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sammy91
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lunedì 5 marzo 2012
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bisognerebbe piangere, ma in realtà fa ridere
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La maggior parte delle critiche per questo film sono più che positive, ma per quanto mi riguarda io non sono per niente d'accordo.
Sono andata a vedere questo film con la consapevolezza che fosse di genere drammatico e aspettandomi di versare una valle di lacrime, sentimentalista come sono.
E invece, niente, nemmeno una. Anzi, l'esatto opposto, ho riso. Perchè? Perchè non c'era niente da piangere, nonostante le vicende del film sono piuttosto tristi, direi. Insomma tutto ad un tratto una madre di famiglia ha un incidente e va in coma (e io so cosa significa perchè ho vissuto la stessa cosa nella mia famiglia). E ok mettici che col marito non andava molto d'accordo, non si parlavano più di tanto, ecc ecc, e tu, marito, appena apprendi la notizia, che reazione hai? Indecifrabile.
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La maggior parte delle critiche per questo film sono più che positive, ma per quanto mi riguarda io non sono per niente d'accordo.
Sono andata a vedere questo film con la consapevolezza che fosse di genere drammatico e aspettandomi di versare una valle di lacrime, sentimentalista come sono.
E invece, niente, nemmeno una. Anzi, l'esatto opposto, ho riso. Perchè? Perchè non c'era niente da piangere, nonostante le vicende del film sono piuttosto tristi, direi. Insomma tutto ad un tratto una madre di famiglia ha un incidente e va in coma (e io so cosa significa perchè ho vissuto la stessa cosa nella mia famiglia). E ok mettici che col marito non andava molto d'accordo, non si parlavano più di tanto, ecc ecc, e tu, marito, appena apprendi la notizia, che reazione hai? Indecifrabile. Il personaggio di Clooney non ha espresso niente, sarebbe dovuta essere una persona DISTRUTTA, dal dolore, e invece no, nei suoi occhi non si legge niente. La figlia più grande tipica adolescente ribelle, che uguale quando sa dell'incidente della madre reagisce solo facendo la ribelle e mandando a quel paese il padre. Però è un personaggio che si rivaluterà più in là, forse l'unico che tirerà fuori dei veri sentimenti e un pò d'intelligenza. La piccola alla quale viene nascosto tutto, ovviamente, e anche le sue reazioni non sono per niente simili a come reagirebbe veramente un bambino, perchè nei film li dipingono come stupidi, come se non si accorgessero di ciò che sta accandendo, e invece è tutto il contrario. Forse i bambini sono quelli che afferrano sempre prima di tutti. E poi l'amico di Alexandra, che, ditemi, che senso ha nel film? Che senso ha il suo personaggio che fa tanto la parte dello stupido, a prendere solo un cazzotto in faccia dal nonno?? Tipico ragazzo della sua età che fuma l'erba, e che alla fine fatalità si scopre che anche lui ha passato la stessa cosa, ovvero ha perso il padre. Io non ho capito il regista che diavolo di senso ha voluto dare a questo film, qual'è il messaggio? Di cosa voleva parlare? I suoi personaggi NON ASSOMIGLIANO PER NIENTE A NOI. Cosa voleva dire, che anche se sei ricco ti possono capitare disgrazie, che i soldi non fanno la felicità? Eh beh, ci vuole un genio a capirlo. Si certo è molto sensato fare un film su questo tema. Ribadisco che il film è piatto, non esprime sentimenti, quasi per nulla, è ridicolo, l'ho detto, a me, invece che piangere, ha fatto ridere. Mi dispiace, ma è bocciatissimo.
