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lizzy
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domenica 18 gennaio 2026
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le miserie di misera gente
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Ho rivisto stanotte, per l'ennesima volta, questo film di D'Amelio.
Niente da dire: il film è fatto bene, gli attori completamente realistici e le atmosfere abbastanza azzeccate...
Ma è un altro film sulla miseria umana.
Io non sono infatti d'accordo su chi difende questi "emigranti" dando loro più dignità di quella che poi effettivamente hanno,
Si, certo, costoro sono stati da un dato punto di vista un motore del nostro paese nel dopoguerra, hanno aiutato a costruire l'Italia di oggi, ma...
Ma siamo sicuri che senza di loro le cose non sarebbero anche state migliori?
Ne ho conosciute a bizzeffe di persone e famiglie come queste.
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Ho rivisto stanotte, per l'ennesima volta, questo film di D'Amelio.
Niente da dire: il film è fatto bene, gli attori completamente realistici e le atmosfere abbastanza azzeccate...
Ma è un altro film sulla miseria umana.
Io non sono infatti d'accordo su chi difende questi "emigranti" dando loro più dignità di quella che poi effettivamente hanno,
Si, certo, costoro sono stati da un dato punto di vista un motore del nostro paese nel dopoguerra, hanno aiutato a costruire l'Italia di oggi, ma...
Ma siamo sicuri che senza di loro le cose non sarebbero anche state migliori?
Ne ho conosciute a bizzeffe di persone e famiglie come queste.
Famiglia come quella arrivata a Torino nei primi minuti del treno, persone come Giovanni e Pietro.
Esseri umani che non riescono ad uscire dal loro guscio e rendersi conto che sono loro che devono adeguarsi ai nuovi posti, alle nuove situazioni, e non il contrario.
Perchè non c'è umiltà in queste persone, non c'è un minimo barlume di intelligenza.
Ma perchè essere poveri e provenire da un mondo arretrato non significa per conto di cose essere maleducati, scontrosi, inetti e presupponenti.
Giovanni in primis: arriva in un mondo migliore da quello dal quale scappa, ma si arroga il diritto di fare quello che gli passa per la testa, difende a spada tratta perfino l'indifendibile, compie scelte sicuramente sbagliate e se ne approfitta di gente del suo livello che, invece di essere aiutata, viene meschinamente sfruttata per ottenere da loro i pochi soldi possedut,i arrivando financo a compiere quello sconsiderato gesto che condannerà il fratello ipoteticamente tanto amato (che se lo avesse amato e rispettato veramente non ne avrebbe mai permesso quel sacrificio...) per ottenere cosa alla fine? Una parvenza di rispettabilità e normalità in una famiglia che mal lo tollera?
No, Giovanni non ama il fratello: lo usa per sentirsi migliore lui. Lo sfrutta per ottenerne una luce riflessa. Luce che poi non esiste: Pietro è un furfante derelitto come ce ne sono a milioni. Un guitto senz'arte nè parte al quale non resta l'estremo sacrificio per evitare quella "vita" che con giusta motivazione ha evitato lui.
Si, senza dubbio un ottimo film, ma di severa critica agli emigrati, non un romanzare le loro peripezie.
Chiediamoci poi perchè la gente di queli luoghi e di quel tempo vedesse di mal occhio questi emigranti...
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sunset
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sabato 9 luglio 2022
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noioso noioso noioso
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Non mi è piaciuto ! L'ho trovato pesante e non scorrevole . Grande attore Lo Verso e l'altro fratello ma alcuni attori penosi come ad esempio il Professore .
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filippo catani
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venerdì 6 settembre 2013
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una generazione di emigranti
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Torino 1958. Due fratelli siciliani si ricongiungono e il maggiore decide di accettare qualsiasi lavoro pur di aiutare il fratello minore a studiare e a diventare maestro. Le vicende dei protagonisti seguiranno un arco temporale fino al 1964.
Dal 1958 al 1964; ogni anno un capitolo della storia di questi due fratelli siciliani per un film premiato a Venezia con il Leone d'oro. Il film è struggente e per lunghi tratti buio, grigio e nebbioso come gli inverni torinesi. Gli occhi sono puntati sul dramma dell'emigrazione di massa che dal meridione portò centinaia di migliaia di persone al Nord in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Troppo spesso infatti davanti al tema dell'immigrazione, che ci tocca ancora da vicino per quanto concerne gli stranieri che approdano nelle nostre coste, dimentichiamo quella che è stata la nostra storia con tanti connazionali che varcarono anche il confine per andare a lavorare in Svizzera, Germania, Belgio e Sudamerica.
