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alexia62
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sabato 2 maggio 2026
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deludente
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Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più, adoro Pupi Avati e ho visto tutti i suoi film e questo è stato per me uno dei meno riusciti!
[+] il motivo della delusione
(di antonio bianchi)
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giuseppeboschini@tiscali.it
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sabato 2 maggio 2026
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pupi sa fare i film
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Non è scontato che a 87 anni uno abbia ancora delle cose da dire. Nel caso di Pupi Avati è così e, soprattutto,c'è un mestiere che consente di vedere un film fatto come si deve, non un capolavoro, ma una storia con un senso leggibile, senza mai momenti di caduta, e che alla fine vale il prezzo del biglietto. Non è scontato, al cinema oggi lo è sempre meno.
Ho letto il film come una (non infrequente) perorazione a favore del ritorno ad una vita vera, contro le montature e la disumanizzazione del mondo mediatico (qui la TV, ma potrebbe essere qualsiasi medium sociale). Nella vita di ognuno di noi (e forse in ognuno di noi) c'è un vuoto raccontatore di inganni: che il sia il padre inaffidabile "mister" e traditore incarnato dal piacione Roul Bova, che sia il cameo di un Jerry Calà sempre a metà tra il buffone inconsistente e la figura drammatica da commedia dell'arte, o soprattutto il protagonista Riccio, incarnato da un bravissimo e credibile Ghini, che vive da protagonista una storia di plurime cadute e rinascite: orfano vittima del padre piacione, che però gli lascia comunque "due valigie" piene di vita (oltre che di cose putride) che gli faranno da àncora quando, dopo aver sciupato un matrimonio con una bellissima ragazza anch'essa piena di vita (di cui la Ferrari adulta è purtroppo solo un'ombra), diventa una star assoluta della TV italiana, poi cade nel più classico degli scandaletti giudiziari italiani senza vera giustizia, rinasce ancora (quasi) in TV, ma infine si rifiuta di tornare a quella vita falsa, con la prospettiva (garantita comunque da Porsche e appartamenti.
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Non è scontato che a 87 anni uno abbia ancora delle cose da dire. Nel caso di Pupi Avati è così e, soprattutto,c'è un mestiere che consente di vedere un film fatto come si deve, non un capolavoro, ma una storia con un senso leggibile, senza mai momenti di caduta, e che alla fine vale il prezzo del biglietto. Non è scontato, al cinema oggi lo è sempre meno.
Ho letto il film come una (non infrequente) perorazione a favore del ritorno ad una vita vera, contro le montature e la disumanizzazione del mondo mediatico (qui la TV, ma potrebbe essere qualsiasi medium sociale). Nella vita di ognuno di noi (e forse in ognuno di noi) c'è un vuoto raccontatore di inganni: che il sia il padre inaffidabile "mister" e traditore incarnato dal piacione Roul Bova, che sia il cameo di un Jerry Calà sempre a metà tra il buffone inconsistente e la figura drammatica da commedia dell'arte, o soprattutto il protagonista Riccio, incarnato da un bravissimo e credibile Ghini, che vive da protagonista una storia di plurime cadute e rinascite: orfano vittima del padre piacione, che però gli lascia comunque "due valigie" piene di vita (oltre che di cose putride) che gli faranno da àncora quando, dopo aver sciupato un matrimonio con una bellissima ragazza anch'essa piena di vita (di cui la Ferrari adulta è purtroppo solo un'ombra), diventa una star assoluta della TV italiana, poi cade nel più classico degli scandaletti giudiziari italiani senza vera giustizia, rinasce ancora (quasi) in TV, ma infine si rifiuta di tornare a quella vita falsa, con la prospettiva (garantita comunque da Porsche e appartamenti...) di chiudere la sua esistenza tornando alle cose vere: fare il bagnino nello stabilimento di famiglia, a Jesolo, o qualcosa del genere. Insomma, ognuno di noi ha radici vere (una madre positiva, un padre pessimo ma presente nella sua assenza, una famiglia incarnata dalla bravissiam "zia" Sastri, una città dove tornare -Jesolo- dove c'è sempre la tua infanzia e le tue relazioni adolescenziali pronte ad attenderti).
Lo spartiacque è sempre un dolore, e soprattutto una doccia (scena magistrale) dove il finto farlocco del colore dei capelli nerissimi si scioglie, e tu scopri di star meglio con un capello grigio, ma vero.
Dai, alla fine un film che parla di superficialità televisiva, a volte ci occhieggia e ci casca pure nella superficialità (come un teatro nel teatro), ma tutto sommato ti fa portare a casa una morale sul senso della vita e sulle sue poche radici da coltivare, che vale assolutamente la pena vedere. Bravo Pupi, a 87 primavere suonate resti una delle cose migliori di questo povero scenario cinematografico italiano.
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