Ci hai rotto papÓ

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Un film di Giuseppe Moccia, Franco Castellano. Con Elio Germano, Luca Virgulti, Paolo Vivio, Giacomo Furia, Fernando Cerulli, Mariangela Giordano.
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Commedia, durata 99 min. - Italia 1993. MYMONETRO Ci hai rotto papÓ * * - - - valutazione media: 2,28 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

"Ci hai rotto papÓ" ci hai rotto... Valutazione 1 stelle su cinque

di L


Feedback: 100
lunedý 12 maggio 2014

Di film visti durante l'infanzia e rivisti in età adulta ce ne sono a bizzeffe: si può dire che ognuno di noi ha il proprio da portarsi nel cuore. Il fatto è che, spesso e volentieri, occhi più attenti ed una testa più matura possono far cambiare completamente opinione su un film dapprima considerato cult ed ora una misera pellicola da gettare nel calderone del cinema all'italiana. Tra gli innumerevoli casi v'è quello del lungometraggio preso in esame, uno degli ultimi lavori di Castellano e Pipolo (oggi più noto per essere il padre di Federico Moccia che non per aver creato alcune opere decisamente più brillanti quali il celebre "Attila flagello di Dio" o "Il ragazzo di campagna).
"Ci hai rotto papà", tralasciando il titolo sgrammaticato, è un film del 1993 completamento privo di trama, senza un'effetiva continuità e, forse ancor peggio, senza uno scopo ed i valori che, probabilmente, vuole trasmettere si colgono davvero a fatica. Quello che Castellano e Pipolo mostrano è semplicemente una serie di gag in cui i protagonisti sono un gruppo di ragazzini, quasi tutti abitanti nello stesso quartiere, chiamati "Gli intoccabili" (riferimento all'omonimo film di Brian De Palma con Kevin Kostner e Robert De Niro) e le sfortunate vittime dei loro diabolici scherzi (tutti adulti tra parenti, insegnanti, domestici, suore e perfetti sconosciuti). Detta così non sembrerebbe neanche tanto male: in fondo già da vent'anni il cinema italiano era abituato a lungometraggi costituiti principalmente da episodi comici più o meno lunghi (basti pensare a dei classici quali la saga di "Amici miei" o i "Fantozzi"). Il fatto è che le gag presenti nel film in questione mancano completamente di comicità, forse strapperebbero una o due risate ad un adulto, e l'ironia che dovrebbe denunciare  presunte ingiustizie, ossia quelle che spingono i bambini a comportarsi in un certo modo, è talmente sottile da essere impercettibile: si potrebbe dire che gli "Intoccabili" agiscono solo per sentimento contro l'ingiustizia, non perché, effettivamente, ci siano ragioni ben più profonde e mature che in altri film, a fronte della giovane età dei protagonisti, si possono cogliere (es. I Goonies). In altri casi, addirittura, i piccoli non si comportano di conseguenza a ciò che gli si viene fatto, ma per puro svago (la scena della salsa di pomodoro nell'ombrello, la scena dello scambio di cane, la scena del pappagallo con il microfono), screditando anche quelli che dovrebbero essere i propri principi canticchiati nel celebre motto "Noi siamo gli Intoccabili e voi c'avete rotto...". Insomma, non risulta essere proprio educativo in un film che si rivolge ai bambini. Come se non bastasse, giusto perché mancava il timbro dell'italianità, il lavoro è colmo dei classici stereotipi quali il napoletano ignorante, il romano rozzo, il milanese dotto e palliduccio, l'africano "Zi Badrone", il siciliano mafioso etc. più una quantità industriale di inutili volgarità che rendono il prodotto un precursore dei futuri disastri natalizi firmati Vanzina. E' vero: già da anni il cinema stava spostando l'occhio sulle realtà più o meno degradate dei giovanissimi (Stand by me, I ragazzi della 56° strada, Rusty il Selvaggio), ma per quanto i protagonisti potessero essere sboccati non si cadeva nella banale volgarità, cosa che qui succede spesso e sempre mette tristezza.
La sceneggiatura è terrificante: tralasciando le gag scadenti ed il fatto che il giovanissimo protagonista Elio Germano ha avuto bisogno d'essere doppiato, come già detto non esiste una vera e propria storia ed in svariati casi si possono vedere scene completamente inutili ed inconcludenti (soprattutto quelle che hanno a che fare con la vita privata dei protagonisti, ma da annoverare sono quella dell'eclissi solare e quella della recita dell'unica ragazza del gruppo, completamente casuali). In un simile poltiglione tutto ciò che appare coerente, e per fortuna del film rimane tale fino alla fine, è proprio la vita privata dei ragazzini che, però, non è carente di elementi surreali ben oltre il limite della commedia intelligente. Non parliamo poi di elementi, azzarderei, fantasy: un bambino di quattro anni che gira da solo con un San Bernardo adulto, un sarto che accudisce una scimmia poi mandata ad un centro di sperimentazione (che dovrebbe rappresentare uno spunto di rilessione animalista) e la cui avventura si conclude con un'improbabile squarcio nei pantaloni di uno dei ragazzi. Si sprecano poi i riferimenti agli anni 80', condensati, oltre che negli stereotipi, in una moltitudine d'indizi presenti un po' ovunque, dalla colona sonora alla presenza non propriamente adeguata di donnine seminude alle citazioni inopportune verso film di tutt'altra specie (Gli Intoccabili, Karate Kid, I Goonies). Le citazioni e l'atmosfera surreale fuse assieme, inoltre, plasmano dei protagonisti a loro volta incredibili, nel senso negativo del termine, talvolta tutto meno che rappresentativi dei loro coetanei d'inizio anni 90' meglio descritti, ad esempio, in "La scuola" di Daniele Luchetti. E dopo un'interminabile ora e mezza di scene casuali montate assieme Castellano e Pipolo si accorgono di non aver seguito una trama, quindi, negli ultimi minuti, ci regalano due rapidissimi accenni che sono anche il top degli stereotipi: la storia d'amore fasullissima tra i due protagonisti, di cui s'è avuta soltanto una minima idea durante lo "svolgimento" degli eventi, ed il momento tragico in cui Elio Germano si ritrova all'ospedale con un ematoma in testa, salvato poi dal motivetto degli amici che cantano "Perché la cacca, quando ti scappa, dall'alto in basso piomberà".
Insomma, non me la sento di chiamarlo disastro, ma come lavoro è scadente e le potenzialità per tirare fuori un buon prodotto c'erano tutte, un classico del cinema italiano che da dopo gli anni 70' non è mai stato in grado di scrollarsi di dosso quei canoni che ancora oggi, in tempi completamente diversi, vengono continuamente propinati. Il tutto ci mostra che già vent'anni fa il nostro cinema era tanto nostalgico da fregarsene d'essere anacronistico. Deludente sotto ogni punto di vista.
P.S. Il San Bernardo chiamato Mozart in riferimento al più celebre Beethoven non si può proprio sentire, ma ancora peggiori sono i riferimenti alla tv commerciale ed all'impero dell'emergente Berlusconi...

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