Il padre

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Un film di Fatih Akin. Con Tahar Rahim, Sevan Stephan, Shubham Saraf, Alì Akdeniz, Zein Fakhoury.
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Titolo originale The Cut. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 138 min. - Germania, Francia, Italia, Russia, Canada, Polonia, Turchia 2014. - Bim Distribuzione uscita giovedì 9 aprile 2015. MYMONETRO Il padre * * 1/2 - - valutazione media: 2,53 su 15 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il genocidio armeno: una ferita aperta Valutazione 5 stelle su cinque

di Galvanor


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martedì 14 aprile 2015

Lino Lavorgna *** “Un film puro, epico, di grande intensità e bellezza, come non se ne fanno più”. Parola di Martin Scorsese. Basterebbe questo a chiudere ogni discorso e correre a vedere il film, ammesso che si riesca a reperire qualche cinema che lo abbia in programmazione. Purtroppo la distribuzione lo penalizza molto. (Visto a Napoli, nell'unico cinema della Campania in cui è disponibile, e non per molto). Nazaret Manoogian è un giovane fabbro di etnia armena, padre di due gemelle, che vive in Anatolia quando al potere salgono i giovani turchi. Siamo nel 1915 e il governo decide di saldare i conti con la minoranza cattolica, perpetrando quello che passerà alla storia come il primo genocidio del ventesimo secolo. Strappato alla famiglia, Nazaret scampa miracolosamente al “taglio della gola”, grazie alla “compassione” del carnefice, che non affonda la lama. Resterà muto per sempre, ma almeno è vivo, a differenza dei suoi compagni di sventura. Dopo un anno di peregrinazioni, il fabbro apprende casualmente che le figlie sono ancora vive e inizia un periglioso “viaggio” per ritrovarle: Libano, Cuba, Stati Uniti, fino alle desolate, aride e fredde praterie del North Dakota. Saranno ancora vive? “The Cut”, lo si intuisce scena dopo scena, è pregno di elementi simbolici di grande valenza. Nulla è lasciato al caso e tutto è incentrato sulla caducità della vita, che consente tanto le azioni più efferate quanto i gesti più nobili. E’ fortunato, Nazaret, nell’imbattersi in un turco buono, che gli salva la vita. E’ fortunato, il bimbo turco, al termine della prima guerra mondiale: ad Aleppo i turchi sono cacciati sotto il lancio dei sassi, ma Nazaret resta con il braccio teso, incrociando lo sguardo impaurito del bimbo. Non ha colpa, lui, dei massacri compiuti dagli adulti e quel gesto pietoso forse gli cambia la vita. Ecco, quindi, il tema del “perdono”, della “compassione” e della “colpa” fusi in pochi secondi, in una scena stupenda. Il “diavolo” che mina le coscienze è sconfitto. Il dilemma della morte come liberazione è affrontato nell’incontro con la cognata, in un campo che accoglie migliaia di armeni in fin di vita. La donna chiede di essere “liberata dalle sofferenze” e Nazaret obbedisce, strangolandola. Immediate, saltano alla mente le scene strazianti dei campi di concentramento nazisti. Akin padroneggia la cinepresa con rara maestria. I campi lunghi, tipici di molti film dedicati al genocidio armeno, qui si dilatano oltre il possibile. A tratti si percepiscono espliciti riferimenti a Elia Kazan, Sergio Leone e Bernardo Bertolucci, ma è sempre la pregnante personalità artistica di Kazin che domina le scene, impreziosite dalla stupenda bellezza di Tahar Rahim e dal suo indiscusso talento, che si manifesta in modo ancor più pregnante proprio perché resta muto per quasi tutto il film. Impeccabile la fotografia, che alterna i colori dei vari luoghi rendendoli percepibili esattamente come ci appaiono nella nostra mente; di grande spessore la colonna sonora, di Alexander Hacke, che riesce a imprimere il giusto pathos, sena strafare. Un autentico capolavoro, quindi, che ci auguriamo possa beneficiare di un ripensamento sulla distribuzione, anche alla luce della crescente attenzione sul genocidio, scaturita dalle parole del Papa durante la messa del 12 aprile, celebrata secondo il rito armeno. Il film è dedicato al giornalista Hrant Dink, ucciso nel 2007 da un nazionalista turco per aver cercato di raccontare il genocidio del suo popolo.

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