Malcolm & Marie

Un film di Sam Levinson. Con John David Washington, Zendaya Titolo originale Malcolm & Marie. Drammatico, durata 106 min. - USA 2021. MYMONETRO Malcolm & Marie * * 1/2 - - valutazione media: 2,73 su 13 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Uno spaccato teso ma senza lampi di una coppia Valutazione 3 stelle su cinque

di Eugenio


Feedback: 27727 | altri commenti e recensioni di Eugenio
sabato 6 febbraio 2021

Dramma da camera marcatamente polanskiano, girato l’estate scorsa, su Netflix dal 5 febbraio, Malcolm e Marie è un film che sembra dir tutto e niente, in un bianco e nero invasivo che Sam Levinson, regista e sceneggiatore, sceglie quasi come contorno aneicoico in cui ricostruire lacerti di vita quotidiana della coppia Malcom (John David Washington) e Marie (Zendaya) due afroamericani, della Los Angeles di oggi.
I due tornano a casa che è l’una di notte dalla prima del film di lui, sceneggiatore e regista che ha ottenuto un successo straordinario con la sua opera in passato respinta e ora osannata dai critici (un riferimento odierno?); eppure, c’è qualcosa che sembra non andare e che Lei, appunto, cerca di dissimulare, fallendo miseramente. Lui se ne accorge, le chiede le ragioni; Lei incerta gli svela: hai ringraziato tutti, ma proprio tutti tranne me, alla prima del tuo successo d’esordio.
Ma è solo un preteso (tra l’altro biografico del regista che si era dimenticato di ringraziare la moglie alla première di un suo film) evidente per iniziare la classica discussione “compagno-compagna”, per raccontarsi ambizioni fallite: quelle di Marie, ex tossico-dipendente dalle velleità artistiche e ora zerbino di Malcom; quelle di lui appunto che l’ha seguita sempre, coltivando comunque il fondamento della sua arte, genio invalido della macchina da presa, egocentrico narcisista che ha “usato” o meglio dire “copiato” il soggetto dalla storia di vita della compagna per i suoi scopi. Insomma, pappagallo lui, ex tossica arrabbiata lei, che si affrontano in un ring domestico, pulito e nitido, a sputarsi dietro offese di ogni tipo, ferendosi in critiche negative che non servono a crescere quanto a abbattersi e forse a non riuscire a risalire più l’erta china in cui sprofondano in un amalgama sessuale ove ritrovarsi.
Malcom e Marie non sembrano particolarmente simpatici e delle volte ci chiediamo se è proprio necessario assistere a questo menage a dois. La nostra prima reazione, che ci spinge a lasciar perdere e ad abbandonare la pellicola dopo mezz’ora (dura in tutto un’ora e quarantacinque), presto però cambia e man mano che l’interpretazione di Malcolm in un potente monologo verso metà film, si fa quasi solipsistica, proseguiamo, illudendoci che Levinson ci allieti amaramente, come fece Polanski in Carnage, in un fil rouge tardo ottocentesco (ahimè rovinato da un linguaggio moderno scurrile a volte), da Casa di Bambola. Ma niente, il tutto si tramuta in un fuoco fatuo. Marie, nel patinato bianco e nero 35 mm, non necessita di alcuna emancipazione: appare libera, ripresa addirittura nell’atto di andar in bagno (con tanto di citazioni alla Eyes Wide Shut di Kubrick) senza alcuna remora e estremamente volubile mentre Malcolm le regge la scena, persino quando scopre una recensione (di una giornalista….bianca del Los Angeles Times), positivissima ma secondo lui tale per motivi sbagliati, non ultimo aver considerato il  suo film “politico” e “conciso nei suoi messaggi finali”. Ciò che proprio a Malcolm non va giù ovvero che il film debba avere per forza un messaggio preciso e chiaro; qualcosa contrario alla sua etica.
Insomma, niente di più. Il dialogo interiore di questo “artista” nasce, cresce e corre tutto nella sua testa in frequenti monologhi in cui dal rapporto di coppia, Levinson, cambia rotta declinando l’ode arrabbiata di Malcolm con Marie stesa sul divano, in un apologo sull’arte del cinema odierno fatto di crisi identitaria, vuoto di valori, politicamente corretto della classe radical chic di intellettuali critici pronti a soggiacere alla massa per mancanza di coraggio senza esporre liberamente il proprio pensiero critico.
Eppure, nonostante quest’attacco giustissimo e condivisibile, Malcolm e Marie non convince sino in fondo, non riesce a emozionare noi spettatori che ci aspettiamo qualcosa sino alla fine che non arriva se non l’assoluta mancanza di cuore ed elettricità. E non basta lamentarsi, declinare il tutto a un’ode di rabbia e vendetta, decretando l’amore come ultimo fine di un rapporto teso e nervoso. Per quanto stilisticamente perfetto e fotograficamente pulito, il film è bello senz’anima, privo proprio di quella qualità lamentata da Malcolm nel suo monologo: l’originalità. E, scusate se è poco.

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