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roberto
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giovedì 21 dicembre 2006
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l'unico il solo il supremo
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il punto più alto del cinema: la Rivelazione del Sè..
quello che Fellini mette in scena è molto di più della sua crisi creativa: in realtà a partire da questa si aprono interi squarci nell'inconscio del regista che consentono uno sguardo che trascende la dimensione personale x inoltrarsi nei territori enigmatici della memoria collettiva e degli archetipi. E' questo che fa di 8e1/2 un'opera d'arte sublime che trascende la soggettività dell'autore x elevarsi verso una coscienza superiore. Per quanto ne sappia nessuno è riuscito come lui ad elevarsi così in alto nel cinema: le immagini sembrano scaturire da sole, senza che vi sia alcun apporto cosciente del regista, che in questo caso è più che mai un medium.
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il punto più alto del cinema: la Rivelazione del Sè..
quello che Fellini mette in scena è molto di più della sua crisi creativa: in realtà a partire da questa si aprono interi squarci nell'inconscio del regista che consentono uno sguardo che trascende la dimensione personale x inoltrarsi nei territori enigmatici della memoria collettiva e degli archetipi. E' questo che fa di 8e1/2 un'opera d'arte sublime che trascende la soggettività dell'autore x elevarsi verso una coscienza superiore. Per quanto ne sappia nessuno è riuscito come lui ad elevarsi così in alto nel cinema: le immagini sembrano scaturire da sole, senza che vi sia alcun apporto cosciente del regista, che in questo caso è più che mai un medium. il fiume dei ricord, delle immagini e dei sogni provenienti dal profondo si rivelano come una epifania, e il regista stesso sembra scoprirli nella loro manifestazione. Ogni immagine, ogni inquadratura, ogni frase, ogni dettaglio, ogni faccia, ogni suono e musica, è "perfetto", non poteva che essere così, secondo delle alchimie imperscrutabili, che però riconosciamo subito come evidenti e le uniche possibili. Non voglio aggiungere altro se non che il film di Fellini è il più alto esempio di una coscienza al contempo lucida e transpersonale...se Jung avesse avuto la possibilità di vedere 8e1/2 avrebbe compreso molto di più della dimensione interiore..
8 e 1/2 non è "un " film, ....è "IL" FILM....il punto più alto..
si potrebbero dire tante altre cose...Mastroianni....la magia di Nino Rota...la Cardinale...le Terme..la Saraghina...l'Harem....ma tutto è veramente troppo da trattare...ogni cosa meriterebbe un fiume di parole, e forse dinanzi a cotanta grandezza è meglio ora tacere...
...asa nisi masa....
(grazie federico)
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(di mic)
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veronick
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sabato 7 febbraio 2009
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sogno e realtà
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8 1/2 non si limita a raccontare la crisi del regista Guido ma anche la crisi di Guido come uomo e lo fa senza circoscrivere il racconto all'interno di una trama, ampliando i confini del film e distruggendo le barriere spazio-temporali, pur mantendendo un filo logico ben preciso:si viene proiettati direttamente nella coscienza, o meglio nell'inconscio di Guido, li' dove la dimensione reale si unisce a quella onirica senza che vi sia una reale linea di demarcazione. Da qui nasce la densità di personaggi e di emozioni che si affacciano alla mente di Guido (o forse dello stesso Fellini?) che ci stordisce e che mai avrebbe potuto prendere forma limitandosi alla dimensione reale. Ci stordisce questo regista che si dà a noi completamente,mette a nudo la sua anima, ci dona non solo il suo presente e il suo passato ma anche i suoi sogni più segreti e le sue debolezze, come la fantasia proibita di un harem tutto suo in cui tutte le sue donne vivano senza gelosie reciproche.