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[+] né sentimentale né pragmatico
(di tomtom)
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(di nicolonba)
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hidalgo
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domenica 19 febbraio 2012
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l'amarezza della vita
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George Clooney è il perfetto interprete di una commedia amara come il paradiso del titolo (italiano), una commedia che affronta temi drammatici con deliziosa e a tratti surreale ironia. Il tema centrale sono i sentimenti contrastanti dei vari personaggi, in particolar modo del protagonista King, importante uomo d'affari che vede la sua vita sconvolta dal coma irreversibile in cui cade la moglie che lo tradisce, ovviamente a sua insaputa. Il rapporto con le figlie, specie con la più grande, è difficile perchè praticamente inesistente. Il sentimento principale, almeno all'inizio, è il rancore. Clooney non riesce a non rinfacciare alla moglie morente il fatto di averlo tradito, la figlia, che sapeva, non riesce a perdonarla.
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George Clooney è il perfetto interprete di una commedia amara come il paradiso del titolo (italiano), una commedia che affronta temi drammatici con deliziosa e a tratti surreale ironia. Il tema centrale sono i sentimenti contrastanti dei vari personaggi, in particolar modo del protagonista King, importante uomo d'affari che vede la sua vita sconvolta dal coma irreversibile in cui cade la moglie che lo tradisce, ovviamente a sua insaputa. Il rapporto con le figlie, specie con la più grande, è difficile perchè praticamente inesistente. Il sentimento principale, almeno all'inizio, è il rancore. Clooney non riesce a non rinfacciare alla moglie morente il fatto di averlo tradito, la figlia, che sapeva, non riesce a perdonarla. L'amore c'è ma è momentaneamente soffocato dal livore, e questo rende i personaggi "veri" e non di celluloide, li fa sembrare più vicini a noi, più reali. Alexander Payne, già regista del brillante Sideways, conferma di avere talento e stile. Rifila la battuta, amara, ovviamente, nei momenti più tesi e drammatici, come ad esempio durante l'incontro tra il marito e l'amamte di lei ("Sei mai stato nella mia stanza da letto?" "Una volta." "Potevi avere il buon gusto di mentire stavolta." "Va bene, due.") Ci fa riflettere, sorridendo, che la vita può riservarci amarezze in ogni momento e possiamo "usarle" per crescere interiormente, per guardarci dentro, per "ricominciare." George Clooney si dimostra ottimo e volubile attore, la sua mimica facciale, a volte triste, a volte arrabbiata ma quasi sempre scanzonata, rappresenta alla perfezione lo spirito di un film profondo ma leggero, significativo e divertente e soprattutto... amaro.
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chaoki21
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venerdì 9 marzo 2012
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voler influenzare per forza il pubblico
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David Mamet diceva: "Nel momento in cui il regista smetterà di raccontare qualcosa e deciderà di influenzare qualcuno, il pubblico si addormenterà".
Ebbene, ho beatamente dormito per almeno 3/4 d'ora. A nulla è servito il lavoro di George Clooney per tenere viva l'attenzione del pubblico. Le uniche due interpretazioni degne di nota sono invece quelle dei due coniugi Speer.
Per il resto, tutti gli altri personaggi del film suonano stereotipati e "messi lì" per ottenere l'effetto voluto. Il film inizia bene, ma scivola facilmente nel melodramma strappalacrime. Uno è malato, l'altro sta morendo, l'altro è orfano, un altro ancora tradisce il partner.
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David Mamet diceva: "Nel momento in cui il regista smetterà di raccontare qualcosa e deciderà di influenzare qualcuno, il pubblico si addormenterà".
Ebbene, ho beatamente dormito per almeno 3/4 d'ora. A nulla è servito il lavoro di George Clooney per tenere viva l'attenzione del pubblico. Le uniche due interpretazioni degne di nota sono invece quelle dei due coniugi Speer.
