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erik
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mercoledì 8 aprile 2026
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assassini rigenerati o natural dead killers
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Ma se dico che questo film è una sciocchezza colossal sarò accusato di discriminazione di genere? Prima o poi dovevamo aspettarci una lettura più “femminista” del mito di Frankenstein. Ammesso e concesso che femministi dovremmo esserlo tutti, è un vero peccato che si sia sprecata l’occasione di dare una bella rinfrescata egualitaria al romanzo della Shelley. Ma tornando al nostro mostro rattoppato, nel complesso e al netto delle letture ideologiche, il film posso dire che non mi ha convinto granché, e proprio perché paradossalmente manca proprio l’afflato femminista, secondo me, che ne voleva essere la premessa e il motore dell’intero film.
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Ma se dico che questo film è una sciocchezza colossal sarò accusato di discriminazione di genere? Prima o poi dovevamo aspettarci una lettura più “femminista” del mito di Frankenstein. Ammesso e concesso che femministi dovremmo esserlo tutti, è un vero peccato che si sia sprecata l’occasione di dare una bella rinfrescata egualitaria al romanzo della Shelley. Ma tornando al nostro mostro rattoppato, nel complesso e al netto delle letture ideologiche, il film posso dire che non mi ha convinto granché, e proprio perché paradossalmente manca proprio l’afflato femminista, secondo me, che ne voleva essere la premessa e il motore dell’intero film. Contesto che questa lettura dell’opera della Shelley, che la regista presume di allineare alla più moderna sensibilità in fatto di rapporti di genere, rappresenti davvero un’evoluzione e un risarcimento, seppure simbolico, per tutte le donne di ieri e di quelle di oggi che subiscono ancora il patriarcato nelle sue varie forme. Arrivo a dire che persino “La moglie di Frankenstein” film del 1935 era per certi versi più avanti e trasgressivo rispetto alla versione del 2026 della Gyllenhaal.
Intanto, osservo che nonostante il tempo limitato sullo schermo (5 minuti circa, mi pare), il personaggio di Elsa Lanchester che interpreta Mary Shelley e “moglie inconsapevole” di Frankenstein nel film del 1935, è diventato una delle figure più iconiche della storia del cinema e di quello horror nello specifico. Cosa resterà invece di questa debordante “Shelley/sposa” di Jessie Buckley versione femminile di un “Joker zombie”, ma col trucco soltanto su mezza faccia, non è dato sapere. E se è vero che la creatura del dott. Victor Frankenstein era un’aberrazione della tecnica, un abominio di irresponsabilità scientifica ed etica, “La moglie di Frankestein” era una “perversione sentimentale” tipica, questa sì, di un immaginario erotico/sentimentale maschile patriarcale, cioè quel tipo di racconto fiabesco brutale che ha la pretesa di confezionare una figura femminile sottomessa e che rispecchi i desideri o i bisogni delle figure maschili. E difatti la “moglie” involontaria del ’35 alla fine muore e nell’arco di una brevissima “vita”, quasi a voler sottolineare la deprecabilità stessa della sola intenzione di voler dare seguito alla pretesa della creatura. “La sposa!” della Gyllenhaal qui invece pare voler forzare, a differenza del film del 1935, la natura umana e i sentimenti, nel momento in cui la scienziata ridando vita a un corpo di donna intero quasi perfetto, cioè integro nel complesso, pare invece voler incoraggiare certa fantasia maschilista che esige di forgiare una donna a sua immagine e somiglianza. Ida, “tornata in morte”, pare prima fare la schizzinosa, fedele alla sua natura eversiva e indipendente, ma poi, bando a tutte le ideologie di genere, si innamora persino del mostro e lo segue con passione e tra mille peripezie finché “vita non li separi”. Il punto è che questa versione del 2026 mi sembra davvero una regressione morale ed etica colossale rispetto al vecchio film del 1935 girato oltretutto in un’epoca che aveva delle donne un’idea ben più primitiva. E tralasciamo il fatto che ad un certo punto i due “mostri” sembrano ripercorrere le orme di “Assassini nati - Natural Born Killers il film del 1994 di Oliver Stone. Davvero imbarazzante!