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8 1/2 non si limita a raccontare la crisi del regista Guido ma anche la crisi di Guido come uomo e lo fa senza circoscrivere il racconto all'interno di una trama, ampliando i confini del film e distruggendo le barriere spazio-temporali, pur mantendendo un filo logico ben preciso:si viene proiettati direttamente nella coscienza, o meglio nell'inconscio di Guido, li' dove la dimensione reale si unisce a quella onirica senza che vi sia una reale linea di demarcazione. Da qui nasce la densità di personaggi e di emozioni che si affacciano alla mente di Guido (o forse dello stesso Fellini?) che ci stordisce e che mai avrebbe potuto prendere forma limitandosi alla dimensione reale. Ci stordisce questo regista che si dà a noi completamente,mette a nudo la sua anima, ci dona non solo il suo presente e il suo passato ma anche i suoi sogni più segreti e le sue debolezze, come la fantasia proibita di un harem tutto suo in cui tutte le sue donne vivano senza gelosie reciproche. Le immagini del passato si fanno avanti una dopo l'altra e si sovrappongono reciprocamente (ad esempio Guido vuole truccare Carla come la Saraghina) mettendo in luce le menzogne ma anche le frustrazioni e le paure di Guido, come la paura terribile di aver deluso i suoi genitori e tutte le atre persone che gli hanno voluto bene e alle quali alla fine chiede perdono...E solo dopo che si è spogliato di tutte le sue bugie Guido viene investito da un "lampo di felicità" e può finalmente comprendere appieno la gioia dell'esistenza che è come un infinito girotondo di anime.
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gianni lucini
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lunedì 10 ottobre 2011
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rizzoli voleva lasciar perdere
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Il film, cui ha collaborato anche lo scrittore Ennio Flaiano, è un grande e impietoso affresco d’epoca che con ironia prende di mira la volgarità dei nuovi ricchi, l’assurdità dell’aristocrazia e la mediocrità della borghesia. È un pugno nello stomaco per il pubblico milanese della “prima”, composto in gran parte dalla buona borghesia lombarda. Alla fine della proiezione i fischi superano per clamore gli applausi. Uno spettatore sputa addirittura addosso a Fellini, un altro lo sfida pubblicamente a duello. Non va meglio alla proiezione privata in casa di Angelo Rizzoli, che ha prodotto il film insieme a Peppino Amato. Di fronte a un’accoglienza così sfavorevole l’imprenditore lombardo confida agli amici: «Se potessi mi ritirerei dall’impresa.
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Il film, cui ha collaborato anche lo scrittore Ennio Flaiano, è un grande e impietoso affresco d’epoca che con ironia prende di mira la volgarità dei nuovi ricchi, l’assurdità dell’aristocrazia e la mediocrità della borghesia. È un pugno nello stomaco per il pubblico milanese della “prima”, composto in gran parte dalla buona borghesia lombarda. Alla fine della proiezione i fischi superano per clamore gli applausi. Uno spettatore sputa addirittura addosso a Fellini, un altro lo sfida pubblicamente a duello. Non va meglio alla proiezione privata in casa di Angelo Rizzoli, che ha prodotto il film insieme a Peppino Amato. Di fronte a un’accoglienza così sfavorevole l’imprenditore lombardo confida agli amici: «Se potessi mi ritirerei dall’impresa. Ho già capito che è meglio limitare le perdite perché sarà un fiasco». Il suo proverbiale fiuto questa volta si sbaglia. A molti critici il film piace e il pubblico ne farà uno dei campioni d’incassi della stagione.
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(di gianni lucini)
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il cinefilo
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giovedì 24 giugno 2010
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8 1/2
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TRAMA: Il film racconta la crisi professionale e esistenziale di un regista di nome Guido(un grande Marcello Mastroianni)e che durante la lavorazione di un nuovo film si trova a "fronteggiare" psicologicamente i ricordi del passato e la sua stessa figura inizia a dimenarsi tra sogno e realtà...RECENSIONE: Federico Fellini,con questo film,tocca(a tutti gli effetti)l'apice del suo "surrealismo onirico" e riesce a calibrare e "mischiare" in maniera affascinante il mondo reale,il mondo dei ricordi e il mondo della pura fantasia instaurando magistralmente un immenso "vaudeville" dalle componenti fortemente "psicanalitiche" e tipicamente "Felliniane".
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TRAMA: Il film racconta la crisi professionale e esistenziale di un regista di nome Guido(un grande Marcello Mastroianni)e che durante la lavorazione di un nuovo film si trova a "fronteggiare" psicologicamente i ricordi del passato e la sua stessa figura inizia a dimenarsi tra sogno e realtà...RECENSIONE: Federico Fellini,con questo film,tocca(a tutti gli effetti)l'apice del suo "surrealismo onirico" e riesce a calibrare e "mischiare" in maniera affascinante il mondo reale,il mondo dei ricordi e il mondo della pura fantasia instaurando magistralmente un immenso "vaudeville" dalle componenti fortemente "psicanalitiche" e tipicamente "Felliniane".
