Una donna promettente

Un film di Emerald Fennell. Con Carey Mulligan, Bo Burnham, Laverne Cox, Clancy Brown, Jennifer Coolidge.
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Titolo originale Promising Young Woman. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 108 min. - USA 2020. - Universal Pictures uscita giovedì 24 giugno 2021. MYMONETRO Una donna promettente * * 1/2 - - valutazione media: 2,92 su 25 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

- Non molestate la donna che dorme - Valutazione 3 stelle su cinque

di Alessandro Spata


Feedback: 309 | altri commenti e recensioni di Alessandro Spata
domenica 13 giugno 2021

Sinceramente ammetto che il film mi ha confuso e commosso. Sensazioni apparentemente contraddittorie a sostegno del fatto, però, che ho trovato l’opera, parafrasando l’identità della protagonista, una promessa un tantino mancata. Un tema molto complesso viene ancora una volta trattato in modo troppo lineare, troppo semplicistico, secondo me. Ma questo riguarda unicamente le mie aspettative che non dicono poi tanto sull’essenza del film in sé. È un bene che il “cinema” in virtù della sua diffusione e della sua “più facile fruizione” si presti particolarmente all’elaborazione di temi molto scabrosi seppure “tagliati con l’accetta” sullo schermo. Tuttavia, se è vero che il cinema è il medium che più di tutti è capace di decodificare i messaggi di questa nostra “età contemporanea di transizione” non vorrei che nello stesso tempo l’arte cinematografica trattando motivi complessi in modo grossolano si riducesse a fornire soltanto spiegazioni invalse e argomentazioni per di più ovvie o semplicemente più alla moda. Mah! Mi “conforta” in qualche modo l’affermazione della regista che ammette di aver voluto fare un “prodotto commerciale” un “Hollywood movie” da popcorn seppure con l’intenzione di voler far riflettere la più ampia porzione possibile di pubblico. La candida confessione dell’autrice mi fa correre un tenue brivido lungo la schiena perché francamente non mi va giù tanto l’idea che anche il cinema si possa prestare come certa becera tv alla spettacolarizzazione del dolore al fine ultimo della commercializzazione di beni di consumo. Tuttavia, a pensarci bene anche il cinema è un bene di consumo in fondo e non è che debba servire a trovare necessariamente soluzioni ai mali del mondo. L’arte non ha il potere di cambiare la mentalità di un epoca. Non è sua prerogativa. L’arte serve soltanto a descrivere i contorni essenziali emblematici che contraddistinguono una società in un determinato periodo storico facendone “caricatura”, anche, probabilmente.
Non entrerò nei meriti e demeriti stilistici del film, sulla sua estetica che sono stati ampiamente discussi e oltretutto non sono un tecnico. Mi soffermo invece brevemente sull’aspetto della “superficialità psicologica” della protagonista lamentato da più parti. L’assenza di "scavo psicologico" forse è “funzionale” dal momento che l’autrice voleva dare ai contenuti del film un taglio più sociologico collettivo invece che meramente psicologico individuale. Il film può apparire effettivamente come “antipsicologistico”, “antiespressionista”, persino, dove, tuttavia, il senso psicologico più profondo si ricava proprio grazie al fatto che tutto viene trattato in superficie. Sappiamo all’inizio soltanto che la protagonista è rimasta molto “condizionata” dalle “vicende” che hanno preceduto il suicidio dell’amata amica Nina. Invece di ricorrere all’inventario delle variegate psicologie cui il tema del “trauma” dello stupro poteva prestarsi facilmente col rischio di cadere nell’ovvio, la regista si limita a mostrare il bel volto “intenso” della protagonista “ridotto all’epidermide”, per così dire, insieme alle sue reazioni comportamentali “superficiali” (l’insofferenza, il sarcasmo caustico, l’apatia, il ritiro), ma ottenendo l’effetto paradossale che la profondità psicologica della protagonista non va perduta, ma al contrario ne è “messa in risalto” quantomeno nella mente dello spettatore che si adopererà per le ipotesi più svariate.
