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ivan il matto
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mercoledì 30 settembre 2026
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credo negli esseri umani
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Gianni Amelio, regista attento ed ispirato, riesce ad interpretare la contemporaneità come pochi, magari non direttamente ma con una lettura ellittica, calando la sua narrazione nella dimensione personale. Lo aveva già fatto con “Lamerica” (1994), nel quale la perenne questione dell’immigrazione in Italia veniva riletta paragonandola a quella italiana negli USA di un secolo prima. Il recente “Nessun dolore”, reduce dalla Mostra del cinema di Venezia 2026, ripropone, in qualche misura, lo stesso schema. I tanti immigrati “Invisibili” della Città Eterna ci vengono presentati attraverso il senso di colpa e poi il segreto bisogno di espiazione/redenzione di Davide, originale libraio in Roma: un Alessando Borghi silenzioso e intenso che a tratti ha le movenze (non volute) da dandy, colto da uno slancio di solidarietà incontrollabile.
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Gianni Amelio, regista attento ed ispirato, riesce ad interpretare la contemporaneità come pochi, magari non direttamente ma con una lettura ellittica, calando la sua narrazione nella dimensione personale. Lo aveva già fatto con “Lamerica” (1994), nel quale la perenne questione dell’immigrazione in Italia veniva riletta paragonandola a quella italiana negli USA di un secolo prima. Il recente “Nessun dolore”, reduce dalla Mostra del cinema di Venezia 2026, ripropone, in qualche misura, lo stesso schema. I tanti immigrati “Invisibili” della Città Eterna ci vengono presentati attraverso il senso di colpa e poi il segreto bisogno di espiazione/redenzione di Davide, originale libraio in Roma: un Alessando Borghi silenzioso e intenso che a tratti ha le movenze (non volute) da dandy, colto da uno slancio di solidarietà incontrollabile. Il protagonista, infatti, dopo aver causato, involontariamente, il decesso di un piccolo magrebino sconosciuto affidatogli dal padre di sua iniziativa, decide di ospitare a casa propria Aminah, una ragazza algerina incinta, brutalmente respinta dalla sala d’attesa di un ospedale. Quel primo gesto spontaneo fa da premessa ad un’autentica invasione di ‘invisibili’ nel suo alloggio che sfugge di mano al frastornato Davide. Non basta! Il giovane libraio conoscerà i rigori della legge finendo in carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Questa storia deve ancora accadere” avverte l’incipit della pellicola voluto dall’ottantunenne regista calabrese. Troppi eventi sanno di fantascienza distopica: accoglienza impossibile, affidamenti arbitrari, morte che genera vita e redenzione, carcere vissuto come accettazione di un destino non imposto. “Nessun dolore” (quello che il nostro senso comune avverte per la sorte terrificante riservata agli ‘invisibili’), sembra raccontare un mondo anestetizzato rispetto alla complessità del reale, un mondo nel quale un gesto di pietà rischia di diventare un’infrazione socialmente sanzionabile. Ed ecco che, allora, l’atto della sepoltura finale dello sventurato adolescente, diventa l’ultimo rito possibile per somigliare ancora a degli “esseri umani”, una forma alta e disperata, insieme, di adozione. Del resto sono le hit dei giovani a ricordarci che bisogna “credere negli esseri umani che hanno il coraggio, il coraggio di essere umani” come cantava il giovane Marco Mengoni nell’ormai lontano 2015.
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pino_bo
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lunedì 5 ottobre 2026
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tanta pretesa, poca sostanza.
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Una trama poco credibile che in più di un’occasione finisce quasi nel comico involontario. Situazioni improbabili si susseguono senza costruire un racconto davvero coerente e alcune sembrano messe lì senza una vera funzione nella trama.
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Una trama poco credibile che in più di un’occasione finisce quasi nel comico involontario. Situazioni improbabili si susseguono senza costruire un racconto davvero coerente e alcune sembrano messe lì senza una vera funzione nella trama. Confesso poi di aver scoperto grazie a questo film una cosa che ignoravo: a quanto pare si può arrivare in un cimitero con una bara contenente un cadavere e lasciarla lì, così, senza che procedure, autorizzazioni o personale del cimitero rappresentino un problema. Una scena talmente assurda da risultare quasi surreale. I personaggi hanno pochissimo spessore e sembrano più abbozzi che persone vere. E neppure gli attori aiutano molto. In diversi momenti sembrano quasi la macchietta di loro stessi, con interpretazioni scolastiche e prevedibili. Mastandrea in particolare interpreta ancora una volta il solito romano disilluso, cinico, stanco e perennemente disincantato. Un personaggio che ormai sembra seguirlo da un film all’altro. Ma ancora peggio sono alcune comparse a cui viene affidata qualche battuta: recitazione rigida e innaturale che rende certe scene davvero poco credibili. Anche i dialoghi sono spesso superficiali e poco spontanei.