Il personaggio di Guido può essere visto come una forma di "personificazione" di quel ambigua forma di "solitudine" e di "malessere" che rischia di attanagliare tutti coloro che desiderano raccontare delle storie da presentare al grande pubblico(per l'appunto i registi)e questo personaggio racconta se stesso e tutte le sue virtù,i suoi difetti,i suoi desideri e le sue "componenti" più ambigue.
Quest'opera si potrebbe dunque definire e interpretare come una lunga e complessa "seduta psicanalitica" in cui lo stesso spettatore potrebbe giungere a identificarsi con alcuni aspetti della personalità del protagonista e in cui il tema principale(il concetto stesso di cinema)è solamente uno strumento con il quale il regista pone indirettamente agli spettatori alcune domande esistenziali come "perchè esistiamo e come troveremo la nostra strada attraverso il mondo?" oppure "esiste veramente Dio?".
Federico Fellini non manca di attaccare l'istituzione della chiesa(vedi l'inquietante raffigurazione del cardinale)e condisce tutto quanto con una buona dose di raffinato umorismo nero straordinariamente intelligente e "tagliente" e tra le scene memorabili voglio citare la sequenza finale del girotondo circense che avviene insieme al protagonista.
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paolo 67
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venerdì 16 marzo 2012
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osmosi tra arte e vita
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L'astronauta Titov, il secondo uomo nello spazio, disse: “OTTO E MEZZO è più misterioso del cosmo”. Il film piacque molto in URSS tanto che vinse il primo premio al Festival di Mosca, all'unanimità. In America oltre alle 5 candidature e ai 2 Oscar vinse il primo premio al Festival di New York (il primo film della Storia a vincere i premi principali delle due superpotenze ai tempi della cortina di ferro). Fellini evoca il mondo del cinema, ma il suo universo privato, la sua “bella confusione” (il titolo che Flaiano aveva proposto per il film), è quella dell'italiano medio: i genitori, la moglie, le amanti (con le impossibilità di conciliare le diverse visioni della donna), le ambizioni riguardo il lavoro, la Chiesa mediatrice dei misteri della natura e dell'uomo tra spiritualità trascendentale che non viene messa in discussione e istituzione criticata per la sua sessuofobia.
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L'astronauta Titov, il secondo uomo nello spazio, disse: “OTTO E MEZZO è più misterioso del cosmo”. Il film piacque molto in URSS tanto che vinse il primo premio al Festival di Mosca, all'unanimità. In America oltre alle 5 candidature e ai 2 Oscar vinse il primo premio al Festival di New York (il primo film della Storia a vincere i premi principali delle due superpotenze ai tempi della cortina di ferro). Fellini evoca il mondo del cinema, ma il suo universo privato, la sua “bella confusione” (il titolo che Flaiano aveva proposto per il film), è quella dell'italiano medio: i genitori, la moglie, le amanti (con le impossibilità di conciliare le diverse visioni della donna), le ambizioni riguardo il lavoro, la Chiesa mediatrice dei misteri della natura e dell'uomo tra spiritualità trascendentale che non viene messa in discussione e istituzione criticata per la sua sessuofobia. Nel film l'intellettuale, che ne LA DOLCE VITA si sparava, qui finisce (nell'immaginazione) impiccato. Guido accetta invece l'invito dell'illusionista, per il quale fare spettacolo è una maniera naturale di esistere. L'arte come sorella della magia. Il finale del film, originariamente previsto come trailer, è così geniale -giocando con la sua stessa mistificazione- che è diventato il pezzo più famoso del cinema di Fellini, come per la musica della marcetta composta da Nino Rota, un girotondo circense che ben si attaglia al carosello creativo del film. Qualcuno ha accusato Fellini di aver