E poi quali altre novità rispetto al film del ’35? Anche “La moglie di Frankenstein”, nonostante la sua fugace apparizione, manifesta subito un'identità propria esprimendo un orrore istintuale: Appena apre gli occhi, prova subito terrore verso la creatura. Cioè rivela la propria vocazione all’emancipazione urlando e indietreggiando di fronte al mostro (in veste di rappresentante tipico di quella categoria di maschi che vessano le donne). Che è come dire che "La Moglie" simbolicamente sta rifiutando il ruolo di “sposa” che la società degli uomini vorrebbe imporle. E non è che sfuggi al ruolo semplicemente imponendo di farti chiamare “compagna”. Nel film della Gyllenhaal invece mi pare tutto molto ingenuo. E pare, tutto sommato emergere l’idea che l'amore di una donna si possa "costruire" e controllare in laboratorio.
Personalmente credo che il mito di Frankenstein sia più degnamente celebrato in chiave moderna e femminista persino da film come "Material love" di Celine Song in cui si passa in rassegna un campionario statisticamente significativo di umanità maschile e femminile che interpreta la scelta del partner come un mero “assemblaggio” di “sostanze” diverse o "parti" più appetibili dal punto di vista fisico ed economico allo scopo di formare una nuova unità (per creare un nuovo soggetto) pronta a soddisfare i desideri e i bisogni di donne e uomini che si selezionano a vicenda e brutalmente neanche fossero al mercato delle vacche o all’asta dei tori. Quindi, un tentativo di sintesi che si rivela fatalmente “mostruoso”, destinato al fallimento e molto discutibile sotto l’aspetto etico e morale, per l’appunto.
Ed ecco che il Frankenstein si erge a metafora della più moderna deriva economica dei rapporti sentimentali in cui donne e uomini si sezionano reciprocamente come quarti di bue e il cui mutuo valore si giudica esclusivamente sulla base di parametri di tipo fisico e commerciale. Le persone ridotte a “pezzi di carne” e identificate unicamente con il loro corpo e la sua immagine.
E noi tutti non siamo forse un po’ dei novelli Frankenstein? Non proprio morti, ma “non-vivi”, potremmo dire: Broken boys e broken girls: donne e uomini rotti, “fatti a pezzi”, cioè incompiuti, emotivamente instabili e alla ricerca di un ideale impossibile di perfezione e con l’illusione, pervicacemente coltivata, di trovare nell’altr* un completamento personale finalmente.
O forse i corpi, pur deteriorati (e maleodoranti come i pezzi di cadavere assemblati del mostro) possono essere ancora oggetto di amore e di interesse e nonostante il fluire del tempo? Dipende da come la si vuol vedere tutta la faccenda, forse! Insomma, più che “La sposa” (cadavere) mi è sembrato di vedere “La gatta morta”: Qui, da un lato, la creatura pare avere attacchi di panico e cerca di compiacere tutti (un mostro molto “femminile” o che rivela le fragilità tradizionalmente attribuite alle donne?) cercando forse protezione dall’ansia e dall’altro “La sposa/Ida” non è che abbia poi tutta questa gran voglia di sembrare forte o autonoma alla fin fine.
In conclusione, in questo film è venuta fuori una lettura femminista del mito di Frankenstein abbastanza timida, direi, e nonostante l’efferatezza a tratti de "La sposa!". Ma che c’entra la violenza fisica o l’aggressività del linguaggio con l’emancipazione, poi? E il modello maschile in fondo non ne risulta ancora una volta trionfante alla fine e con tutti i suoi limiti che invece diciamo a parole e immagini di voler combattere?
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massimiliano capobianco
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mercoledì 11 marzo 2026
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una moglie di frankenstein che non si dimentica
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Faccenda non semplice riutilizzare Frankenstein ancora oggi dopo innumerevoli adattamenti. Questa rilettura la trovo molto femminista e interessante; il film non è privo di imperfezioni ma ha dalla sua parte un cast stellare, con una straordinaria Jessie Buckley. Musiche estremamamente interessanti, una bella ambientazione gotica al punto giusto. Ci sono dei momenti di violenza a cui i due "mostri" sono costretti, ma come in altri adattamenti i veri mostri non hanno le cicatrici in faccia; in questo caso hanno più l'aspetto di un poliziotto che tenta uno stupro o di un gangster mafioso che colleziona lingue delleprostitute che hanno parlato troppo. Il film è vivace e vitale e merita una visione che vi sedimenterà dentro anche successivamente.
