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gabriella
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giovedì 13 agosto 2026
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un''arte che sopravvive
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Recuperato su Netflix in una torrida serata estiva, credo di aver visto il regista Brady Corbet precedentemente solo nel ruolo di attore in un film di Noah Baumbach, e onestamente non conoscevo i suoi lavori da dietro la macchina da presa. Ebbene, il film mi ha sorpreso per la grandiosità di immagini che acquistano una dimensione quasi architettonica, accompagnate da una colonna sonora nervosa, emotiva e intrusiva. Non è soltanto una storia lunga (tre ore e mezza): c'è il peso del tempo che cade addosso allo spettatore, così come si percepisce il peso opprimente del cemento delle costruzioni brutaliste.
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Recuperato su Netflix in una torrida serata estiva, credo di aver visto il regista Brady Corbet precedentemente solo nel ruolo di attore in un film di Noah Baumbach, e onestamente non conoscevo i suoi lavori da dietro la macchina da presa. Ebbene, il film mi ha sorpreso per la grandiosità di immagini che acquistano una dimensione quasi architettonica, accompagnate da una colonna sonora nervosa, emotiva e intrusiva. Non è soltanto una storia lunga (tre ore e mezza): c'è il peso del tempo che cade addosso allo spettatore, così come si percepisce il peso opprimente del cemento delle costruzioni brutaliste. Non è un'opera che vuole piacere a tutti i costi, ma ambisce a lasciare una traccia profonda; mostrando la materia, le imperfezioni e la struttura, non cerca di apparire, semplicemente è. László Tóth, architetto ebreo ungherese sopravvissuto all'Olocausto, sbarca negli Stati Uniti nel 1947 cercando di ricostruire la propria vita e di ricongiungersi con la moglie Erzsébet. L'America dovrebbe essere un luogo di rinascita in cui ricominciare, sì, ma a patto di accettare le rigide regole di chi detiene il potere. L'immagine iniziale della Statua della Libertà capovolta funge quasi da monito: il sogno americano esiste, ma forse impone di essere guardato da una prospettiva ribaltata. Il punto di svolta arriva con l'incontro con Harrison Lee Van Buren, un ricchissimo industriale che riconosce il talento di Laszlo e gli affida un progetto mastodontico: la costruzione di un auditorium sulle colline della Pennsylvania. Ed è qui che il film assume la forma del conflitto, mettendo in scena lo scontro insanabile tra potere e visione artistica, tra denaro e libertà creativa. Laszlo non è un semplice immigrato in cerca di fortuna, ma un individuo che porta inciso dentro di sé il trauma indicibile di ciò che è accaduto in Europa; è un uomo difficile, ferito, tormentato, orgoglioso e autodistruttivo, ostinato a costruire qualcosa che possa sopravvivergli. Adrien Brody, va detto, è straordinario nell'interpretare un uomo che sembra non riuscire più a vivere davvero nel mondo: c’è sempre una barriera invisibile che lo separa e lo allontana dagli altri, persino quando è accanto alla moglie o alle persone che ama. A tal proposito, Felicity Jones è altrettanto superba nel dare spessore a una donna che conosce intimamente il dolore, comprende suo marito a fondo e rifiuta categoricamente di farsi relegare al ruolo di semplice consorte del grande artista. Il vero tema del film, in fondo, non è l’architettura, ma l'esorbitante prezzo che una persona deve pagare per poter essere sé stessa. Tratta di un’identità indissolubilmente legata alla necessità di creare e dell'amara consapevolezza che ognuno è prigioniero di qualcosa: che sia il passato, il denaro, l’ambizione o il disperato bisogno di riconoscimento. Alla fine, ciò che conta è cosa rimane e cosa scompare; e Laszlo resta attraverso quell’opera che, seppur commissionata da un miliardario desideroso di innalzare un monumento alla propria vanità familiare, finisce per trasformarsi nella cruda testimonianza del trauma di Laszlo, un memoriale dedicato alla sua storia e a quella di milioni di vittime. Laszlo non smette mai di essere un sopravvissuto: la sua lotta non è terminata con la guerra, dovendo continuamente digerire compromessi e umiliazioni pur di difendere la sua visione. Eppure, vent’anni dopo, a Venezia, lui è ancora lì; non ha vinto, non ha dimenticato, non si è liberato dai fantasmi del passato, ma resiste. La sua architettura non è vana decorazione, bensì materia viva che si fa portatrice di memoria. Forse avrei preferito un finale meno didascalico: il film aveva già espresso tutto lasciando parlare le immagini, i corpi e lo spazio, sicché verbalizzare a posteriori il significato dell’opera appare quasi superfluo. Tuttavia, è un lungometraggio che mi ha colpito profondamente perché possiede una voce personalissima e non si limita a raccontare una storia, ma riesce a cambiare il tuo sguardo su qualcosa che credevi di conoscere già. Personalmente, ripensando a un recente viaggio nei Balcani, quei monumenti in cemento che a prima vista mi erano parsi severi, grigi e quasi ostili, hanno acquistato oggi per me un significato totalmente nuovo: un’architettura che ha il coraggio di mostrare il proprio scheletro nudo appare, infine, molto più onesta
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[+] il pezzetto che mancava
(di gabriella)
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tobia543
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mercoledì 5 agosto 2026
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un niente di che''!