riportato il tema de “Il posto delle fragole” di Bergman (film che il regista aveva visto) ma sembra più coerente una comune contemporanea ispirazione dei due geni, come ha osservato Mastroianni (tanto è vero che il film somiglia anche a opere di altri geni che Fellini non conosceva, come “La coscienza di Zeno” di Svevo). Particolarmente riuscito il personaggio di Carla, l'amante del regista (una Sandra Milo ingrassata di otto chili, mentre Anouk Aimeè ha dovuto calarne altrettanti e Mastroianni, al solito per Fellini, ha dovuto dimagrirne dieci). Mastroianni, sempre straordinariamente intelligente nell'intuire il suo personaggio e il film, aveva dopo “La dolce vita” intensificato la sua amicizia con Fellini potendo dire, sia pure di una personalità così ardua e complessa, di conoscerlo bene, al punto da smentire la leggenda della sua presunta bugiarderia, e soprattutto furberia e falsità o addirittura cialtroneria. OTTO E MEZZO è un film inventato continuamente (una vera rivoluzione del linguaggio che ha contribuito molto al rinnovamento dei mezzi espressivi cinematografici) con l'aiuto della fantasia dello scenografo premio Oscar Gherardi (che crea un albergo in stile liberty-floreale e una moda anni '20 e il '30 per i clienti fuori del tempo delle terme), delle musiche di Rota, consustanza sonora come sempre dei film di fellini e della formidabile fotografia di Giovanni Di Venanzo, l'ultimo dei grandi maestri in bianco e nero, che crea una “scenografia della luce” con tecniche da cinema d'avanguardia. Di buon successo popolare anche se inferiore a quello “La dolce vita” e assai ammirato nei circoli underground, OTTO E MEZZO è l'opera di un Fellini estremamente ispirato, di una sensibilità anche (come ne LA DOLCE VITA) femminea, illuminato dalla fantasia. Il film rivela l'influenza sull'autore della scoperta della psicoanalisi di Jung con la presenza del simbolo la cui forza viene portata al massimo della rappresentatività, anche se ambigua e misterica, dell'inesprimibile. Il reale viene oltrepassato a favore del mondo interiore e del suo primato di autenticità. Il tempo viene destrutturato; passato, presente, futuro coesistono nel tempo della memoria. Per Fellini, grande individualista, la vita è inseparabile dal rapporto personale con gli altri, intesi anche come sognati, immaginati, ricordati, aspettati (nel film gli episodi reali si rivelano non meno grotteschi di quelli sognati). Quel che di vetroso nell'espressione del protagonista, come nel capolavoro precedente -col quale OTTO E MEZZO forma una cerniera di capolavori del barocco cinematografico-, culminerà nello sguardo gelido del moralista-libertino Casanova, altro -inconsapevole- alter-ego di Fellini (e mito mediterraneo), sulla fissità metafisica della nostra civiltà.
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paolo 67
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lunedì 27 febbraio 2012
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otto e mezzo parla di te.
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E pensare che era un film che Fellini non voleva più fare! Ma da questo trovò con genialità assoluta lo spunto per la storia. La straordinaria novità del linguaggio (colle ardite sperimentazioni del direttore della fotografia Giovanni Di Venanzo) lo pose all'avanguardia tanto da essere ammirato dai circoli dell'underground e dello sperimentalismo, come dai letterati dell'epoca (Calvino). Fellini è profetico nel decrivere una società che si nutre di abitudini e finzioni. Primo film a vincere contemporaneamente al tempo della guerra fredda i festival di Mosca e di New York e uno dei dieci migliori film filosofici della storia secondo la Chiesa. Un racconto di una crisi creativa, esistenziale e storica, ma ritmato da un'umorismo che in Fellini, citando Lao-Tse (“appena hai formulato un pensiero serio, ridici sopra”), assurge a una caratteristica fondamentale della sua poetica.