Per il resto, tutti gli altri personaggi del film suonano stereotipati e "messi lì" per ottenere l'effetto voluto. Il film inizia bene, ma scivola facilmente nel melodramma strappalacrime. Uno è malato, l'altro sta morendo, l'altro è orfano, un altro ancora tradisce il partner... E le lacrime scorrono abbondanti. La mia idea è che il regista abbia voluto raccontare una bella storia, ma nel farlo non ha resistito alla tentazione di "metterci delle cose". Troppe cose. E inutili. L'azione si trascina molto lentamente, la maggior parte delle scene tendono a dare informazioni allo spettatore sui personaggi, le loro vite, ecc. Ma nel concreto, non ho visto nessuno svolgimento dell'azione. Alla fine, è come se tutto fosse rimasto così com'è. E' chiaro che il film inizia da una situazione di squilibrio e tende a raggiungere l'equilibrio, come in ogni altro film. Ma qui ho visto troppe parole, troppe lacrime e pochi fatti. I dialoghi erano banali, nulla che risvegliasse in me un minimo di coinvolgimento. Tornando a casa mi sono stupito quando ho scoperto che ha vinto l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Sapevo esattamente come sarebbe andato a finire il film già dopo 15 minuti. Ogni personaggio ha una storia e la "racconta" allo spettatore. Ma a me (spettatore) cosa importa? Io voglio sapere come vanno avanti le cose. Non voglio sapere cosa è successo. Il film va avanti ma i personaggi continuano a guardarsi alle spalle, producendo un fastidiosissimo trascinarsi della narrazione. Le inquadrature finali, con il paesaggio hawaiiano, mi ha restituito l'idea che non fosse accaduto nulla di nuovo sotto il sole. Che tutto si è concluso così come è iniziato. A peggiorare le cose, un pessimo lavoro di doppiaggio. Fastidiosissime le voci delle due figlie di Clooney. Lo stesso Pannofino pare che l'abbia doppiato (citando la mia ragazza) "con un panno in bocca". Film noioso. Non meritava nemmeno una candidatura.
Non lo consiglierei a nessuna persona a cui voglio bene. Per tutti gli altri, andate pure e godetevelo se ci riuscite.
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michela papavassiliou
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domenica 11 marzo 2012
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the discendants clooney non decolla
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Matt King, interpretato da George Clooney, vive alle Hawaii, luogo di nascita della sua bisnonna. Pur essendo gia' molto ricco, per avere ereditato diverse proprieta' di famiglia, preferisce per scelta vivere del suo lavoro, anche se potrebbe tranquillamente farne a meno. Spera che l'idea di far qualcosa di utile e gratificante nella vita possa in qualche modo essere anche un buon esempio per le sue due figlie. Alexandra, la maggiore, non sembra tuttavia apprezzarlo particolarmente e da qualche tempo vive lontano in aperta ribellione nei confronti dei genitori. La madre Elizabeth, una bella donna che Matt ama moltissimo, ha un brutto incidente in mare ed entra in coma. L'uomo distrutto dalla tragedia riporta la figlia maggiore a casa non senza qualche resistenza, spiegandole che le condizioni estreme della mamma richiedono la sua presenza.
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Matt King, interpretato da George Clooney, vive alle Hawaii, luogo di nascita della sua bisnonna. Pur essendo gia' molto ricco, per avere ereditato diverse proprieta' di famiglia, preferisce per scelta vivere del suo lavoro, anche se potrebbe tranquillamente farne a meno. Spera che l'idea di far qualcosa di utile e gratificante nella vita possa in qualche modo essere anche un buon esempio per le sue due figlie. Alexandra, la maggiore, non sembra tuttavia apprezzarlo particolarmente e da qualche tempo vive lontano in aperta ribellione nei confronti dei genitori. La madre Elizabeth, una bella donna che Matt ama moltissimo, ha un brutto incidente in mare ed entra in coma. L'uomo distrutto dalla tragedia riporta la figlia maggiore a casa non senza qualche resistenza, spiegandole che le condizioni estreme della mamma richiedono la sua presenza. Alexandra in un moto d'ira confessa al padre che la donna lo tradiva, che lei aveva scoperto la cosa per caso e che per questo motivo aveva litigato con lei e se n'era