Lo scafandro e la farfalla

Un film di Julian Schnabel. Con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais.
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Titolo originale Le scaphandre et le papillon. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 112 min. - Francia 2007. - Bim Distribuzione uscita venerdì 15 febbraio 2008. MYMONETRO Lo scafandro e la farfalla * * * 1/2 - valutazione media: 3,79 su 85 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Troppo sopravvalutato: è la noia a prevalere. Valutazione 2 stelle su cinque

di Great Steven


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martedì 10 maggio 2016

LO SCAFANDRO E LA FARFALLA (FR/USA, 2007) diretto da JULIAN SCHNABEL. Interpretato da MATHIEU AMALRIC, PATRICK CHESNAIS, EMMANUELLE SEIGNER, MARIE-JOSéE CROZE, ANNE CONSIGNY, NIELS ARESTRUP, MAX VON SYDOW, EMMA DE CAUNES
Jean-Dominique Bauby è uno stimato giornalista e padre di famiglia che lavora per la rivista Elle. Un giorno, mentre percorre in automobile una strada di campagna con uno dei figli, accusa un malore. Si risveglia dopo un lungo coma in un letto d’ospedale, e scopre una sconvolgente verità: un ictus gli ha paralizzato completamente il corpo e ha scollegato il suo cervello dal sistema nervoso centrale. Benché Jean-Do (come lo chiamano affettuosamente amici e conoscenti) riesca ad udire una sorta di voce interiore nella sua mente, capisce ben presto che non è più in grado di esprimersi verbalmente e farsi dunque comprendere a parole dai suoi interlocutori. L’ictus gli ha anche annullato la funzionalità dell’occhio destro, quindi non gli resta che quello sinistro per poter, con estrema lentezza, riagguantare un contatto col mondo. Dinanzi a domande precise, ivi comprese la scelta delle lettere dell’alfabeto ordinate tramite un’apposita sequenza, può sbattere la palpebra funzionante per le risposte affermative e sbatterla due volte per quelle negative. Attraverso questo sistema comunicativo stentato, ma che dà comunque i suoi frutti, l’ex giornalista scrive la sua autobiografia, nella quale racconta tutti gli eventi che hanno preceduto la malattia. Bauby morirà dieci giorni dopo la pubblicazione del libro. La memoria e l’immaginazione del protagonista rivivono nelle rievocazioni che egli compie nei momenti di maggiore scoramento, scoramento che lo attanaglia quando crede di non poter proseguire, ma che viene puntualmente superato con una forza d’animo fomentata da un non comune coraggio. Fra le sue fervide e abbondanti rimembranze, trovano posto gli eventi più allegri del suo passato, le cose che avrebbe voluto fare, le persone che trascurò e a cui avrebbe desiderato dedicare una fetta più ampia di tempo, fino al rapporto conflittuale col padre sfociato in un brusco litigio. Una pioggia di riconoscimenti ha premiato questo adattamento cinematografico dell’omonima autobiografia di Bauby, uscita nel 1997, fra i quali i più importanti son sicuramente il Golden Globe per il miglior film straniero e il premio per la migliore regia al Festival di Cannes. A mio giudizio, sono eccessivi. Il film ha un andamento ondivago che spesso travalica nel noioso, addirittura con qualche involontaria ma consistente scivolata nell’autocommiserazione, e il tutto non produce un messaggio di speranza come probabilmente si aspettava il regista Schnabel. Al contrario, si ha l’idea di aver a che fare con un prodotto che mescola una noia schopenhaueriana ad un idealismo di matrice hegeliana, senza però il risultato di una filosofia esistenziale che ne esca fuori e insegni qualcosa di significativo ad uno spettatore assetato di verità e conoscenza. Certi passaggi appaiono ridicoli e imbarazzanti, benché l’interpretazione accorata e saggia di Amalric riesca almeno in parte a risollevare l’opera dagli screzi che avvengono inavvertitamente fra la sua componente ricostruttiva, l’origine letteraria e il bisogno di comunicare una morale importante al pubblico. Morale che però si trasforma in moralismo, o peggio, in una caricatura di un uomo veramente vissuto che ha perso tutto quanto era fondamentale per lui (la sua salute, la sua autonomia) e adesso è vittima delle sue limitazioni. Per quanto tuttavia Jean-Do riesca, seppur con una fatica tanto accentuata quanto ammirevole, ad aggrapparsi ad un disperatissimo spiraglio per rimanere collegato con la realtà e le altre persone, la sua lotta sembra già persa in partenza, almeno per come il film di Schnabel la raffigura: si ha insomma l’impressione che i personaggi che interagiscono con lui desiderino inconsapevolmente da parte sua un affaticamento che non può dare, oppure, cosa che non cambia il discorso di fondo, un ottimismo sfegatato che non servirà a nulla in quanto il suo destino è già clinicamente segnato. Clinicamente ma anche psicologicamente. La ricchezza del film, tutto sommato grossolano e deludente, sta però nei contributi tecnici: al montaggio meraviglioso di Juliette Wefling, si abbina la splendida fotografia di Janusz Kaminski. Entrambi ricevettero una candidatura all’Oscar. L’accompagnamento delle sequenze più agresti e intimiste col celeberrimo brano francese La mer è una delle poche scelte azzeccate che questo dramma cinematografico di serie B è riuscito a portare in campo, ma galleggia su un mare di remissività e poca audacia di osare. La prova di M. Amalric rimane ciononostante un motivo valido per guardarlo, ma anche von Sydow brilla nel dare corpo e voce al suo spigoloso genitore. La malattia di cui il protagonista ha sofferto, e che l’ha condotto ad una lenta morte per deperimento inesorabile, è la cosiddetta sindrome locked-in.

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