Il film vorrebbe continuamente suggerire chissà quali significati profondi, ma molto spesso si limita a dichiararli. Persino quando viene tirato in ballo un capolavoro come Furore di John Steinbeck, la trama viene raccontata con inesattezze che fanno quasi venire il dubbio che chi ha scritto quelle battute il libro non l’abbia mai letto. E quando si cerca a tutti i costi la profondità senza riuscire a darle sostanza, anche un messaggio serio rischia di diventare una caricatura. Dulcis in fundo, la frase che secondo me riassume perfettamente lo spessore del film: «I libri non si vendono più». Sipario.
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mauridal
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mercoledì 7 ottobre 2026
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la magia del dolore
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Quando parliamo di genere cinematografico o di stile del racconto, a volte usiamo la definizione di “realismo magico”, con tutti i significati possibili. In questo film di Gianni Amelio è presente il realismo nella trama, nei personaggi e negli ambienti, ma vi è anche una forte impronta di fantasia, di immaginazione e, in fondo, di poesia nelle vicende umane: qualcosa di spiegabile solo attraverso una sorta di magia che il regista ha voluto attribuire all’animo e ai sentimenti dei personaggi, in particolare a Davide, il libraio indipendente protagonista della storia.
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Quando parliamo di genere cinematografico o di stile del racconto, a volte usiamo la definizione di “realismo magico”, con tutti i significati possibili. In questo film di Gianni Amelio è presente il realismo nella trama, nei personaggi e negli ambienti, ma vi è anche una forte impronta di fantasia, di immaginazione e, in fondo, di poesia nelle vicende umane: qualcosa di spiegabile solo attraverso una sorta di magia che il regista ha voluto attribuire all’animo e ai sentimenti dei personaggi, in particolare a Davide, il libraio indipendente protagonista della storia.
La storia è semplice. Davide, mentre al mattino va ad aprire il suo chiosco di libri in strada, nel centro di Roma, viene avvicinato da un giovane immigrato che vuole affidargli il figlio adolescente. Glielo accosta fisicamente e poi scompare per strada. Davide cerca di staccarsi dal ragazzo e di allontanarlo: non vuole e non può tenere il bambino con sé. Arriva perfino a lasciarlo in strada, allontanandosi, ma il ragazzino continua a seguirlo.Qui avviene la svolta che cambia completamente la vita di Davide e la storia di tutto il film. Davide, nel tentativo di far andare via il ragazzo, lo spinge dal marciapiede verso la strada proprio mentre arriva una moto, che lo investe. Ferito gravemente, il ragazzo viene trasportato in ambulanza in ospedale, mentre Davide, tormentato dal senso di colpa, lo raggiunge per avere sue notizie. Il realismo diviene allora drammatico, poiché Davide, in ospedale, è soltanto un conoscente del ragazzino, ma, pur essendo un estraneo, decide di stargli vicino e di aiutarlo. Medici e infermieri, per alcuni giorni, gli comunicano che il ragazzo viene curato, ma poi, improvvisamente, il giovane muore. A questo punto il regista apre la storia del film su due piani: la vicenda umana e personale di Davide, con il suo stato di colpa, e la grande e drammatica situazione degli immigrati in una città come Roma. C’è dunque un forte realismo nel rappresentare l’esistenza di tanti immigrati, uomini, donne e bambini, che vivono per le strade in cerca di sopravvivenza; ma, nello stesso tempo, il film racconta anche le scelte difficili di chi, per diversi motivi, entra in contatto con questo mondo dell’immigrazione. Davide, ormai coinvolto emotivamente e oppresso dal senso di colpa per aver respinto un ragazzo nordafricano poi morto, assiste in ospedale all’allontanamento di una giovane algerina incinta, Aminah, che lì cercava rifugio. Decide allora di offrirle ospitalità a casa sua e la giovane accetta. La magia della favola sembra così annullare le distanze tra Davide, cittadino italiano, e Aminah, immigrata senza dimora e incinta. Davide riprende, con maggiore forza d’animo, la sua vita regolare e riapre il chiosco di libri, dove nel frattempo lo ha aiutato la sua cliente abituale, la professoressa Elsa, che addirittura, durante le sue assenze, lo ha sostituito. Elsa è a sua volta uno spirito libero e, pur essendo innamorata di Davide, non interviene nella sua scelta di ospitare una giovane migrante; al contrario, lo sostiene e lo aiuta con un amore discreto e ideale. La realtà della storia, però, si complica ancora. Aminah, che fa parte di una comunità di immigrati senza dimora, ospita all’insaputa di Davide un numeroso gruppo di persone nelle stanze vuote della sua casa, occupate fino ad allora soltanto dai libri. Davide, così, da uomo solitario si ritrova con la casa invasa di gente e, quasi inconsapevolmente, finisce coinvolto in una situazione che non aveva previsto. I vicini denunciano quanto sta accadendo. La casa viene sgombrata e Davide viene addirittura arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quando, poco dopo, viene rilasciato e torna a casa, la trova vuota, con tutti i libri sparsi e gettati ovunque. Emerge qui un interessante confronto tra le due realtà che Davide ha vissuto: da una parte i libri e la cultura scritta, dall’altra le persone immigrate, spesso prive della possibilità di far conoscere la propria storia e persino di costruirsi un’esistenza stabile.