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E pensare che era un film che Fellini non voleva più fare! Ma da questo trovò con genialità assoluta lo spunto per la storia. La straordinaria novità del linguaggio (colle ardite sperimentazioni del direttore della fotografia Giovanni Di Venanzo) lo pose all'avanguardia tanto da essere ammirato dai circoli dell'underground e dello sperimentalismo, come dai letterati dell'epoca (Calvino). Fellini è profetico nel decrivere una società che si nutre di abitudini e finzioni. Primo film a vincere contemporaneamente al tempo della guerra fredda i festival di Mosca e di New York e uno dei dieci migliori film filosofici della storia secondo la Chiesa. Un racconto di una crisi creativa, esistenziale e storica, ma ritmato da un'umorismo che in Fellini, citando Lao-Tse (“appena hai formulato un pensiero serio, ridici sopra”), assurge a una caratteristica fondamentale della sua poetica. Fellini sublimando le nevrosi e le angoscie del suo tempo racconta una favola autobiografica talmente geniale da essere emblematica per ogni spettatore di ogni tempo e luogo (come in fondo ogni suo film). Nell'esprimere la vita come arte, e l'arte come vita, nessuno è stato come Fellini.
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paolo 67
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giovedì 19 gennaio 2012
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la magia dell'arte/nell'arte
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Il film, che ha contribuito in maniera eccezionale al rinnovamento dell'espressione cinematografica, affronta il tema della creazione, della contraddittorietà della stessa, fatta di vezzi, astuzie, impegno, viltà, sincerità e mistificazione. Un film che Fellini non voleva più fare, quando ebbe, genialissimamente, l'intuizione: un film su un regista che voleva fare un film che non ricorda più. Non riusciva a vedere in faccia il protagonista, perchè -lo ammise solo a cose fatte e tanto tempo dopo- era lui. I suoi connotati spirituali, il suo universo sono quelli dell'italiano medio: l'educazione religiosa, i rapporti con le donne, le ambizioni attorno al lavoro.
Un pregio straordinario del film -qui c'è davvero unanimità- è il linguaggio, vi sono tutti gli stili possibili e qualcuno inventato per l'occasione, assieme a soluzioni da cinema d'avanguardia, come la solarizzazione della sequenza delle terme (grande è stato il contributo di Gianni di Venanzo alla fotografia con un bianco e nero semplicemente sbalorditivo), a rappresentare l'initerrotto flusso di coscienza del protagonista (ricordi/sogni/illusioni/realtà).
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Il film, che ha contribuito in maniera eccezionale al rinnovamento dell'espressione cinematografica, affronta il tema della creazione, della contraddittorietà della stessa, fatta di vezzi, astuzie, impegno, viltà, sincerità e mistificazione. Un film che Fellini non voleva più fare, quando ebbe, genialissimamente, l'intuizione: un film su un regista che voleva fare un film che non ricorda più. Non riusciva a vedere in faccia il protagonista, perchè -lo ammise solo a cose fatte e tanto tempo dopo- era lui. I suoi connotati spirituali, il suo universo sono quelli dell'italiano medio: l'educazione religiosa, i rapporti con le donne, le ambizioni attorno al lavoro.
Un pregio straordinario del film -qui c'è davvero unanimità- è il linguaggio, vi sono tutti gli stili possibili e qualcuno inventato per l'occasione, assieme a soluzioni da cinema d'avanguardia, come la solarizzazione della sequenza delle terme (grande è stato il contributo di Gianni di Venanzo alla fotografia con un bianco e nero semplicemente sbalorditivo), a rappresentare l'initerrotto flusso di coscienza del protagonista (ricordi/sogni/illusioni/realtà). Forse Fellini non giungerà più a questi livelli d'ispirazione, il film trabocca di colpi di genio, inventa continuamente. Flaiano lo voleva chiamare“La bella confusione”. Nell'intenzione dell'autore, doveva contenere tutto, tutti gli errori, come la vita.
Come “La dolce vita” allargava il discorso dal diario intimo all'affresco d'epoca; “Otto e mezzo” trasfigura i tormenti spirituali di Fellini nella crisi esistenziale dell'uomo moderno. Fellini continua quindi il discorso de “La dolce vita” (anzi, secondo alcuni il film andrebbe letto come se fosse antecedente all'altro capolavoro felliniano), ma come sarà per tutti i film successivi, dove l'aspetto del sogno finirà per dominare la realtà per aiutare semmai ad affrontarla, accetta di buon grado, stoicamente e con divertimento la vita (cioè tutti i personaggi veri, immaginati, ricordati, inventati, ritrovati, aspettati). “Otto e mezzo” rappresenta la magia della vita nell'arte e la magia dell'arte (non a caso il protagonista troverà la soluzione identificandosi col “mago”, il telepata, come uomo di spettacolo) nella vita.
