Last Days

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Un film di Gus Van Sant. Con Asia Argento, Kim Gordon, Lukas Haas, Ricky Jay, Harmony Korine.
continua»
Drammatico, durata 97 min. - USA 2005. - Bim Distribuzione uscita venerdì 13 maggio 2005. MYMONETRO Last Days * * * - - valutazione media: 3,48 su 54 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Giuseppe Videtti

La Repubblica

Undici anni dopo, la villa al 171 di Lake Washington, a Seattle, dove Kurt Cobain, il 27enne cantante dei Nirvana, si è suicidato 18 aprile del 1994, è ancora meta di pellegrinaggio. I ragazzi si arrampicano sugli alberi per avere una visuale migliore. Qualcuno ha tagliato i rami degli abeti per permettere alle ragazze che non riescono a salire fin lassù di vedere almeno le due finestre della soffitta, se non proprio la rimessa in cui il rocker si è tolto la vita. Giovani che arrivano dal Midwest e dalla California, qualcuno anche dalla Cecoslovacchia. Vengono qui a piedi da Capitol Hill, il quartiere dell’università, una bella scarpinata con zaini e sacchi a pelo fino all’incrocio con la 39esima Avenue, dove le case dei ricchi si affacciano sul miglior panorama della città, tra il lago e la baia.
Altri vagabondano per i vialetti eleganti del Lakeview Cemetery, intorno alle tombe dl Bruce e Brandon Lee, chiedendo a chiunque dove sia la tomba dl Cobain, ignari del fatto che Courtney Love, la Yoko Ono del grunge, ha fatto cremare i resti del marito e ha tenuto per sé e per la figlioletta, Frances Bean, le ceneri. Tutti con i capelli biondi, lunghi e sudici, i jeans sdruciti, le felpe abbondanti a righe orizzontali marrone e rosso, le camicie di flanella a quadri: la divisa del grunge, che nei primi anni Novanta ha fatto conoscere Seattle al mondo e l’ha trasformata nella nuova capitale del rock. AI cimitero di Renton, trenta chilometri da Seattle, davanti alla tomba di Jimi Hendrix, due ragazzi polacchi si lamentano: «Possibile che Kurt non debba riposare in un posto come questo? Possibile che non abbiamo un posto dove pregarlo? Courtney è stata egoista, lui appartiene anche a noi. Siamo stati alla villa, ma non è la stessa cosa. Lui lì non c’è più».
La villa, non proprio quella (perché Courtney già l’ha venduta) ma una identica, è il teatro del film Last Days, che Gus Van Sant ha girato sugli ultimi giorni di Cobain. Lo presenta a Cannes in questi giorni ed è da oggi sugli schermi italiani.
«L’idea di Last Days scaturisce da alcune intime curiosità» dice il regista. «Mi chiedo da anni come siano state le ultime ore di Cobain prima del suicidio. Nei primi anni Novanta, dopo aver girato Belli e dannati, andai ad abitare in una casa di Portland molto simile a quella in cui Kurt e Courtney abitavano. La mia guardava la città, la loro il lago, ma erano entrambe dimore borghesi dei primi del Novecento. Era un posto assurdo, troppo grande, che non mi apparteneva per niente. Mi sono chiesto se anche Kurt si sentisse a disagio in quella grande casa». Last Days non racconta, guarda da lontano. Van Sant dice che il film «è solo ispirato alla vicenda di Cobain», e infatti il protagonista della storia, in verità identica a quella del rocker, si chiama Blake. Courtney, d’altronde, non avrebbe mai accettato di cedere i diritti a un film maker di culto, ma la somiglianza di Michael Pitt con Kurt è talmente impressionante da non lasciar dubbi.