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Torino 1958. Due fratelli siciliani si ricongiungono e il maggiore decide di accettare qualsiasi lavoro pur di aiutare il fratello minore a studiare e a diventare maestro. Le vicende dei protagonisti seguiranno un arco temporale fino al 1964.
Dal 1958 al 1964; ogni anno un capitolo della storia di questi due fratelli siciliani per un film premiato a Venezia con il Leone d'oro. Il film è struggente e per lunghi tratti buio, grigio e nebbioso come gli inverni torinesi. Gli occhi sono puntati sul dramma dell'emigrazione di massa che dal meridione portò centinaia di migliaia di persone al Nord in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Troppo spesso infatti davanti al tema dell'immigrazione, che ci tocca ancora da vicino per quanto concerne gli stranieri che approdano nelle nostre coste, dimentichiamo quella che è stata la nostra storia con tanti connazionali che varcarono anche il confine per andare a lavorare in Svizzera, Germania, Belgio e Sudamerica. Come i migranti di oggi, anche i meridionali del tempo dovevano fare i conti con un pesante clima razzista: si doveva vivere in stanze maleodoranti quando non addirittura sottoterra, si trovavano annunci con scritto affittasi ma non ai meridionali e anche l'accesso a certi ristoranti era proibito. Questi lavoratori erano disposti a tutto dal lavoro in fabbrica fino alla raccolta di rifiuti. Pure i due protagonisti vivono questa esperienza già provati dalla scomparsa del padre. I due sono legati da un grande rapporto d'affetto nonostante il maggiore si danni per lavorare mentre il minore non riesce a trovare la propria strada vittima anche di un carattere schivo e introverso. Uno spaccato insomma dell'Italia che in quegli anni stava per balzare grazie al boom economico e che viveva anche di scioperi e rivendicazioni per maggiori diritti nel lavoro. Insomma un film complesso che ci restituisce però un lucido e doloroso ritratto dell'Italia del tempo vista da chi doveva lasciare la propria casa in cerca di una fortuna che non sempre si trovava.
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rita branca
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domenica 25 agosto 2013
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una verità difficile da accettare
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Così ridevano, film (1998) di Gianni Amelio con Enrico Lo Verso, Francesco Giuffrida, Fabrizio Gifuni, Rosaria Danzé, Renato Liprandi
Un altro film intenso di Gianni Amelio dove si narrano le dure vicende vissute dagli immigrati meridionali nella Torino industriale fra gli anni cinquanta e sessanta, i sacrifici di questi operai sull’orlo della disperazione che si affannano in mille modi per trovare una soluzione abitativa e lavorativa che li strappi alla fame lasciata nei paesi d’origine.
I problemi che affrontano sono complicati dalla scarsa conoscenza della lingua italiana che rende ardua la comunicazione e spesso aumenta l’arroganza e i maltrattamenti da parte dei datori di lavoro o dei loro rappresentanti.
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Così ridevano, film (1998) di Gianni Amelio con Enrico Lo Verso, Francesco Giuffrida, Fabrizio Gifuni, Rosaria Danzé, Renato Liprandi
Un altro film intenso di Gianni Amelio dove si narrano le dure vicende vissute dagli immigrati meridionali nella Torino industriale fra gli anni cinquanta e sessanta, i sacrifici di questi operai sull’orlo della disperazione che si affannano in mille modi per trovare una soluzione abitativa e lavorativa che li strappi alla fame lasciata nei paesi d’origine.
I problemi che affrontano sono complicati dalla scarsa conoscenza della lingua italiana che rende ardua la comunicazione e spesso aumenta l’arroganza e i maltrattamenti da parte dei datori di lavoro o dei loro rappresentanti.
E’ in questa cornice che si svolge anche l’avventura dell’analfabeta Giovanni quando, dalla Sicilia, raggiunge nella città piemontese il fratello più giovane Petru, di cui si sente responsabile e che vorrebbe ad ogni costo avviare agli studi, per assicurargli una vita meno sacrificata della sua. L’encomiabile sforzo e la scarsa capacità critica però, impediscono al protagonista, di rendersi conto che Petru non è il bravo ragazzo, diligente e studioso creato ciecamente dalla sua fantasia, è un totale disastro ed un volgare imbroglioncello che , comunque, a differenza del maggiore ottuso, dopo aver assistito alle azioni di totale abnegazione e sacrificio a suo favore, si decide a frequentare una scuola privata, e va a sostenere l’esame di diploma, che è una farsa. Fa, in poche parole, un tentativo per ricompensare la generosità ed i sacrifici del fratello, ma un colpo di scena rivelerà che ben altro dovrà fare.