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frdb82
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sabato 21 maggio 2005
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alternativa in fellini all'autobiografia di 8 1/2
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Opinione diffusa sul cinema di Federico Fellini è che oggetto immediato e unico dell'analisi e della rappresentazione sia il sè dell'autore, che ogni film di Fellini sia direttamente Fellini e nient'altro, non potendosi affatto distinguere fra realtà e autobiografia, fra esterno e interno, stante la personalità avvolgente e sviluppata oltre misura dell'autore. A mio avviso si potrebbe invece distinguere l'opera a seconda se oggetto diretto sia l'autore o la realtà che lo circonda: l'autore, coltosi nelle pulsioni più intime, nei sogni più nascosti, nel rimosso più inesplorabile, nei vertici e abissi dell'anima, la realtà, oggetto di impressioni individuali e di trasfigurazione, di deformazione e di caricatura, ma in primo luogo oggetto di osservazione e fonte a sè stante e inesauribile di stimoli.
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Opinione diffusa sul cinema di Federico Fellini è che oggetto immediato e unico dell'analisi e della rappresentazione sia il sè dell'autore, che ogni film di Fellini sia direttamente Fellini e nient'altro, non potendosi affatto distinguere fra realtà e autobiografia, fra esterno e interno, stante la personalità avvolgente e sviluppata oltre misura dell'autore. A mio avviso si potrebbe invece distinguere l'opera a seconda se oggetto diretto sia l'autore o la realtà che lo circonda: l'autore, coltosi nelle pulsioni più intime, nei sogni più nascosti, nel rimosso più inesplorabile, nei vertici e abissi dell'anima, la realtà, oggetto di impressioni individuali e di trasfigurazione, di deformazione e di caricatura, ma in primo luogo oggetto di osservazione e fonte a sè stante e inesauribile di stimoli. Una realtà-alterità restituitaci in tutta la sua primigenia suggestione e imponenza, dai richiami più viscerali e nascosti, pregna di mistero, sondata nel profondo: la donna come archetipo ma anche oggettività dalle coordinate storico-sociali ben determinate: la fanfara calda, colorita e roboante dell'Italietta fascista in Amarcord, la campagna contemporanea d'Italia, notturna, fuori del tempo e residuale, ai limiti dell'insanità mentale e della bestialità ne La voce della Luna, la trivialità di massa dirompente negli anni '80 (questo graduale allentarsi dei freni inibitori e addormentarsi soffice nel vuoto, confondendosi corpo fra i corpi, richiamo bestiale e ammaliante che si colora di pop e di consumismo) in Ginger e Fred, la capitale nei suoi sipari interni e sottoboschi antropologici, terreno fertile, in quanto città eterna, per esperire l'inarrestabile scorrere del Tempo in Roma, ecc. Personalmente amo molto più quest'anima impressionistica-realista rispetto a quella prettamente individuale e solipsistica, che sento meno convincente, troppo autocelebrativa e autocompiaciuta
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[+] notevole, davvero
(di karmobolo)
[ - ] notevole, davvero
[+] concordo con karmobolo!
(di sgubonius)
[ - ] concordo con karmobolo!
[+] solipsismo autocompiaciuto!???
(di poggi)
[ - ] solipsismo autocompiaciuto!???
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biancaritacataldi
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mercoledì 17 agosto 2011
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la non-idea
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1963. La prigione di Alcatraz ritira finalmente i suoi artigli e viene chiusa per sempre. Martin Luther King tiene il discorso I have a dream dinanzi ad un’immensa folla, piccola parte di un’umanità che sta cambiando. In una sera di giugno, il mondo perde Giovanni XXIII. Mina canta Stessa spiaggia, stesso mare con un taglio di capelli a caschetto che ha fatto storia. E Federico Fellini gira un film che non è un film. Lo intitola provvisoriamente “8 ½” perché non gli viene in mente niente di meglio. Perché non ha un’idea precisa, per la verità. Il grande regista si è ormai lasciato travolgere da una caotica giostra di pensieri, che vortica dentro di lui e che preme, preme insistentemente contro le pareti del suo corpo per uscire.
