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La rabbia giovane…prima del ‘68
Al cinema il ’68 è arrivato con tre anni di anticipo, attraverso una di quelle ‘visioni profetiche’ che ogni tanto illuminano gli schermi! “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio (1965), infatti, nato al di fuori delle consuete strutture produttive, preannuncia l’inquietudine, la rabbia, lo spirito ribelle che di lì a qualche anno avrebbe animato la contestazione giovanile. Una villa sperduta fra i fantasmi della val Trebbia, cinque sventurate vite che la abitano. Augusto, Leone, Giulia e Sandro sono creature infelici nate da una madre cieca e amorevolmente insensibile, probabilmente soggiogata da una tendenza nichilista. Il requiem in Dies Irae composto da Ennio Morricone per i titoli di testa, sullo sfondo di un ‘clima’ oscuro e destabilizzante, così come la scenata di gelosia che Giulia trama ai danni del fratello maggiore, ci introducono da subito in una situazione familiare dalla malsana affettività…se non di preannunci di morte! Opera prima, dissacrante ed estrema, che impose il venticinquenne Marco Bellocchio all’attenzione internazionale, secondo Paolo Mereghetti: “Dopo Ossessione di Luchino Visconti del 1943, non si era più visto un esordio così folgorante, in grado, con la sua autorialità, con la sua visione diversa, di disturbare e mutare il discorso culturale quantomeno italiano”. Al centro della corrosiva lente d’ingrandimento del giovane autore piacentino, l’istituzione familiare, la cui dissoluzione viene vista come un atto di purificazione dal protagonista, l’attore Lou Castel, di origine anglo-svedese. Ma una pellicola come “I pugni in tasca” non si ferma al semplice attacco alla classe borghese, ma ci costringe a riflettere sul concetto di disabilità 60 anni fa come oggi. Se è vero che il ruolo di protagonista venne offerto, ai tempi, a Gianni Morandi (fonte sempre Mereghetti), ma la sua importante casa discografica (la RCA italiana), gli impose il rifiuto convinta che questo avrebbe influito negativamente sulla sua carriera, allora qualche domanda dobbiamo porcela. Anche alla luce del fatto che nel 1990 Daniel Day Lewis vinceva L’Oscar per il miglior attore protagonista nei panni di un disabile con “Il mio piede sinistro” di Jim Sheridan, possiamo affermare che qualcosa è cambiato nella percezione del ruolo del disabile nella società. Avrà contribuito, in questo senso, la lunga battaglia di Bellocchio a fianco del dott. Franco Basaglia nel denunciare l’orrore dei manicomi in Italia negli anni ’70, culminata col documentario “Matti da slegare” (1975), opera tesa a restituire dignità ai pazienti/detenuti, criticandone lo stigma sociale. Ma la cultura e i cinefili italiani restano, in ogni caso, profondamente creditori nei confronti della famiglia Bellocchio: in primo luogo perché Piergiorgio (Fratello del regista) fondò nel 1962 la rivista “Quaderni piacentini”, ed in secondo perché in essa diede un apporto fondamentale un critico della statura di Goffredo Fofi, il cui nome va sempre ricordato, dal momento che ci ha lasciato 9 mesi fa.
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