andata. Matt incredulo e affranto si rende conto che anche i suoi piu' cari amici erano a conoscenza della tresca extraconiugale della moglie. Rintraccia cosi tra disperazione e rabbia l'amante con l'aiuto della figlia e scopre che mentre Elizabeth amava il rivale e aveva intenzione di separarsi dal marito, questi, sposato con figli non era altrettanto coinvolto nella relazione clandestina. In questa caccia sofferta padre e figlia si ritroveranno ed il dolore li portera' a rivedere i rapporti famigliari ed a conquistare una comunicazione profonda fino allora latitante. Matt fiduciario di alcuni terreni di famiglia mandera' a monte, con lo sconforto generale dei parenti azionisti, la vendita di un angolo di paradiso incontaminato salvandolo dalla lottizzazione. Con esso, seppure attraverso la morte della moglie, che malgrado tutto non smettera' mai di amare, finira' per ritrovare le sue radici, se' stesso e gli affetti a lui piu' cari, riuscendo a rapportarsi con le sue figlie come mai era riuscito fino ad allora. Sebbene alcuni spunti interessanti rendano questa pellicola a tratti coinvolgente, l' interpretazione di Clooney marito e padre disperato non convince ed il film perde la giusta carica per decollare. MP
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antycapp
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venerdì 24 febbraio 2012
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"the descendants" ancora da terminare per payne
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Avevo molta attenzione su questo film, data la mia passione per le capacità di Clooney di spezzare l'insolito con il paradosso e di rendere semplici le trame articolate, dopo le "Idi di Marzo" che mi ha colpito sensibilmente per la sua abile ed attenta regia, fidavo in Clooney per avere sensazioni e sensibilità spiccate, purtroppo mi sono ricreduto, fortunatamente il film non è stato diretto da lui e quindi lo ritengo innocente, ma vedendo la filmografia di Payne mi accorgo che è il regista di ottimi lavori come ad esempio "Sideways" (titolo originale) che aveva un linguaggio, una comunicazione fantastica, che in questo "The descendants" ("Gli eredi" questo il titolo originale che poco ci cape con "Paradiso Amaro" ed invece è molto vicino al romanzo da cui è tratto), ha perso totalmente.
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Avevo molta attenzione su questo film, data la mia passione per le capacità di Clooney di spezzare l'insolito con il paradosso e di rendere semplici le trame articolate, dopo le "Idi di Marzo" che mi ha colpito sensibilmente per la sua abile ed attenta regia, fidavo in Clooney per avere sensazioni e sensibilità spiccate, purtroppo mi sono ricreduto, fortunatamente il film non è stato diretto da lui e quindi lo ritengo innocente, ma vedendo la filmografia di Payne mi accorgo che è il regista di ottimi lavori come ad esempio "Sideways" (titolo originale) che aveva un linguaggio, una comunicazione fantastica, che in questo "The descendants" ("Gli eredi" questo il titolo originale che poco ci cape con "Paradiso Amaro" ed invece è molto vicino al romanzo da cui è tratto), ha perso totalmente. Dopo un cappello lungo che costruisce il panorama sociale di una comunità come quella hawaiana, molto interessante arriva l'idea che sembra far decollare il film, idea che però a mio modesto avviso non viene sfruttata a dovere e la trovata che poteva essere una soluzione per ottenere un film con ritmi sorprendenti relega il film ad un biplano a mezz'aria, piuttosto che ad un aviogetto ben decollato e stabile in volo. Clooney fa davvero del tutto per sostenere parte e film, soprattutto quando corre per le vie della cittadina in cerca di chiarimenti dai propri amici e si mostra in tutta la sua umanità e naturalezza goffaggine, ma la sceneggiatura poi scade nell'americanità più facile fino alle lacrime che potevano essere condensate in una asprezza sicuramente più realistica data l'idea che il regista o lo sceneggiatore aveva avuto. Il film è poco più che mediocre, ma non c'era giustamente nella combo box del sito qualcosa che stesse tra la singola e la doppia stella. Nominations per me interrogative perchè per me risulta praticamente un'opera che sembra completa, ma ancora da terminare.