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1963. La prigione di Alcatraz ritira finalmente i suoi artigli e viene chiusa per sempre. Martin Luther King tiene il discorso I have a dream dinanzi ad un’immensa folla, piccola parte di un’umanità che sta cambiando. In una sera di giugno, il mondo perde Giovanni XXIII. Mina canta Stessa spiaggia, stesso mare con un taglio di capelli a caschetto che ha fatto storia. E Federico Fellini gira un film che non è un film. Lo intitola provvisoriamente “8 ½” perché non gli viene in mente niente di meglio. Perché non ha un’idea precisa, per la verità. Il grande regista si è ormai lasciato travolgere da una caotica giostra di pensieri, che vortica dentro di lui e che preme, preme insistentemente contro le pareti del suo corpo per uscire. Un disordine che muove la sua penna verso una sceneggiatura che altro non è se non delirante poesia: parole che riecheggiano sul fondo degli incubi di ieri, di oggi e di sempre, parole che lottano contro il vuoto di significato per rivendicare la loro assoluta legittimità. E intanto, passano i giorni. C’è un film da realizzare, e ci sono produttori da mettere a tacere e risposte da dare alle infinite domande che gli vengono rivolte, ma Fellini non ha altre idee al di là di questa geniale, caotica Non-Idea. Dunque, il titolo. Un titolo messo lì per caso, perché non c’era niente di meglio. Eppure, quelle cifre – 8 ½ - sono l’estrema, matematica, sintesi di ciò che accade nella mente del regista. L’otto, perfetto nelle sue rotondità infinitamente percorribili, sembra quasi ricalcare l’ordine insito nei film già realizzati. Un numero che è completezza, che non si interrompe mai, che insegue continuamente le proprie curve senza scossoni né singhiozzi. Otto film. Otto idee. Poi, ½. Che non sembra nemmeno un numero, con quel taglietto obliquo che divide l’uno dal due. Un Non-Numero per una Non-Idea. L’incompletezza. L’imperfezione. L’interrotto. Otto film e un episodio. 8 ½, semplici numeri che quasi feriscono lo sguardo nel momento in cui appaiono nei titoli di testa, immobili nei loro caratteri gotici contro il nero dello sfondo. E qualche istante dopo questa fugace apparizione, il film ha inizio. Uno splendido Mastroianni in camicia inamidata si muove sicuro di sé in un personaggio che, al contrario, è insicuro e instabile. Un personaggio – Guido Anselmi, regista di mezza età alle prese con un nuovo film – in profonda crisi interiore. In lui, l’artista e l’uomo sembrano inizialmente seguire due strade diverse, ognuno perso nei suoi problemi e, tuttavia, pericolosamente vicini. Nella prima metà del film, infatti, è la crisi dell’uomo a prevalere: le numerose donne sono ancora reali, presenti, per così dire verosimili. I ricordi d’infanzia, che frenano di tanto in tanto il flusso già di per sé incostante della narrazione, sono di volta in volta critiche alla famiglia, alla Chiesa e all’istruzione, rielaborate dalla mente dell’uomo maturo. Nella seconda metà del film, invece, la crisi dell’artista - alle prese con un film che sembra irrimediabilmente destinato a divenire un aborto – si confonde con quella della persona stessa. Le scene iniziano a mescolarsi e a vorticare, il tempo diventa Fuori-tempo, e la Non-Idea, che aveva ormai occupato la mente del regista Fellini, entra prepotentemente nei pensieri del regista Anselmi, il protagonista. Un film nel film, dunque. E lo spettatore non può più distinguere la realtà dalla fantasia, il vero dal falso. Il realistico cede il passo a un più largo verosimile che diviene infine, dopo una disperata accelerazione, surreale. Particolarmente interessante è il ripetersi, nel corso del film, dell’espressione “Più niente da dire”. Queste parole compaiono più volte sulle labbra del protagonista, che non riesce a venire capo del suo film, ma ancor più sulle labbra di sua moglie, Luisa, interpretata da un’Anouk Aimée splendidamente gelida e nervosa. Nel finale, Luisa grida addirittura “He has nothing to say” traducendo in inglese, dunque, la suddetta espressione. L’inglese è voluto e indispensabile, poiché è l’unica lingua che tutti i personaggi del film, attrici e attori di diverse nazionalità, possono comprendere. Luisa, quindi, rende definitivamente pubblica la disfatta di suo marito: tutti i personaggi del film e tutti gli