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Un film con attori bravi, decisamente bravi. Lento con una Storia per nulla interessante.
Le 3 ore sono dure a trascorrere (Vederlo al cinema sarà stato uno strazio!)
Alcune scene, come quella dello stupro, sono veramente brutte da vedere. Non parlo del fatto di per sè dello stuprare un uomo, ma della scelta registica e fotografica che è pessima e dei movimenti degli attori che lasciano intendere un pò. Ho avuto la conferma solo quando la moglie glielo sbatte in faccia mentre sono a tavola, Cioè vedendo la scena, non hai certezza di ciò che è successo.
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Un film con attori bravi, decisamente bravi. Lento con una Storia per nulla interessante.
Le 3 ore sono dure a trascorrere (Vederlo al cinema sarà stato uno strazio!)
Alcune scene, come quella dello stupro, sono veramente brutte da vedere. Non parlo del fatto di per sè dello stuprare un uomo, ma della scelta registica e fotografica che è pessima e dei movimenti degli attori che lasciano intendere un pò. Ho avuto la conferma solo quando la moglie glielo sbatte in faccia mentre sono a tavola, Cioè vedendo la scena, non hai certezza di ciò che è successo. Quindi o la fai per bene e sei chiaro in quel senso o lascia intendere bene e con un Fade-out passi con la prossima scena perchè è fa schifo vedere un uomo sodomizzare un altro uomo mentre sta in 'fase' da eroina. In realtà tutta la fase ITALIANA è mal girata, fotografata e stona col resto del film. La festa di paese è in uno stanzone? Che razza di festa è?
Altre scene evitabili di cui non ne capisco la scelta registica è quella di far vedere, nelle prime scene, Adrien che se la spassa con una prostituta per una fellatio e arriva a far vedere i genitali di lui. Mi sembra che in un film di rifugiati di guerra che devono scappare all'estero, persecuzioni naziste, parenti separati da un capo all'altro del mondo, è decisamente di cattivo gusto. Se la poteva risparmiare.
Infine che dire, questo film è "niente di chè". Gridavano al Film del secolo ma sinceramente non ha nulla e non ti lascia nessuna emozione nonostante la spiccata bravura di Adrien B, della moglie e di Guy Pierce.
Mi ricorda il lungometraggio inutile e costoso Fitzcarraldo, dove spendono mesi nella foresta e soldi a palate per una nullità gigantesca. Un film che nessuno conosce e dovrebbe conoscere. Meglio così.
Non conoscevo il BRUTALISMO e ovviam. anche l'artista László Toth. Forse è l'unica cosa per cui ne sono compiaciuto della visione.
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martap
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sabato 17 gennaio 2026
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da evitare
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Pensavo di vedere un film sull'architettura, ho visto un film sul sionismo.
A saperlo non lo compravo.
La trama è la stessa trita e ritrita da 70 anni : noi poveri ebrei non ci vuole nessuno perché tutto il mondo è marcio, tutti sono cattivi, fuorché noi e la nostra "terra promessa".... Ogni tanto un poco di spazio all'architettura, con approccio superficiale e poco competente. Non un capolavoro, pomposo, retorico e inutilmente lungo. .