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Faccenda non semplice riutilizzare Frankenstein ancora oggi dopo innumerevoli adattamenti. Questa rilettura la trovo molto femminista e interessante; il film non è privo di imperfezioni ma ha dalla sua parte un cast stellare, con una straordinaria Jessie Buckley. Musiche estremamamente interessanti, una bella ambientazione gotica al punto giusto. Ci sono dei momenti di violenza a cui i due "mostri" sono costretti, ma come in altri adattamenti i veri mostri non hanno le cicatrici in faccia; in questo caso hanno più l'aspetto di un poliziotto che tenta uno stupro o di un gangster mafioso che colleziona lingue delleprostitute che hanno parlato troppo. Il film è vivace e vitale e merita una visione che vi sedimenterà dentro anche successivamente. No grazie, preferirei di no è il manifesto della moglie di Frankenstein, anzi, solo la moglie che verso la fine preferisce essere chiamata.
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antonella
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lunedì 9 marzo 2026
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pessimo
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Film più che mediocre confusionario completamente insoddisfacente
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mauro meloni
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lunedì 9 marzo 2026
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la sposa!: due ore della mia vita che non mi ridar
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Ero entrato in sala con la curiosità di chi aspetta una visione fresca e originale, ma ne sono uscito con un solo desiderio: dimenticare tutto il prima possibile. Non userò giri di parole: "La Sposa!" di Maggie Gyllenhaal non è solo un brutto film, è probabilmente una delle operazioni cinematografiche più confuse e pretenziose mai apparse sul grande schermo.
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Ero entrato in sala con la curiosità di chi aspetta una visione fresca e originale, ma ne sono uscito con un solo desiderio: dimenticare tutto il prima possibile. Non userò giri di parole: "La Sposa!" di Maggie Gyllenhaal non è solo un brutto film, è probabilmente una delle operazioni cinematografiche più confuse e pretenziose mai apparse sul grande schermo.
Un caos senza bussola
La sceneggiatura vorrebbe essere un manifesto di emancipazione e uno sfogo punk-gotico, ma il risultato è un insieme di scene sconnesse che non portano da nessuna parte. La trama annega in una narrazione frammentata che mette a dura prova la pazienza anche dello spettatore più benevolo. Invece di profondità, ho trovato solo una noia opprimente che rende ogni minuto simile a un'eternità.
Il delitto perfetto: sprecare un cast stellare
Ciò che rende l’esperienza davvero irritante è il divario tra il talento in campo e il vuoto pneumatico della messa in scena. Christian Bale, un attore noto per la sua dedizione maniacale, qui sembra vagare nel vuoto, intrappolato in una caratterizzazione che vorrebbe essere eccentrica ma risulta solo irritante. Lo stesso vale per Jessie Buckley: vederla costretta a recitare battute pretenziose e vuote, all’interno di una performance che scambia le urla per intensità, è un colpo basso per chiunque ne apprezzi le capacità. Quando hai a disposizione fuoriclasse di questo livello e riesci a renderli macchiette anonime, il fallimento diventa un'offesa allo spettatore.
L'apoteosi del ridicolo: il ballo nel ristorante
Se ancora c’era qualche speranza di salvare il film, la scena del ballo al ristorante provvede a distruggerla definitivamente. Quello che nelle intenzioni della regia doveva essere un momento di rottura anarchica, si trasforma in una sequenza interminabile e imbarazzante. Vedere i protagonisti muoversi in quel delirio coreografico, tra sguardi allucinati e una colonna sonora irritante, trasforma la visione in una prova di resistenza fisica. È il momento esatto in cui lo spettatore smette di cercare un senso e inizia a guardare l'orologio.
Il verdetto
Si dice che il cinema sia magia, ma qui siamo di fronte a un esperimento fallito in laboratorio. È raro assistere a uno spreco di budget e risorse di questa portata.
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