In un’interminabile sequenza che rimanda al BIow Up di Michelangelo Antonioni, la telecamera spia Blake senza mai incontrarlo. Il primo piano arriva dopo quasi un’ora, le note musicali dopo quarantacinque minuti dall’inizio del film. Lo insegue mentre passeggia d’inverno nel bosco borbottando parole incomprensibili, si spoglia, si getta nelle acque del fiume, resta incantato a guardare una cascata, piscia, si riveste fradicio, vagabonda tra gli alberi, accende un fuoco nella notte e si addormenta. Quando la telecamera entra nella villa, si scopre che Blake non è solo. C’è un’umanità barcollante che va e viene, creature che lo lasciano scivolare nel buio, indifferenti alla sua (inevitabile) caduta. Un venditore di pubblicità delle pagine gialle non si sorprende di vederlo bistrato, con indosso una sottoveste nera, e continua imperterrito a decantare le sue inserzioni. Lo stesso fanno due mormoni, venditori porta a porta della parola di Dio. Nessuno, tantomeno le fragili creature che con lui dividono quella muta dimensione parallela alla vita, si stupisce di trovano spesso in uno stato comatoso, neanche Asia (Asia Argento, che in una vera biografia avrebbe potuto essere una perfetta Courtney Love, ma qui è solo una compagna di solitudine), che si limita a sistemarlo contro il muro quando lo trova accasciato davanti a una porta, senza neanche accertarsi se sia vivo o morto (Cobain aveva più volte messo in scena la prova generale del suo suicidio, una volta anche all’Hotel Excelsior di Roma, alla fine dell’ultimo tour dei Nirvana, esattamente un mese prima del colpo finale).
Anche per questo film, ultimo di una trilogia dl cui fanno parte Gerry e EIephant arrivati dopo la sbandata hollywoodiana di Scoprendo Forrester, Van Sant prende spunto da un fatto di cronaca: «Si tratta di tre storie in cui non sappiamo come siano andate realmente le cose. Nessuno sapeva dove fosse Kurt Cobain nei suoi ultimi giorni, né cosa gli stesse succedendo. L’ispirazione per Last Days non viene dall’evento in sé, ma dalla profonda attrazione per quei giorni segreti che hanno contagiato il mondo. All’inizio avevo pensato di costruire una storia su un adolescente che vive in solitudine. Si cucina i maccheroni, guarda la televisione, non risponde al telefono, esce di casa e cammina senza meta, scrive. Lascia che passino i giorni, non pensa al suicidio».
Poi, nel 1997, Van Sant incontra Michael Pitt (The Dreamers, di Bernardo Bertolucci), che sogna ancora di diventare una rockstar. L’attore gli fa ascoltare Death To Birth, una sua composizione, una delle due che esegue nel film. Quella canzone dilaniata convince il regista a modellare la sua storia sulla vicenda di Cobain.
Non ci sono i classici dei Nirvana a far da colonna sonora, né Smells Like Teen Spirit All Apologies. Le musiche, a parte le due canzoni di Pitt, sono state studiate da Thrurston Moore dei Sonic Youth (anche Kirn Gordon, la cantante, ha una parte nel film).
L’unica canzone che si sente con una certa insistenza è Venus In Furs dei Velvet Underground, inno sadomaso con la voce di Lou Reed e la viola di John Cale. «Mi sono accorto che a me e ai miei amici era capitato qualcosa di simile» racconta Pitt, che è stato un fan del grunge di Seattle. «Essere un ragazzo che cresce nel mezzo del nulla, che si sente incompreso e si rifugia nella I sua chitarra. Non dovevo andare molto lontano per trovare il mio personaggio: bastava che ci mettessi quello che avevo vissuto. È una storia comune a mol-ti musicisti, a molti esseri umani».
Nessuna indulgenza sul suicidio della star. Nessun segno di disperazione che scateni la decisione fatale. Non si ode neanche il colpo di fucile. La mattina, un elettricista chiamato a installare un allarme, entra nella rimessa e scopre il corpo. Che ancora non si è separato dall’anima. Lo spirito nudo di Blake-Cobain si stacca dalle spoglie mortali poco prima di essere caricato sulla barella e chiuso nel sacco di plastica. «Meglio bruciare che spegnersi lentamente» lasciò scritto Cobain. Blake se ne va senza una parola. Negli ultimi giorni non ha più niente da dire a nessuno. Le ultime parole le borbotta a se stesso.
Da Il Venerdì di Repubblica, 13 maggio 2005


di Giuseppe Videtti, 13 maggio 2005

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