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frenky 90
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sabato 20 dicembre 2025
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eppur si muove
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Centonovantacinque minuti intervallati da cartelli che annunciano “Ouverture” (come nei vecchi film di David Lean), parte 1, parte 2 e persino un intervallo (che a onor del vero appare di fatto come il minuto più inutile della storia del cinema) potevano spaventare soprattutto chi come me non è né un esperto né un appassionato del tema di fondo del magnum opus di Brady Corbet: l’architettura. Eppure dopo un inizio alquanto lento, bisogna dirlo, i colpi iniziano a salire e il ritmo appare coinvolgente nel seguire la vita ma soprattutto lo sviluppo di uno specifico lavoro in particolare di Laszlo Toth, brutale architetto nato dalla fantasia della penna dello stesso regista e di Mona Fastvold, che ne hanno curato soggetto e sceneggiatura, alle prese con la progettazione del centro ricreativo polivalente Van Buren da ergersi a Doleystown, in prossimità di Filadelfia, Pennsylvania.
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Centonovantacinque minuti intervallati da cartelli che annunciano “Ouverture” (come nei vecchi film di David Lean), parte 1, parte 2 e persino un intervallo (che a onor del vero appare di fatto come il minuto più inutile della storia del cinema) potevano spaventare soprattutto chi come me non è né un esperto né un appassionato del tema di fondo del magnum opus di Brady Corbet: l’architettura. Eppure dopo un inizio alquanto lento, bisogna dirlo, i colpi iniziano a salire e il ritmo appare coinvolgente nel seguire la vita ma soprattutto lo sviluppo di uno specifico lavoro in particolare di Laszlo Toth, brutale architetto nato dalla fantasia della penna dello stesso regista e di Mona Fastvold, che ne hanno curato soggetto e sceneggiatura, alle prese con la progettazione del centro ricreativo polivalente Van Buren da ergersi a Doleystown, in prossimità di Filadelfia, Pennsylvania. Ponendo subito l’accento sul ritratto del polarizzante protagonista dipinto da Adrien Brody si pone il rischio anche in questo caso, perlomeno personalmente non ho problemi ad ammettere di essere cascato in questa trappola, di banalizzarlo essendo a conoscenza dell’assegnazione della sua seconda statuetta agli Academy Awards, ritenendolo un lavoro troppo simile al suo peraltro splendido Pianista interpretato vent’anni prima nel capolavoro di Polanski, a mio parere la migliore pellicola realizzata sull’Olocausto. Invece dopo un incipit come dicevo prima un po' tedioso di cui risente anche la sua interpretazione relegata a pianti e abbracci un po' “già visti” nell’incarnazione del sopravvissuto alla Shoah, il personaggio traina il film che brilla per originalità e autenticità di momenti non banali di vissuto quotidiano, soprattutto per lo scontro di caratteri con l’ambiente che lo circonda. Se è sicuramente interessante il lavoro sull’accento straniero e sulla lingua che però è relegata ad estemporanei momenti che possono far felice il dialect coach sul set ma meno lo spettatore cui tali passaggi appaiono più una mera ostentazione di dizione che un autentico “scivolio” alle proprie origini, è certamente più apprezzabile la rappresentazione degli “spigoli” dell’uomo Laszlo che fa fatica a godersi anche i momenti più belli (vedasi le scene dell’accettazione del lavoro e l’accolta della moglie alla stazione) così come la messa in scena delle sue debolezze di cui la droga è solo la proverbiale punta dell’iceberg. Nulla c’è quindi di ripetitivo nell’ottimo lavoro di Brody che merita ogni riconoscimento, così come nel cast di contorno che si avvale di un Guy Pearce perfettamente a suo agio nell’uso del physique du role per il suo ruolo da abietto padre padrone e di una Felicity Jones in gran forma che torna nella parte della proverbiale grande donna dietro al grande uomo dopo “La teoria del tutto” del 2014, qui de facto con financo maggiore slancio dando corpo a quella che, nell’orgoglio, a tratti potrebbe definirsi una sorta di vera femminista ante litteram. Nel complesso la sceneggiatura tiene vivo l’interesse grazie anche all’ottima regia di Corbet, che mai cade nell’auto-compiacimento ma regala sprazzi di classe come nella sequenza del sogno premonitore di Toth, laddove il nefasto fumo della locomotiva si fonde con le nuvole prima di tingersi di rosso in una splendida inquadratura dall’alto, e nella scena ambientata nelle cave di marmo di Carrara che vengono svelate in tutta la loro magnificenza dapprima in un’altra soggettiva aerea (chissà che non avessimo trovato la prima vera dimostrazione di uso