È raro che capiti di vedere un film tanto delicato e profondo, così struggente nel basso profilo che la regista Charlotte Le Bon ha deciso di dargli, del tutto privo di retorica e di luoghi comuni. Cosa dire, come fare a dire qualcosa sull’ineffabile che connota i turbamenti dell’adolescenza, la scoperta dell’amore?
Le Bon ci riesce, attraverso la regia pulita del suo lungometraggio, una fotografia eccellente, una colonna sonora appropriatissima e, direi soprattutto, la recitazione squisita dei due giovanissimi protagonisti: Sara Montpetit nella parte di Chloé ed ancor più di Joseph Engel nella parte di Bastien. Attorno ai due c’è come il vuoto, i loro familiari e gli amici non fungono che da sfondo alla loro personalissima vicenda.
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È raro che capiti di vedere un film tanto delicato e profondo, così struggente nel basso profilo che la regista Charlotte Le Bon ha deciso di dargli, del tutto privo di retorica e di luoghi comuni. Cosa dire, come fare a dire qualcosa sull’ineffabile che connota i turbamenti dell’adolescenza, la scoperta dell’amore?
Le Bon ci riesce, attraverso la regia pulita del suo lungometraggio, una fotografia eccellente, una colonna sonora appropriatissima e, direi soprattutto, la recitazione squisita dei due giovanissimi protagonisti: Sara Montpetit nella parte di Chloé ed ancor più di Joseph Engel nella parte di Bastien. Attorno ai due c’è come il vuoto, i loro familiari e gli amici non fungono che da sfondo alla loro personalissima vicenda.
Veramente, oltre al tredicenne Bastien ed alla sedicenne Chloé, nel film c’è un altro protagonista, ed è il lago: non tanto e non solo “quel” Falcon Lake del Quebeq che dà titolo al film ed attorno al quale si svolge la vicenda, ma il lago come presenza simbolica, come inevitabile territorio da sperimentare da parte dei due protagonisti di questo splendido romanzo di formazione. Il lago, silente e minaccioso con la sua profondità insondabile, così silente sul limitare della sera, ogni volta che la tenebra si avvicina e finisce poi per dominare la scena, ed avvolgerla, così immanente nella sua cupezza, è il buco nero che con la sua forza di gravità misteriosa risucchia inevitabilmente i due ragazzi, li chiama, gli si propone come oggetto del confronto, metafora di paura e desiderio: la paura della morte, il desiderio dell’amore. Amore e morte, appunto.
La storia del fantasma di un bambino che si narra sia annegato in quel lago tempo fa, è un’eco che risuona nell’anima dei due protagonisti, come per tenerli a distanza dalla superficie immota del lago e, al tempo stesso, sfidarli. In realtà Chloé se la cava assai bene a nuotare, e non teme la profondità impenetrabile di quelle acque incastonate tra cupe conifere; Bastien invece non sa nuotare granché: dunque la vera sfida è per lui. Come per lui sono le continue sfide che Chloé, di tre anni più grande, continuamente gli pone, per essere conquistata, e che Bastien accetta, con disarmante spontaneità, appunto per conquistarla.
La conoscenza dell’acqua, la conoscenza del sentimento amoroso, poi della passione amorosa… le prime bracciate impacciate, ardimentose, e i primi approcci d’un amore tenero ed ugualmente impacciato e ardimentoso…
Una notte Bastien deciderà di seguire Chloé a qualunque costo, solitariamente, mentre lei già si è allontanata nuotando sulla superficie del lago, forse verso la riva opposta, e già è sparita nella tenebra assieme a ragazzi più grandi assai di lui, con i quali lei poco prima pareva amoreggiare, forse per ingelosirlo. Bastien la seguirà e per farlo dovrà sfidare quella superficie nera, quando già è notte e tutto intorno è oscuro e silente ed estremamente incerto e insondabile. Insondabile come l’animo umano, come la vita, come la morte.
Struggente e davvero poetico il finale, che non intendo svelare.
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