Nel frattempo Giovanni, con metodi non chiari, si è fatto una reputazione fra gli immigrati: è diventato una piccola autorità riverita da molti ed ha assunto nei confronti dei nuovi poveri arrivati in cerca di fortuna, un tono simile a quello riservato a lui inizialmente.
Lo spettatore è mosso di volta in volta da sentimenti di pietà, di rabbia e di grande sorpresa finale.
Rita Branca
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il conformista
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mercoledì 20 giugno 2012
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pedro e suo fratello
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Il primo riferimento che viene in mente è "Rocco e i suoi fratelli". Quello che cambia è il carattere dei due fratelli da buono e cattivo, a cattivo e buono e questo è oggettivamente spiazzante, ma è l'unica novità. Il film è troppo lungo, troppo statico. Campi e controcampi, primi piani. Un affresco di vita spesso ridondante. E poi quel dialetto è spesso incomprensibile, chi l'ha visto coi sottotitoli in qualche paese esterno ha capito i dialoghi e le situazioni meglio di me!
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paola di giuseppe
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domenica 20 dicembre 2009
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così non ridevano
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A ragione definito il più “scorsesiano” dei film di Amelio,Così ridevano,girato sei anni dopo,sembra precedere il Ladro di bambini del ’92 per il tema della paternità surrogata,che qui è uno dei motivi fondanti del film, in quello diventa il leit motiv incarnato dal carabiniere Antonio.
“Al centro del mio film c’è un sogno”dice Amelio,ed è il rapporto complesso,tormentato e viscerale dei due fratelli siciliani,Pietro,il piccolo,che studia da maestro a Torino e Giovanni,analfabeta in cerca di riscatto sociale,autoinvestito del ruolo di fratello/padre,che lo raggiunge,carico di valigie di cartone e pacchi,con uno di quei treni del sud che in quegli anni scaricarono tonnellate di forza lavoro a basso costo per gli industriali del nord.
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A ragione definito il più “scorsesiano” dei film di Amelio,Così ridevano,girato sei anni dopo,sembra precedere il Ladro di bambini del ’92 per il tema della paternità surrogata,che qui è uno dei motivi fondanti del film, in quello diventa il leit motiv incarnato dal carabiniere Antonio.
“Al centro del mio film c’è un sogno”dice Amelio,ed è il rapporto complesso,tormentato e viscerale dei due fratelli siciliani,Pietro,il piccolo,che studia da maestro a Torino e Giovanni,analfabeta in cerca di riscatto sociale,autoinvestito del ruolo di fratello/padre,che lo raggiunge,carico di valigie di cartone e pacchi,con uno di quei treni del sud che in quegli anni scaricarono tonnellate di forza lavoro a basso costo per gli industriali del nord.
Intorno a questo centro,topic della storia,ruotano tanti corollari che si sgranano in una Torino tetra, fumosa di nebbia e rabbia repressa,dove scorrono sei giornate su un arco di sette anni, dal‘58 al ’64 (Arrivi, Inganni, Soldi, Lettere, Sangue, Famiglie),in un impianto teatrale di atti dentro i quali si compone,volta per volta,l’evento che dà il titolo e segna gli snodi.
La storia scorre ellittica,certo,a tratti addirittura enigmatica,lascia allo spettatore il compito di raccogliere indizi,ma è la scelta coraggiosa di Amelio quella di ricomporre faticosamente in unità le schegge di questo “atomo opaco del male”, dove quel che dovrebbe essere dato per certo,per scontato, per basilare alla convivenza umana,in realtà non lo è.
E si tratta dell’amore per un fratello,della possibilità di vivere dignitosamente tutti,del non vedere cartelli “non si affitta a meridionali”,del non essere trascinati in gattabuia se si parla un dialetto diverso,del non aver bisogno di sottotitoli in italiano per le sale cinematografiche del nord.
Tutto questo ci racconta Amelio,e continua a raccontarcelo anche oggi,basta spostare le lancette dell’orologio e cambiare qualche nome in calce ad apostrofi nient’affatto inconsuete del tipo “barbarie meridionale”.
La fotografia di Luca Bigazzi è sgranata,virata al nero,non vuol dare tregua nè consolazione all’occhio, deve far vedere cos’era vivere,allora,in sotterranei bui,spalare carbone per poche lire che ti davano se le chiedeva l’amico con l’accento piemontese;perfino nel lurido pub tutto sembra fatiscente,sfatto.
La tenera famigliola che scende dal treno con Giovanni e che Pietro,nascosto dietro una colonna perchè si vergogna del fratello,seguirà per un po’ come ipnotizzato,sprofonda nella nebbia,si perde fra severi e sontuosi palazzi savoiardi,mangia il povero pane avvolto nella carta oleata seduta sul bordo di una fontana,trasale alla vista della Mole Antonelliana e alla fine tornerà in stazione,incapace di trovare l’indirizzo giusto.