artistico dei droni?) e poi da molto vicino per ammirarne tutte le venature dopo essere state messe a lucido dal personaggio di Orazio con una colata d’acqua e adorate dalla guancia di Guy Pearce. A voler fare un appunto campanilista sarebbe stato meglio usare una bella canzone popolare autoctona come colonna sonora diegetica della scena successiva della festa al posto della pur bellissima “You are my destiny” cantata in inglese dalla pur italianissima Mina, ma è un peccato veniale quello che pongo alla vostra attenzione. Un po' da dimenticare invece le sequenze finali dell’epilogo ambientato alla Biennale di Venezia del 1980 che soffrono un po' troppo dell’effetto cartolina, peccano di didascalismo nel motivo in sottofondo tipicamente d’epoca che ci portiamo appresso in maniera alquanto ingiustificata come summa delle tre ore e rotte di racconto anche nella canzone scelta per i titoli di coda e, in generale, a mio parere fanno eccessivamente “documentario” (o potremmo anche dire mockumentary vista la natura fittizia del personaggio). In conclusione un’opera certamente interessante e che merita la visione e lo “sforzo”, non foss’altro che per l’ottimo lavoro tecnico complessivo anche della non ancora colpevolmente citata fotografia di Lol Crawley, anch’essa più che meritevole della statuetta dorata, perfetta nel dipingere i quadri delle architravi e dei punti luce del maestro, spesso opportunamente inquadrati dal basso per rendere giustizia agli alti soffitti per cui egli stesso nel film tanto lotta, per costringere a uno sguardo che tende verso l’alto e che supera confini, barriere e campi spinati cui era abituato, per emergere e farsi apprezzare anche molto lontano dalla via di casa. Di più da un chilometrico film su un architetto ungherese di pura inventiva non era davvero lecito aspettarsi.
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gi
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venerdì 4 luglio 2025
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spreco di tempo e pazienza
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Pensavo di andare a vedere un film interessante, ma mano a mano che passava il tempo si confermava un film senza ne capo ne coda, pieno di situazioni poco originali, poco esplorate. La fotografia scimmiotta il modernismo del finto architetto in altri casi è didascalica, velleitaria, non raggiunge l'intenzione (vedi cava di marmo o pessima descrizione del monumento commissionato, ecc). Insomma un sacco di ingredienti nominalmente interessanti: resistenza italiana, anarchici (!!), Il dopo guerra, situazione degli ebrei, migrazione in America, tossicodipendenza, arroganza del potere, probabile stupro della nipote, nascita dello stato di Israele.... e altro ancora, in una gigantesca insalata senza sapore, di un turismo alla Roma-Firenze-Venezia in 3 giorni, che è solo una grande occasione persa.
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Pensavo di andare a vedere un film interessante, ma mano a mano che passava il tempo si confermava un film senza ne capo ne coda, pieno di situazioni poco originali, poco esplorate. La fotografia scimmiotta il modernismo del finto architetto in altri casi è didascalica, velleitaria, non raggiunge l'intenzione (vedi cava di marmo o pessima descrizione del monumento commissionato, ecc). Insomma un sacco di ingredienti nominalmente interessanti: resistenza italiana, anarchici (!!), Il dopo guerra, situazione degli ebrei, migrazione in America, tossicodipendenza, arroganza del potere, probabile stupro della nipote, nascita dello stato di Israele.... e altro ancora, in una gigantesca insalata senza sapore, di un turismo alla Roma-Firenze-Venezia in 3 giorni, che è solo una grande occasione persa.
Giò
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gianluca
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domenica 22 giugno 2025
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e senza poesia
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The Brutalist è un film nel complesso brutto, fatto male sia a livello di scrittura sia di regia. Pretenzioso e inutilmente lungo, incapace di approfondire pressoché nessuno dei temi che sfiora, e privo di poesia, finisce per girare intorno alle solite banalità legate alla società americana, ai ricchi e a tutto il resto, persino all’Italia (vedi appunto Carrara)! Il tutto con vari elementi di gratuità, dialoghi irrisolti, qualche volgarità mi pare inutile nell'economia del racconto.
Si nota oltretutto una certa incompetenza in tema proprio di architettura, a vari livelli, e trovo buffo che sia sfuggito - a proposito della Biennale di Architettura 1980 a Venezia - il passaggio del Teatro del mondo galleggiante di Aldo Rossi.