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pepito1948
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martedì 21 febbraio 2012
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clloney, l'uomo qualunque
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Non è proprio un “paradiso” quello in cui vive Matt King, avvocato, amministratore fiduciario di un patrimonio immobiliare immenso condiviso con i cugini, tutti di origini hawaiane. Matt è un uomo normale, non fa surfing, non fruisce delle bellezze delle isole, non organizza feste in riva al mare. Al contrario si dibatte in un ginepraio di guai: moglie malata terminale, due figlie che sfuggono all’autorità paterna (“La mia famiglia è come quest’arcipelago, tutti separati e soli”), parenti un po’ compiacenti un po’serpenti, finchè ci si mette anche la rivelazione-shock di un segreto che riguarda la moglie e che, per ovvi motivi, non può affrontare con l’interessata.
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Non è proprio un “paradiso” quello in cui vive Matt King, avvocato, amministratore fiduciario di un patrimonio immobiliare immenso condiviso con i cugini, tutti di origini hawaiane. Matt è un uomo normale, non fa surfing, non fruisce delle bellezze delle isole, non organizza feste in riva al mare. Al contrario si dibatte in un ginepraio di guai: moglie malata terminale, due figlie che sfuggono all’autorità paterna (“La mia famiglia è come quest’arcipelago, tutti separati e soli”), parenti un po’ compiacenti un po’serpenti, finchè ci si mette anche la rivelazione-shock di un segreto che riguarda la moglie e che, per ovvi motivi, non può affrontare con l’interessata. Proprio quest’ultimo evento, anziché dare il colpo di grazia, lo spinge ad agire ed a sciogliere pazientemente i singoli nodi, fino a ritrovare l’identità di uomo tenacemente deciso ad affrontare le prove più dure, rivedere in senso evolutivo i rapporti che contano, e quindi ricompattare l’”arcipelago”. Dulcis in fundo, farà in modo che le terre del trust parentale rimarranno in famiglia e non saranno invase da resort, grandi alberghi e sale giochi. Alexander Payne riprende lo schema di Sideways, cioè del viaggio che, attraverso esperienze che mettono in movimento la sfera dei sentimenti, porta ad uno stadio di compiuta autoconsapevolezza del proprio io; ma mentre il viaggio di Giamatti si svolge on the road, tra le piantagioni vinicole californiane sottendendo significati metaforici (il vino maturo è come la vita, solo in quel momento assume un gusto fantastico), qui il viaggio è tutto interiore, attraverso i meandri di un percorso irto di rovi e crepacci alla fine del quale, grazie all’attivazione della parte migliore di sé, Matt riuscirà a sbloccare la propria vita (e quella di chi gli sta vicino). C’è molta carne al fuoco nel film di Payne: la malattia come evento estremo e come banco di prova, il difficile rapporto tra padre e figli, la turbolenta riottosità degli adolescenti, le trasgressioni coniugali, il faticoso rapporto etica/affari e quant’altro. Ma gli autori –Payne è anche cosceneggiatore- hanno saputo amalgamare in modo lodevolmente armonico l’intera matassa, grazie anche ad una regia sempre discreta, attenta a non provocare cesure nei momenti altamente drammatici (e il film ne è pieno) ed ad alleggerire la tensione, quando opportuno, con parentesi di contenuto umorismo. Payne non dà un giudizio sui suoi personaggi, né sembra invitare gli spettatori a farlo, anche perché segue la linea della rivelazione degli opposti: alla fine nessuno dei personaggi è come appare all’inizio. Protagonista assoluto è (vivaddio) il pathos; il grado di immedesimazione emotiva cresce con l’acuirsi delle problematiche, fino ad esplodere quando la vicenda che ne condiziona il corso si conclude tragicamente. Ed è solo allora, paradossalmente, che tutte le tessere del puzzle vanno al loro posto, e Matt e le sue figlie possono ritrovarsi insieme sul divano con lo sguardo rilassato verso il televisore (che coincide con l’occhio dello spettatore; l’apparente rottura della quarta parete ha ovviamente diverse valenze simboliche). Quanto a Clooney, attore che non esalta ma non delude, è comunque apprezzabile lo sforzo di usare al massimo la sua non enorme gamma espressiva, in una prova in cui il fascino dell’aitante cinquantenne non è d’aiuto ad un personaggio che corre come un pinguino, gira scalzo in pantaloncini e non nasconde le sue debolezze di uomo qualunque.