Il film si chiude con la speranza del regista in un’umanità più compassionevole e amorevole verso gli altri esseri umani. Davide ritorna al suo chiosco insieme a Elsa, che nel frattempo si prende cura con affetto di un suo vecchio professore ormai in fase terminale. A loro sono dedicate le ultime immagini. Il film riesce a sostenere bene l’intera storia anche grazie ad Alessandro Borghi, che dà a Davide un’espressione insieme realistica e quasi magica, e a Valeria Golino, convincente nei panni di un’amorevole Elsa. Più marginale appare invece Michele, il necroforo interpretato da Valerio Mastandrea: un personaggio descritto come profondamente umano e animato da buone intenzioni, ma troppo appena sfiorato dal film e lasciato ai margini del racconto.
(Mauridal)
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eugenio
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sabato 3 ottobre 2026
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il fardello dell''accoglienza
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L’inizio è già apodittico: questa è una storia che potrebbe accadere a breve. Ma di che cosa parla davvero? Di una parabola di crollo, redenzione e, in fondo, resurrezione dell’anima. Davide (Alessandro Borghi) è un trentenne che, in una Roma capitale a due passi dal Vaticano, vende libri usati in un chiostro. Silenzioso custode di una carta stampata più morta che viva, incontra Elsa (Valeria Golino), docente universitaria di letteratura che tiene le sue lezioni in aule sempre più deserte. È lei ad affidargli alcune borse di libri, nella speranza di offrirgli un’occasione di rinascita. Poi c’è Michele (Valerio Mastandrea), necroforo costretto per mestiere a convivere con la morte: un uomo emotivamente fragile, protetto da una solida corazza di umanità.
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L’inizio è già apodittico: questa è una storia che potrebbe accadere a breve. Ma di che cosa parla davvero? Di una parabola di crollo, redenzione e, in fondo, resurrezione dell’anima. Davide (Alessandro Borghi) è un trentenne che, in una Roma capitale a due passi dal Vaticano, vende libri usati in un chiostro. Silenzioso custode di una carta stampata più morta che viva, incontra Elsa (Valeria Golino), docente universitaria di letteratura che tiene le sue lezioni in aule sempre più deserte. È lei ad affidargli alcune borse di libri, nella speranza di offrirgli un’occasione di rinascita. Poi c’è Michele (Valerio Mastandrea), necroforo costretto per mestiere a convivere con la morte: un uomo emotivamente fragile, protetto da una solida corazza di umanità. L’evento destinato a sconvolgere questo equilibrio si manifesta fin dalle prime scene. Un padre nordafricano, in cammino con il figlio, indirizza il bambino verso Davide e gli chiede di seguirlo. Convinto che si tratti di una richiesta di elemosina, Davide gli offre il pranzo, ma poco dopo lo allontana bruscamente. Da questo incontro nasce l’innesco della storia: l’improvviso incidente del bambino provoca una reazione dirompente, soprattutto sul piano morale, e costringe Davide a confrontarsi con temi universali come l’accoglienza, l’emigrazione, la sopraffazione, la paura del diverso e l’ignoranza diffusa.
Nessun doloreracconta la resurrezione interiore di un uomo ormai morto dentro, che forse per la prima volta sceglie di prendere in mano la propria vita e di portare quella decisione fino in fondo, nonostante il carcere, la disumanizzazione e la morte. La forza del film, diretto da uno straordinario Gianni Amelio, nasce proprio dalla tensione continua tra questi poli. Il regista posa uno sguardo limpido sull’ingiustizia: non tollera che un operatore ospedaliero possa cacciare in strada una donna extracomunitaria incinta come se fosse una bestia, ma evita al tempo stesso di idealizzare chi arriva nel nostro Paese. Nessuno è santo e, forse, l’unica possibilità è trasformare il senso di colpa in accoglienza. Davide ci prova, ma la soluzione non è mai semplice: non basta convertire la morte in vita per trovare pace; bisogna attraversarla e vincerla per poter rinascere. Il film ribalta così la prospettiva dell’aiuto, trasformando la solidarietà da gesto di pietà verso gli altri in un’autentica necessità di cura di sé. Amelio non parla di egoismo, ma della capacità di infrangere la bolla in cui tutti siamo immersi e di sottrarci alla paralisi morale. Solo allora il dolore può diventare esperienza condivisa e aprire a una sensibilità più profonda: forse la forma più alta di integrazione tra noi e gli altri. Utopico, certo, Nessun dolore ma dolorosamente sociale e, proprio per questo, plausibile: una storia che potrebbe davvero accadere un giorno come da esergo.
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