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The Brutalist è un film nel complesso brutto, fatto male sia a livello di scrittura sia di regia. Pretenzioso e inutilmente lungo, incapace di approfondire pressoché nessuno dei temi che sfiora, e privo di poesia, finisce per girare intorno alle solite banalità legate alla società americana, ai ricchi e a tutto il resto, persino all’Italia (vedi appunto Carrara)! Il tutto con vari elementi di gratuità, dialoghi irrisolti, qualche volgarità mi pare inutile nell'economia del racconto.
Si nota oltretutto una certa incompetenza in tema proprio di architettura, a vari livelli, e trovo buffo che sia sfuggito - a proposito della Biennale di Architettura 1980 a Venezia - il passaggio del Teatro del mondo galleggiante di Aldo Rossi.
Insomma, una storia malata trattata senza reale finezza, che dimostra che non basta raccontare di scampati all’olocausto per fare una pellicola di qualità (ma forse di successo al botteghino sì?).
Gianluca P
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zelig62
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lunedì 14 aprile 2025
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film bruttissimo
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Film bruttissimo, irritante, lunghissimo, retorico, con un messaggio politico incomprensibile per gli italiani, più di 3 ore buttate, sopravvalutato. Assolutamente sconsigliato.
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giancarlo.rizzo
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mercoledì 9 aprile 2025
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film inutile e sopravvalutato
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Sono riuscito a guardare mezzo film, poi ho deciso che non me ne fregava niente dell'architetto, della sua storia e del film.
Un'ora e mezzo di pallosità che si poteva stringere in venti minuti; bastava togliere tante scene inutili, come la masturbazione (reale) fatta da una prostituta al protagonista, di cui sfugge l'utilità e il significato ai fini della narrazione, volgarità gratuita; oppure lui, un architetto di chiara fama europea, che orina in una vasca sotto gli occhi della padrona di casa (non si capisce perchè), volgarità gratuita. Si potrebbe pensare che è un film biografico, invece no, questo architetto non è esistito; e quindi perchè dedicare tre ore e mezza a un architetto inventato? Boh.
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Sono riuscito a guardare mezzo film, poi ho deciso che non me ne fregava niente dell'architetto, della sua storia e del film.
Un'ora e mezzo di pallosità che si poteva stringere in venti minuti; bastava togliere tante scene inutili, come la masturbazione (reale) fatta da una prostituta al protagonista, di cui sfugge l'utilità e il significato ai fini della narrazione, volgarità gratuita; oppure lui, un architetto di chiara fama europea, che orina in una vasca sotto gli occhi della padrona di casa (non si capisce perchè), volgarità gratuita. Si potrebbe pensare che è un film biografico, invece no, questo architetto non è esistito; e quindi perchè dedicare tre ore e mezza a un architetto inventato? Boh... mistero.
La sceneggiatura è pessima,il film è troppo lungo, Adrien Brody avrebbe fatto meglio a rifiutare il ruolo.
Ancora una volta si dimostra che i concorsi e i premi cinematografici sono pilotati e truccati dalle case che hanno più soldi.
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toninob
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mercoledì 12 marzo 2025
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? grande film !!!
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… ma se non amate il Cinema 🎥 (con la "C" MAIUSCOLA), risparmiate i soldi del biglietto (e, soprattutto, non scrivete INUTILI recensioni …)
👋
[+] film brutto
(di zelig62)
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[+] w il mulo!
(di tobia543)
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clara stroppiana
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mercoledì 5 marzo 2025
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quel troppo che non giovca
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“The Brutalist è uno dei pochi film che parlano di architettura”. Lo ha affermato lo stesso regista, lo statunitense Brady Corbet. Nella locandina è ripreso un fotogramma in cui la Statua della Libertà è rappresentata a testa in giù e le scritte sono disposte in diagonale. Sembra dirci che gli ideali espressi da quel monumento hanno subito uno scossone e siamo di fronte a un periodo di grandi cambiamenti. In effetti questo è un film con varie tracce, anche se si è scelto di annunciarlo come il racconto di una corrente architettonica, il Brutalismo, fatto attraverso la biografia di un suo esponente, “il brutalista” del titolo: l’architetto László Tóth interpretato da Adrien Brody (Oscar al miglior attore protagonista) un ebreo ungherese, formatosi alla Bauhaus, che aveva ottenuto notorietà e successo.