spettatori al di là dello schermo devono sapere che Guido Anselmi ha fallito, che non ha più nulla da dire. E per ben due volte, nel film, il personaggio Guido muore: all’inizio, in una macchina piena di gas dinanzi agli occhi spenti e distratti degli altri, e alla fine. E non è un caso che Guido, pressato da tutte le donne e le attrici e i produttori della sua vita, si nasconda sotto un tavolo e si spari alla tempia dicendo “Datemi un attimo, devo pensare a cosa dire”. Cosa dire. Cosa dire. E’ questa la chiave dell’intero film: il disordine del pensiero che, tuttavia, è comunicazione, al contrario di ciò che Guido e Luisa credono. E’ il caos, ciò che il regista – Guido, ma anche Fellini – ha da dire. Dunque quel He has nothing to say è una bugia, così come sono una menzogna la macchina piena di gas e lo sparo sotto il tavolo. Infine, il protagonista giunge alla resa dei conti. L’enfer c’est les autres, scriveva Sartre. Guido, invece, capovolge questa affermazione, nel momento in cui capisce di dover accettare gli altri, il suo passato e tutto ciò che lo circonda per ricominciare a vivere. Significativa, infatti, è la scena dei provini: il produttore costringe Guido a guardare, e riguardare, le registrazioni dei provini per scegliere gli attori adatti al film. E gli attori in questione altro non sono che coloro che hanno popolato la vita di Guido. Accettando gli attori e scegliendoli per il suo film, il regista accetta tutte le persone – reali – che lo hanno accompagnato negli anni. Le donne del suo passato diventano personaggi, la realtà si capovolge e il film diviene, lentamente, inesorabilmente, uno specchio appena un po’ incrinato della sua vita. E tuttavia, così come il film, inizialmente destinato al fallimento, viene improvvisamente riportato alla luce negli ultimi minuti della pellicola, così la vita del protagonista ricomincia sotto la protezione di un imprevedibile ottimismo. Ecco spiegata, dunque, la scena finale: niente di meglio del circo, infatti, può esprimere la gioia improvvisa, la liberazione del protagonista, il ritorno del bambino che è in lui. Infatti, proprio nella scena finale, ricompare il bambino Guido, per la prima volta vestito di bianco. E’ lui, infatti, a dirigere la piccola orchestra che lo segue senza sosta in circolo, come in una stramba processione. L’innocenza del bambino prende il sopravvento sul disordine, sulla folla di gente – gli altri, appunto – che Guido ha finalmente imparato ad accettare. “Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare, mi ridà forza, vita? Vi domando scusa, dolcissime creature; non avevo capito, non sapevo. Com'è giusto accettarvi, amarci. E come è semplice! Luisa, mi sento come liberato: tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare. Ma non so dire... Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso. Ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere adesso.” grida Guido, giunto ormai al termine della sua lotta interiore. E così, al ritmo della musica frizzante di Nino Rota, si chiude il film, spegnendosi al di sopra di ogni personaggio e lasciando soltanto il bambino al centro della scena, vestito di bianco, fermo nel suo limitato, e tuttavia splendente, alone di luce.
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catullo
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lunedì 25 ottobre 2010
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il grande narciso
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Fellini che trasforma la sua crisi creativa dopo i trionfi della "dolce vita" in un film epico tra i più copiati della storia del cinema. Introduce l'onirico e la psicoanalisi nel linguaggio cinematografico lui che dai tempi de "la strada" è in psicanalisi junghiana. Ma sono convinto che il suo enorme narcisimo da grande affabulatore si serviva di questa terapia in cui cercava i segreti dei sogni e del subconscio scavando in se stesso come il cercatore d'oro scava nel letto del fiume o nelle viscere della terra. lo sappiamo che Fellini alle 10 di sera salutava tutti e andava a letto per sognare.Accusato di essere un narciso ripetitivo fellini ha coperto lo spazio di decenni con film uguali ai suoi sogni ma profondamente e fondalmentamente diversi l'uno dall'altro.
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