte della madre, il padre proverà a riavvicinarglisi, ormai adulte, ma senza fare dei passi indietro sul suo modo di dimostrare la sua affettività. Proverà a far capire loro come il suo mondo sia l’arte, senza mai usare le parole. Nonostante i suoi figli siano la cosa più bella che gli sia capitata, in qualche modo per lui vivono in ciò che fa, e nonostante non li conosca tanto bene, una serie di coincidenze lo portano a scrivere un film dove immagina sua figlia maggiore come protagonista, e dove indovina il suo stato emotivo. Il regista riesce con delle pennellate della macchina da presa, a districarsi dolcemente nei drammi irrisolti di questa famiglia, e a ricordarci l’importanza di quello che solo il cinema sa fare: l’attenzione ai dettagli. Lancia la sfida allo spettatore, lo sfida ad entrare nell’anima degli attori da uno schermo televisivo, nella fruizione televisiva. Perché ogni inquadratura è ricca di espressioni, dagli occhi dei protagonisti, alle crepe sui muri, contenuti in cornici di verde e di spiagge spoglie, assimilabili in potenza, solo nel grande schermo. Vi è una scena dove, durante una retrospettiva del padre e regista, Gustav (interpretato ineluttabilmente da Stellan Skarsgård), vediamo un suo vecchio film, in cui una bambina scappa verso un treno dai nazisti insieme ad un ragazzino, lei riesce a salire ma lui viene catturato. Si precipita in carrozza e si siede, ma mentre inizia a muoversi, vede dal finestrino il ragazzo che si divincola tra le guardie. La macchina da presa inizia ad avvicinarsi, a soffermarsi sulla lentezza dell’arrivo delle lacrime, non ha bisogno della frenesia, perché pensata per chi si trova davanti a un grande schermo, nel silenzio e nella condivisione umana della sala, ad osservare con la lente d’ingrandimento la nascita di una storia. Il film indaga proprio questa lentezza delle esplosioni, che solo l’arte drammatica, riesce a donare. E se il teatro è vita, il cinema è riflessione, e durante questi centotrentatré minuti i personaggi riflettono, agiscono sbagliano e ritentano, poi capiscono che stavano cercando la risposta nel luogo sbagliato, e imparano a vedere le cose in un altro modo. Uno dei più grandi doni che abbiamo è proprio il punto di vista, questo film ci ricorda di non perdere la nostra capacità di osservare, la nostra capacità di capire, e di vedere oltre la casa in cui abbiamo abitato, che sia di mattoni o fatta di vene pulsanti che arrivano alla loro origine. Le interpretazioni sono magistrali, non ve ne è una che brilli di meno. La sceneggiatura è profonda e tocca gli argomenti di cui voleva trattare. Ha forse l’unica pecca di non toccarli tutti con un’equa intensità e di dilungarsi in alcuni tratti.
La fotografia è avvolgente e ci racconta questa storia variando nel suo corso, così come variano i colori dei ricordi. Va raffreddandosi nel proseguire del film, ma rimane morbida e profonda come la sensibilità dei protagonisti. La regia è scorrevole e decide di suddividere il film in capitoli con degli stacchi netti. Spazia da inquadrature in movimento a quelle fisse, con una piccola parte dove è puramente alleniana, e dove quindi indaga con leggerezza ciò che vuole mostrarci. Così come fa la musica, che non suona mai ridondante e attinge a vari generi. Tutti i comparti del film esprimono la complessità dei rapporti e dei loro valori, grazie a queste continue variazioni nella forma. Di conseguenza fanno variare anche la nostra comprensione, che ci permette di viaggiare in lungo e in largo dentro di noi. Il regista trova che l’arte come mezzo, abbia la stupenda qualità di trainarci verso i nostri sentimenti. Con la regola fondamentale di dare a essi il giusto peso, e il giusto spazio di librarsi all’esterno di noi, nel giusto equilibrio, per affermare il loro valore.