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“The Brutalist è uno dei pochi film che parlano di architettura”. Lo ha affermato lo stesso regista, lo statunitense Brady Corbet. Nella locandina è ripreso un fotogramma in cui la Statua della Libertà è rappresentata a testa in giù e le scritte sono disposte in diagonale. Sembra dirci che gli ideali espressi da quel monumento hanno subito uno scossone e siamo di fronte a un periodo di grandi cambiamenti. In effetti questo è un film con varie tracce, anche se si è scelto di annunciarlo come il racconto di una corrente architettonica, il Brutalismo, fatto attraverso la biografia di un suo esponente, “il brutalista” del titolo: l’architetto László Tóth interpretato da Adrien Brody (Oscar al miglior attore protagonista) un ebreo ungherese, formatosi alla Bauhaus, che aveva ottenuto notorietà e successo. La sua brillante carriera si era interrotta nel ’43 quando era stato deportato nel campo di Buchenwald. Sopravvissuto, era riuscito a raggiungere gli Stati Uniti con la speranza di una nuova vita. Meglio dire subito che László Tóth non è mai esistito. Inutile andarlo a cercare in rete dove si troverebbe solo il suo omonimo, quell’ungherese che vandalizzò La Pietà michelangiolesca a San Pietro. Il nostro e’ un personaggio immaginario uscito dalla penna dei due sceneggiatori: lo stesso Corbet e Mona Fastvold. Eppure mentre assistiamo allo svolgersi della sua vita, dimentichiamo di essere in presenza di un “falso”, almeno fino a un certo punto. Per la costruzione del protagonista si sono avvalsi delle biografie di alcuni architetti cronologicamente e artisticamente vicini. Questo da una parte lo ha reso verosimile, ma dall’altra ha finito per caricare sulle sue spalle troppe delle problematiche dell’epoca con un effetto “too much”.
Il film parte da un’idea interessante, prendere in prestito l’architettura per disegnare il ritratto di un Paese (di una parte di Mondo in verità) che sta costruendo il nuovo sulle macerie di un passato verso il quale ha il dovere della memoria. Nello sviluppo però si perde e non riesce a controllare la mole delle vicende che si propone di raccontare.
La Storia si affaccia attraverso gli schermi televisivi su cui passano brevi estratti dei notiziari dell’epoca ad accompagnare sia quel che accade nel privato dei personaggi, sia i conflitti che caratterizzano la società americana dell’immediato Dopoguerra e le ferite ancora sanguinanti rispetto alle quali non tutti riescono o vogliono voltare pagina. Non sempre questa scelta funziona: a volte fornisce allo spettatore informazioni necessarie, ma altre appaiono pleonastiche, come la notizia del diffondersi dell’eroina dalla quale il protagonista ha sviluppato una dipendenza. L’impressione è che Corbet non sia riuscito a sfrondare il superfluo, che si sia fatto prendere la mano dalla preoccupazione di dover dire e spiegare tutto. Il breve riferimento alle azioni dei partigiani italiani fatto durante la visita ai marmi di Carrara non solo è inutile, ma rovina l’emozionante ripresa delle cave del britannico Lol Crawley che si è aggiudicato l’Oscar per la miglior fotografia. Lo stupro di Tóth da parte di Harrison Lee Van Buren (un ottimo Guy Pearse), un ricco industriale diventato suo mecenate, è una metafora eccessiva, non necessaria per esprimere quella violenza che di fatto esercita chi detiene il potere economico, già ben esplicitata in tutta la narrazione.
Nello svolgimento della trama, che abbraccia all’incirca gli ultimi trentacinque anni della difficile vita del protagonista, lo spettatore apprende per sommi capi i principi estetici del Brutalismo: le béton brut (cemento a vista) da cui prende nome e la semplice geometria delle forme. Principi esemplificati da un grandioso edificio che Van Buren vuole far costruire in cima a una collina e dedicare alla memoria della madre. Dal momento della sua progettazione, alla realizzazione del plastico, ai lavori per la sua edificazione, diventa il cardine della vita di László, l’oggetto dei suoi tormenti interiori e delle lotte che deve sostenere con i cittadini, l’appaltatore, le maestranze, perfino la moglie, perché tutti, per motivi diversi, minacciano di allontanarlo dal suo progetto e di snaturarne l’essenza. Le scelte estreme a cui arriva per difenderlo non risiedono tanto, o non solo, nelle convinzioni artistiche, quanto nel legame che l’edificio ha con i campi di sterminio che hanno segnato la sua vita, quella della sua famiglia e di un intero popolo. L’opera rimanda anche visivamente al monumento alle vittime dell’olocausto di Berlino e non avrebbe affatto bisogno dello “spiegone” con cui il film si conclude nell’Epilogo.
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