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zoom e controzoom
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venerdì 9 dicembre 2011
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l'angoscia nel sorriso
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E' un film che meriterebbe molte discussioni andando a toccare argomenti attuali e per i quali ognuno potrebbe avere una sensibilità diversa. Nulla di eclatante nelle riprese che peraltro non hanno una sola sbavatura, le tonalità reali non sono usate oltre quello che devono mostrare; i personaggi hanno - come i film francesi hanno - le caratterizzazioni fisiche così reali che lo spettatore s'identifica e si trova immediatamente almeno in uno degli interpreti, ma..la leggerezza è però solo apparente, o meglio: c'è leggerezza perchè di sangue ce n'è poco ed esce dal naso di uno degli interpreti, ma leggero non è. Già dalla prima scena si viene posti nell'incubo sociale rappresentato dai problemi della mancanza del lavoro e contemporaneamente pesa, su ognuno dei personaggi, la responsabilità di vedere risolto il proprio problema a discapito dei compagni meno fortunati.
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E' un film che meriterebbe molte discussioni andando a toccare argomenti attuali e per i quali ognuno potrebbe avere una sensibilità diversa. Nulla di eclatante nelle riprese che peraltro non hanno una sola sbavatura, le tonalità reali non sono usate oltre quello che devono mostrare; i personaggi hanno - come i film francesi hanno - le caratterizzazioni fisiche così reali che lo spettatore s'identifica e si trova immediatamente almeno in uno degli interpreti, ma..la leggerezza è però solo apparente, o meglio: c'è leggerezza perchè di sangue ce n'è poco ed esce dal naso di uno degli interpreti, ma leggero non è. Già dalla prima scena si viene posti nell'incubo sociale rappresentato dai problemi della mancanza del lavoro e contemporaneamente pesa, su ognuno dei personaggi, la responsabilità di vedere risolto il proprio problema a discapito dei compagni meno fortunati. Da subito cioè compare la duplicità dei sentimenti : l'essere sollevati da un problema comporta il fatto che il problema ricade su di un altro. Gioia per se stessi e angoscia per i compagni: essere salvati come naufraghi dal mare, non vuol dire non pensare ai compagni che nel mare sono rimasti. Ecco il conflitto che sottende il film e che è attualissimo in quest'epoca contemporanea. Le soluzioni sono tutte plausibili, anche se non condivisibili, quindi un racconto molto realistico che non concede mai nulla agli estremismi, nemmeno "al cattivo" che quando si sfoga, dice cose reali, che non possono non pesare sulla coscienza di ognuno, ma sono dal punto di vista di una vittima del sistema globalizzazione/fame/benessere dove anche il cane mangia il cane.
L'unica concessione, l'unico tocco di fantasia, l'unica figura fuori dal coro, e pare entrata nella sceneggiatura uscendo da un altro film, è il giovane magico cameriere del bar che sa qual'è il desiderio di ognuno e glielo sa porgere senza che nessuno si senta preso in giro, nemmeno lo spettatore, che per un attimo si può rilassare.
Il lavoro (il regista), dato che è tratto da un'opera di Victor Hugo, mi chiedo se questo senso di miseria, edulcorato perchè trasportato ai tempi nostri, ha trovato quella soluzione finale ovattata, per restare in un'atmosfera ottocentesca oppure ha rifiutato una soluzione contemporanea coerentemente con l'età in cui è situato, consapevolmente, per non creare disarmonia con una soluzione in parte più violenta e molto più reale.
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francesco2
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mercoledì 22 febbraio 2012
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bel colpo, guediguan
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Con questo film .ispirato ad un'opera di Hugo- il regista marsigliese, quasi sicuramente non un virtuoso del cinema e non molto amato dai distributori nostrani, rischia di dare lezioni a due maestri, uno presunto ed uno vero, secondo chi scrive: Loach e Kaurismaki.
Al primo (Ad avercene, in tempi in cui le i dee di Veltroni e Renzi rischiano di essere il migliore riferimento della sinistra) pur essendo meno famoso di lui, insegna come schematiche siano certe contrapposizioni tra il lavoratore ed il sistema. Che le guerre tra i poveri esistono anche _Ma non solo, beninteso- perché certi poveri si sentono in colpa per le loro Domeniche, non ascoltano chi è ancora più povero di loro, e rischiano di esere diventati "Borghesi poveri" (Molto bella la frase della Ascaride sulla "Felicità", in cui peraltro si contrappongono l'orizzonte sociale e quello privato: quasi suggerendo, e neanche tanto, una contrapposizione tra la concezione marxista e quella "idealista").
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Con questo film .ispirato ad un'opera di Hugo- il regista marsigliese, quasi sicuramente non un virtuoso del cinema e non molto amato dai distributori nostrani, rischia di dare lezioni a due maestri, uno presunto ed uno vero, secondo chi scrive: Loach e Kaurismaki.
Al primo (Ad avercene, in tempi in cui le i dee di Veltroni e Renzi rischiano di essere il migliore riferimento della sinistra) pur essendo meno famoso di lui, insegna come schematiche siano certe contrapposizioni tra il lavoratore ed il sistema. Che le guerre tra i poveri esistono anche _Ma non solo, beninteso- perché certi poveri si sentono in colpa per le loro Domeniche, non ascoltano chi è ancora più povero di loro, e rischiano di esere diventati "Borghesi poveri" (Molto bella la frase della Ascaride sulla "Felicità", in cui peraltro si contrappongono l'orizzonte sociale e quello privato: quasi suggerendo, e neanche tanto, una contrapposizione tra la concezione marxista e quella "idealista").
Ma in più che non esistono manicheamente innocenti e colpevoli, che i figli di certi innocenti -Veri o presunti- rischiano di essere peggiori di certi capitalisti in odio al regista inglese, quando osteggiano la decisione finale della coppia. Eppure: se anche loro non avessero del tutto torto, quando sostengono che la coppia si sia voluta ripulire la coscienza?
A Kaurismaki, di cui pare condividere il pessimismo contro la globalizzazione (Che a distanza di oltre dieci anni da "La ville est tranquille"non sembra averci reso migliori, anzi) illustra come, rispetto al suo "Miracolo a Le Havre", si può fare a meno di costruire gustosi aneddoti, sospesi tra disincanto e voglia di ricominciare, in cui soffermandosi(?) su problemi come l'immigrazione si rischia di fare da dieci anni lo stesso (E non PIU'impeccabile) film. E che il (Relativamente) lieto fine non si ottiene coi miracoli, religiosi o laici che siano, ma trovando sempre la forza per ricominciare. E senza retorica, per una volta.
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