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1962thor
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domenica 20 maggio 2012
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bellissimo affresco della normalità
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Sorprendente la capacità di Alexander Payne di rappresentare i problemi degli uomini che continuano la loro normalità attorno al dramma di una donna in fin di vita.
Paradiso amaro è lo specchio della realtà attuale pervasa di cinismo dove la sensibilità di alcuni rappresenta quasi una nota stonata.
Bravissimo Clooney ad interpretare un ruolo ad handicap rispetto al suo fascino che solitamente rappresenta la carta vincente delle sue interpretazioni.
Straordinarie le interpretazioni delle figlie del protagonista pienamente rappresentative della loro età e del momento delicatodella loro famiglia.
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osteriacinematografo
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lunedì 20 febbraio 2012
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lo sguardo dolceamaro di clooney
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La prima considerazione che sono costretto ad esprimere su “Paradiso amaro” è che in realtà s’intitola “The descendants”; la seconda è che continuo a non capire il lavoro di adeguamento fatto dai traduttori italiani: perché c’è bisogno che un film venga reinventato come “Paradiso amaro”? Capisco che un termine muti senso e sonorità nella traduzione, ma come mai il pubblico italiano non viene considerato all’altezza dei titoli originali e di una libera interpretazione dei loro significati?
Ma parliamo di cinema, che è meglio.
“Paradiso amaro” narra la storia di Matt King, un avvocato placido e agiato, discendente dei reali delle isole Hawaii: King è immerso nel lavoro e nelle questioni familiari che lo vedono a capo della vendita di un immenso territorio di natura vergine.
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La prima considerazione che sono costretto ad esprimere su “Paradiso amaro” è che in realtà s’intitola “The descendants”; la seconda è che continuo a non capire il lavoro di adeguamento fatto dai traduttori italiani: perché c’è bisogno che un film venga reinventato come “Paradiso amaro”? Capisco che un termine muti senso e sonorità nella traduzione, ma come mai il pubblico italiano non viene considerato all’altezza dei titoli originali e di una libera interpretazione dei loro significati?
Ma parliamo di cinema, che è meglio.
“Paradiso amaro” narra la storia di Matt King, un avvocato placido e agiato, discendente dei reali delle isole Hawaii: King è immerso nel lavoro e nelle questioni familiari che lo vedono a capo della vendita di un immenso territorio di natura vergine. La sua vita è sconvolta dal coma della moglie in seguito a un incidente in mare, e il passaggio tra la veglia fiduciosa al suo capezzale e la notizia della morte certa e ormai prossima di lei è rapido e spietato, tanto da stravolgere le giornate e le certezze di King, che dapprima non rivela la notizia, come se non volesse ammetterlo nemmeno a se stesso.
Le prime attenzioni dell’uomo sono naturalmente rivolte ad Alexandra e Scottie, le figlie quasi sconosciute per via della scarsa intimità concessa dal padre: Matt recupera lentamente e in modo traumatico la loro fiducia, finchè la situazione non viene scossa ulteriormente dalla scoperta che Elizabeth lo tradiva e meditava di lasciarlo, rivelazione che inserisce nel dramma gli elementi della commedia (ecco a cosa servono i generi cinematografici), e spinge l’uomo a cercare Brian Speer, l’amante della moglie, in compagnia delle due figlie e di Sid, un amico di Alexandra.
A questo punto la storia prende una piega dolceamara e a tratti comica per la strana composizione del quartetto che tenta goffi pedinamenti ai danni di Speer, fino a spingersi a cercarlo in un’altra isola dell’arcipelago hawaiano: qui Matt scoprirà che Speer è sposato e che la terra dei suoi avi è destinata alle sue speculazioni edilizie.