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gabriella
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martedì 3 febbraio 2026
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contrasti visivi ed emotivi in una luce nordica
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Ultimamente il cinema sembra ossessionato dalla figura di padri assenti, difficili, " Paternal leave" " Jay Kelly", o il recente " father mother, sister and brother", però c’è una cultura nel Nord Europa , forse legata al clima, alla solitudine, che favorisce una certa introspezione, l’ attenzione si concentra sulla parola, sullo sguardo, sul silenzio, dove il cinema rappresenta l’unico spazio in cui far esplodere il sottobosco emotivo che viene tenuto nascosto. I film di Joachin Trier, ricordate “La persona peggiore del mondo”? vibrano sempre di un’energia nervosa e malinconica di chi deve trovare il suo posto nel mondo, ma in “Sentimental value” affronta e accetta una verità più difficile, che noi siamo esattamente il risultato delle storie con relativi fallimenti di chi ci ha preceduto.
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Ultimamente il cinema sembra ossessionato dalla figura di padri assenti, difficili, " Paternal leave" " Jay Kelly", o il recente " father mother, sister and brother", però c’è una cultura nel Nord Europa , forse legata al clima, alla solitudine, che favorisce una certa introspezione, l’ attenzione si concentra sulla parola, sullo sguardo, sul silenzio, dove il cinema rappresenta l’unico spazio in cui far esplodere il sottobosco emotivo che viene tenuto nascosto. I film di Joachin Trier, ricordate “La persona peggiore del mondo”? vibrano sempre di un’energia nervosa e malinconica di chi deve trovare il suo posto nel mondo, ma in “Sentimental value” affronta e accetta una verità più difficile, che noi siamo esattamente il risultato delle storie con relativi fallimenti di chi ci ha preceduto. Nora e Agnes sono due sorelle, si ritrovano nella casa in cui sono nate ( la casa , protagonista silenziosa), per il funerale della madre, al quale partecipa anche Gustav, il padre, dopo avere abbandonato la famiglia molti anni prima. Gustav è stato un famoso regista, assente dallo schermo da 15 anni e adesso riappare sulla scena con una sceneggiatura e vorrebbe affidare la parte principale alla figlia Nora ( strepitosa Renate Reinsve), famosa attrice di teatro, che però rifiuta. Quello che appare come un maldestro tentativo di riconciliazione, riapre invece il rapporto padre figli sull’ambiguità del perdono e la difficoltà di risanare legami spezzati da anni di egocentrismo. Ma se per Gustav l’offerta rappresenta l’unico modo per essere di nuovo padre, per Nora accettare il ruolo significherebbe permettere al padre di dirigerla, confondendo il confine professionale con il trauma privato, Padre e figlia sono entrambi artisti, ma mentre Nora è attrice di teatro, nonostante soffra di una forma paralizzante di ansia da palcoscenico ( potente la scena iniziale), luogo dove il rischio è vivo , presente, recitare per lei è una forma di sopravvivenza, il padre non ama il teatro, per lui l’arte è luce, ombre catturate in pellicola, ha bisogno di una distanza di sicurezza, il cinema non richiede una presenza immediata , dalla quale lui come marito e padre è sempre fuggito. L’arrivo di Rachel giovane promessa del cinema americano, ( Elle Fanning), sembra la sostituta perfetta, lei ammira Gustav come regista, ne ammira il genio senza conoscerne le colpe private, cerca il ruolo che la consacri come attrice, non possiede il risentimento di Nora, ma nemmeno le sue cicatrici, e capisce di trovarsi non su un set, ma su un territorio privato. Sarà Agnes, la sorella minore a convincere Nora ad accettare il ruolo, comprendendo che se non lo farà quel dolore rimarrà sempre tossico, l’unica via per la riconciliazione sarà attraverso l’arte. Agnes è quella che ha vissuto il dolore, il lutto in modo più umano e meno artistico e sente che è arrivato il momento di chiudere il cerchio, l’unico modo per congedarsi dalla madre e forse anche dal padre è il film di Gustav con Nora prtagonista, sceglie la strada della riconciliazione possibile, anziché il conflitto eterno, una fragile riconnessione, così finalmente quel vuoto diventa spazio vuoto da abitare. C’è una forma di accettazione che non è rinuncia, ma scelta consapevole di esistere nonostante. Il regista norvegese è un chirurgo dell’anima, riesce a farci sentire connessi ai personaggi attraverso la complessità e la vulnerabilità di essi, non ci sentiamo i soli di fronte al vuoto, ma accompagnati con quella lentezza che è il respiro della storia.
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[+] gentile e "volenterosa" gabriella
(di maramaldo)
[ - ] gentile e "volenterosa" gabriella
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