Giovanni sopravvive,l’amore per il fratello è così totale e primordiale da impedirgli di arrendersi,ma la sua rabbia di uomo mite segnerà il destino di entrambi.
Orfani non solo di famiglia,orfani soprattutto di una terra,come tanti,Giovanni e Pietro seguiranno la strada scelta per loro da questa bella Italia dello sviluppo senza progresso (in quegli anni Pasolini ci regalava Accattone e Mamma Roma),quel rapporto tormentato alla fine troverà una strada,dolorosa,ma pur sempre capace di tenere insieme un legame.
Resta l’amara riflessione su una cultura stritolata dal benessere raggiunto,e l’ultimo quadro ha una fotografia diversa,c’è luce,ma sembra artificiale.
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roberto marchesi
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lunedì 25 aprile 2005
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doveva chiamarsi: genesi di un fenomeno mafioso
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Nei panni di Amelio non avrei chiamato il film con quell’insulso titolo che non dice e non c’entra niente con la storia raccontata, io lo avrei chiamato: “Genesi di un fenomeno mafioso”.
A quell’epoca la popolazione italiana usava ancora, nel linguaggio corrente il proprio dialetto. Cio’ rendeva piu’ evidente la diversita’ di chi emigrava dal sud al nord che in certi casi diventava completa incomprensibilita’. Vi era poi un evidente differenza di stato sociale: di vera poverta’ per l’emigrante, di precario e timido benessere per gli abitanti del nord. Ma proprio la precarieta’ di quel pallido benessere appena raggiunto dopo i disastri della guerra, rendeva gli abitanti del nord timorosi e ipercritici verso i connazionali del sud che arrivavano pieni di speranze e illusioni spesso eccessive.
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Nei panni di Amelio non avrei chiamato il film con quell’insulso titolo che non dice e non c’entra niente con la storia raccontata, io lo avrei chiamato: “Genesi di un fenomeno mafioso”.
A quell’epoca la popolazione italiana usava ancora, nel linguaggio corrente il proprio dialetto. Cio’ rendeva piu’ evidente la diversita’ di chi emigrava dal sud al nord che in certi casi diventava completa incomprensibilita’. Vi era poi un evidente differenza di stato sociale: di vera poverta’ per l’emigrante, di precario e timido benessere per gli abitanti del nord. Ma proprio la precarieta’ di quel pallido benessere appena raggiunto dopo i disastri della guerra, rendeva gli abitanti del nord timorosi e ipercritici verso i connazionali del sud che arrivavano pieni di speranze e illusioni spesso eccessive. Su di loro si e’ quindi puntato un razzismo, purtroppo tra italiani, che e’ durato per tutta una generazione e oltre.
Per opporsi al razzismo che li emarginava i meridionali si sono trovati costretti ad organizzarsi in qualcosa di simile a delle confraternite, dove i piu’ capaci, quelli che disponevano di qualche amicizia, provvedevano a creare le condizioni per trovare uno spazio vitale. Ma gli emigranti, soprattutto quelli dalla Sicilia, non erano impregnati solo del loro dialetto, lo erano anche della loro cultura, dove la presenza della mafia era gia’ dominante.
La mafia nasce appunto in sicilia come difesa della popolazione contro il latifondismo che si impadroniva di tutta la ricchezza esistente, ma all’origine era una organizzazione dedita alla solidarieta’ tra i suoi adepti non una organizzazione criminale. E’ solo a partire dagli anni “30, e dall’America (Chicago, ecc.), che parte la degenerazione verso il fenomeno mafioso che conosciamo oggi.
Nel film, il limitato benessere raggiunto da Giovanni attraveso la sua organizzazione, e’ dovuto alla sua bravura nell’ organizzare i suoi conterranei; nel trovar loro un alloggio, un lavoro, un modo per inserirsi in quella societa’ che non li voleva. Ma non era un “pizzo”, una tangente, era una liberalita’ che i suoi conterranei volentieri gli pagavano per il servizio che lui (nominato addirittura presidente) svolgeva.
Ma e’ impossibile non vedere in questa organizzazione la cellula embrionale di una cosca mafiosa.
L’analisi approfondita di questo film fa intuire quindi che i due fenomeni, razzismo e mafia, sono quasi sempre strettamente intercorrelati.
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anonimo
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domenica 20 giugno 2004
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cosi ridevano
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Un altro stupendo film del maestro.Amelio riprende l'angoscioso problema dell'emigrazione in modo magistrale,realizzando un opera toccante e commuovente
[+] film stupendo e significativo
(di sunset )
[ - ] film stupendo e significativo
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(di sunset )
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