La forza di “Paradiso amaro” sta in primo luogo nella pacatezza narrativa di Alexander Payne (già autore di “Sideways”), nel suo modo di mostrare i protagonisti con grazia e delicatezza tali da ingenerare nello spettatore la speranza che il film non finisca mai; sta inoltre nella potenza espressiva di un Clooney in continua crescita: l’attore americano si cala con maestria in un ruolo diverso e più maturo, conservando lo sguardo sornione e il lato ironico sotto le contrazioni di un viso sofferente e smarrito , trovando un perfetto equilibrio nell’altalenante incertezza espressiva che accompagna la sua presenza in scena. Gli altri attori, in particolar modo i giovanissimi Shailene Woodley e Nick Krause, seguono la scia di Clooney e ne completano le movenze.
L’opera miscela in modo lieve amarezza e piacere, e si dimostra capace di mitigare il dolore con l’ironia della quotidianità, di non smarrirsi nelle scontata banalità del melodramma, e di creare un tessuto tragicomico originale e ovattato, sullo sfondo di un paradiso in terra in cui i fatti della vita accadono nello stesso modo in cui si verificano in ogni parte del mondo.
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[+] the descendants - paradiso amaro
(di picpic)
[ - ] the descendants - paradiso amaro
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paolo bisi
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venerdì 10 febbraio 2012
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un dramma e le hawaii per un grande clooney
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Alle Hawaii, una donna va in coma dopo un incidente in barca. Il marito tenta di riallacciare i rapporti con le due figlie, trascurate da anni per via del lavoro, ma ben presto viene informato che per la moglie non c'è nessuna speranza di ripresa. Va in giro con le figlie, dando a familiari e amici il triste annuncio, ma quando scopre che la moglie aveva una relazione, fa di tutto per mettersi sulle tracce dell'amante. Definito da alcuni come una commedia agrodolce, il quinto film di Alexander Payne è in realtà un dramma abbastanza profondo, sullo sfondo delle lontane Hawaii. E' proprio l'ambientazione uno dei meriti principali dell'opera: così irraggiungibile, paradisiaca, perfetta nel nostro immaginario, invece si rileva quanto mai fragile, vicina, non tagliata fuori dalle sofferenze e i problemi che contraddistinguono il mondo occidentale.
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Alle Hawaii, una donna va in coma dopo un incidente in barca. Il marito tenta di riallacciare i rapporti con le due figlie, trascurate da anni per via del lavoro, ma ben presto viene informato che per la moglie non c'è nessuna speranza di ripresa. Va in giro con le figlie, dando a familiari e amici il triste annuncio, ma quando scopre che la moglie aveva una relazione, fa di tutto per mettersi sulle tracce dell'amante. Definito da alcuni come una commedia agrodolce, il quinto film di Alexander Payne è in realtà un dramma abbastanza profondo, sullo sfondo delle lontane Hawaii. E' proprio l'ambientazione uno dei meriti principali dell'opera: così irraggiungibile, paradisiaca, perfetta nel nostro immaginario, invece si rileva quanto mai fragile, vicina, non tagliata fuori dalle sofferenze e i problemi che contraddistinguono il mondo occidentale. E' una critica forte, e nello stesso tempo una rappresentazione efficace, della società americana del nostro tempo, dove valori negativi, soprattutto nei giovani, si trasmettono con estrema facilità. Dietro a una regia creativa, una buona sceneggiatura, un ottima colonna sonora, emerge notevolmente l'interpretazione superba di George Clooney, marito e padre combattuto tra l'amore e il dovere verso i figli e la voglia di vendetta che prova per la moglie e l'amante. Buone le prove degli attori di contorno, specialmente quella della giovane Shailene Woodley nella parte della figlia maggiore di Clooney. Come spesso succede, la totale ignoranza dei traduttori del titolo prende il sopravvento: the descendants significa gli eredi, riferendosi a un aspetto fondamentale del film, la scelta fatta dal protagonista nel finale.
