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E la chiamano Repubblica islamica….
E’ notizia di questi giorni, il regista iraniano Jafar Panahi, da decenni inviso al regime teocratico di quel Paese, è stato condannato in contumacia, per l’ennesima volta, a un periodo di detenzione per attività di propaganda anti iraniana. Contemporaneamente l’artista veniva premiato ai “Gotham Awards” di New York quale miglior regista, miglior film internazionale e miglior sceneggiatura per il suo ultimo “Un semplice incidente”, già reduce dalla Palma D’oro a Cannes 2025. Seguendo il classico schema induttivo dell’empirismo inglese, il regista di Mianeh, parte da un puro evento casuale (un incidente automobilistico), per ragionare indirettamente sulla condizione socio-politica del regime degli ayatollah sia contemporanea che pregressa. La vicenda narrata è di una semplicità disarmante: il meccanico Vahid nel riparare l’auto in panne di chi ha subito l’incidente di cui sopra, crede di riconoscere in lui Eghbal, detto gamba di legno, il più crudele degli agenti da cui aveva subito abusi durante la detenzione per motivi politici anni e anni prima. A metterlo in allarme è il rumore sordo ed inconfondibile di una gamba finta che si muove...lo stesso che era stato costretto ad ascoltare ai tempi del carcere. Insicuro dell’identità dell’uomo, dopo averlo rapito, il meccanico lo benda e lo narcotizza, lo chiude nel suo furgone, decidendo di chiedere consiglio ad altre vittime che come lui erano state offese nel corpo e nello spirito. Dopo “Taxi Teheran” (2015) Panahi torna a girare film on the road (stavolta in un furgone), forse per dare meno nell’occhio al regime. In quest’occasione si racconta del valore della vendetta all’interno di una a parabola limpida che ragiona sulle conseguenze della repressione politica, sulle sofferenze che non passano con il tempo, sul terrore che può promanare dall’ascolto di un suono che fa rabbrividire. In questo senso il lavoro del regista sul ‘fuori campo’ ha qualcosa di straordinariamente geniale: semplici rumori che suscitano sgomento, trasalimento, furore che scoppia all’improvviso. Tutti elementi di un cinema ‘povero’ che fa perno su idee e stati d’animo, primi piani e dialoghi serrati di provenienza teatrale, basati, probabilmente, sulla personale memoria dell’autore nei due periodi della sua personale carcerazione. Ne emerge un’opera intensissima, dai costi produttivi irrilevanti anche perché girata clandestinamente (come molte altre vietate per sempre in Iran), che non rinuncia a spunti comici (vedi i poliziotti corrotti anche col POS) o al classico teatro dell’assurdo. Tutto questo nell’attuale teocrazia persiana…altro che Repubblica!
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