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salda91
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sabato 25 febbraio 2012
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anche i ricchi piangono
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Discendente di un’antica e facoltosa famiglia hawaiana, Matt King, marito indifferente e padre assente, si ritrova d’un tratto a mettere in discussione la propria vita, in seguito ad un incidente nautico a causa del quale la moglie Elizabeth entra in coma irreversibile. L’uomo è dunque obbligato a dover recuperare il rapporto con le figlie, la ribelle Alexandra e la piccola Scottie, un compito non semplice se si è stati considerati, fino ad allora, <<il genitore di riserva>>. A complicare il tutto vi è l'amara scoperta dell’infedeltà della moglie, che mette i protagonisti sulle tracce dell’amante (un improbabile agente immobiliare) trasformando la vicenda in uno spiritoso, ma tranquillo, road movie, e l’intricata vendita dell’immenso terreno incontaminato, ereditato da Matt insieme ad una loggia di parenti.
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Discendente di un’antica e facoltosa famiglia hawaiana, Matt King, marito indifferente e padre assente, si ritrova d’un tratto a mettere in discussione la propria vita, in seguito ad un incidente nautico a causa del quale la moglie Elizabeth entra in coma irreversibile. L’uomo è dunque obbligato a dover recuperare il rapporto con le figlie, la ribelle Alexandra e la piccola Scottie, un compito non semplice se si è stati considerati, fino ad allora, <<il genitore di riserva>>. A complicare il tutto vi è l'amara scoperta dell’infedeltà della moglie, che mette i protagonisti sulle tracce dell’amante (un improbabile agente immobiliare) trasformando la vicenda in uno spiritoso, ma tranquillo, road movie, e l’intricata vendita dell’immenso terreno incontaminato, ereditato da Matt insieme ad una loggia di parenti.
Candidato a cinque premi Oscar, il film è tratto dal romanzo di K. H. Hemmings Eredi di un mondo sbagliato, e segna il ritorno alla regia di Payne a più di sei anni di distanza dal pluripremiato Sideways - In viaggio con Jack. Il merito principale di quest’ultimo è senz’altro l’aver reso malinconica e tragicomica una storia di per sé drammatica, senza scadere nello struggente o nel patetico. Con spiccata sensibilità ci mostra gli altalenanti stati d’animo dei protagonisti: rabbia e sofferenza, incredulità e rassegnazione, di chi deve affrontare la perdita di una persona cara. La ricchezza delle questioni da affrontare lascia però poco tempo ai protagonisti per addolorarsi dell’evento; le tematiche prese in esame sono molteplici e tutte d’importanza cruciale: oltre la morte abbiamo l’ambientalismo, l’educazione (in particolare il decadimento del rispetto filiale), la crisi di mezza età, il tradimento, e altro ancora. Il peso di tali argomenti viene tuttavia evitato da un sapiente bilanciamento tra il triste e l’allegro, le lacrime e il divertimento, talvolta lievemente forzato. Il cinema di Payne comprende, prima di semplificare a giudizio; la sua regia è lineare, tutto è affidato a volti e ambienti che dicono più dei dialoghi, essenziali e fin troppo umani, lasciando spazio ai pensieri.
Superba interpretazione di Clooney, che abbandona i panni dell’intrigante “sciupafemmine” per indossare quelli di un uomo qualunque, alle prese con problemi reali, le cui scelte non sono mai nette, sempre sfumate. Il miracolo non è, questa volta, la guarigione del malato, bensì quello di un uomo che perdona gli altri e, soprattutto, sé stesso. Notevole anche l’interpretazione della Woodley, disinvolta nella parte della primogenita ribelle, che al momento giusto ritrova se stessa mostrando una maturità nascosta. Sicuramente, tuttavia, esagerato è stato il convogliare all’interno di un’unica vicenda tante questioni e problematiche, ma ci rimane una consolazione: anche i ricchi (qualche volta) piangono.
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