 Secondo me l’idea di fondo del film è che la questione qui esaminata dello “stupro”, ma della “violenza sulle donne” più in generale, forse, non può essere considerata come tema autonomo, poiché è intrinsecamente connessa, ad altre considerazioni già nel film abbozzate. Non c’è la pretesa di tratteggiare un’idea rivoluzionaria, ma di delineare semmai, ancora una volta, “un mondo sotto forma di un tessuto, non di singoli fili”.
Qualcuno ritiene che dietro tale operazione cinematografica si possa nascondere un tentativo avventato e alquanto patetico e non privo di malizia pure di reagire genericamente attraverso l’istituto della “vendetta” ad una sorta di “Realismo ontologico” in quanto si tratterebbe a ben vedere non di banale vendetta femminile, ma del rifiuto di arrendersi al “mondo così com’è”, - perché si ha fede di poterlo comunque trasformare attraverso il cambiamento interno di individui - o categorie o gruppi sociali. Quindi, non è un film così pessimista tutto sommato. Qui a ben vedere non si contrappongono idealmente, ma brutalmente donne stuprate e uomini stupratori, vittime e carnefici semplicemente. Insomma, il film non mi pare che voglia lasciare nello spettatore l’amaro sapore di un “destino di conflittualità permanente” tra donne e uomini.
La protagonista non ricorre alla violenza sanguinaria come un Charles Bronson d’altri tempi. Lei piuttosto ingenuamente pretende che i carnefici ammettano le proprie responsabilità e che si ricordino di Nina. Dimenticandone il nome l’hanno uccisa due volte. Un ulteriore affronto ad una persona unica e indivisibile violentata nella sua identità e non solo nel corpo. Alla fine uomini e donne siamo tutti oppressi da un nemico comune e neanche così astratto: il mito della “struttura sociale” che ci vuole tutti sottomessi; tutti “condannati ai rispettivi ruoli e talenti”. Tutti prigionieri stereotipati nell’ordine del “discorso maschile”. In realtà, in questo film sembra contenuta l’esortazione a liberarci tutti di certe coercizioni interiori ed esterne e si può farlo soltanto donne e uomini insieme, a quanto pare. Vorrei sottolineare che tutto questo afflato sociologico non deve risuonare come un generico e fintamente riparatorio escamotage che miri ad equiparare i ruoli e le responsabilità di  tutti, “carnefici e vittime”. In questa storia tremenda, fatte sempre salve le responsabilità individuali, sono pur sempre le donne le parti deboli che subiscono la violenza che nessun psicologismo o sociologismo può in alcun modo giustificare.
Quando si entra nel territorio minato della “violenza sessuale” la paura di sbagliare approccio può essere fatale. E lo sbaglio della regista sarebbe stato quello di trattare l’argomento in modo troppo edulcorato. Non si fa mai accenno alla parola “stupro”. La realtà sociale della violenza sessuale non viene mai inquadrata, mai esibita nella sua brutalità. E poi quegli ambienti color pastello, l’abitazione familiare con quegli arredi barocchi da casa delle bambole, l’esortazione della madre di Nina che la incoraggia a dimenticare - perché non fa bene a nessuno questo continuo rivangare il passato -. E poi la commovente idealità della protagonista che finisce per apparire persino ingenua immersa com'è in una atmosfera da favola, anzi onirica meglio. Come se prendere una posizione dura contro lo stupro dovesse significare per forza soffermarsi con lunghe inquadrature sull’atto stesso dello stupro indugiando eventualmente sulle sequenze di genitali in convulso movimento. Quasi che la regista abbia voluto dare precedenza per “difendersi” (e difendere gli spettatori) dall’orrore, al lato estetico cinematografico più che al fatto sociale della violenza sessuale in sé. Forse la regista crede più nell’immagine che nella realtà? Forse ha voluto sostituire al “fatto” reale, brutale della violenza, la semplice “inquadratura”, l’attrice, la messinscena? Ma le si può fare una colpa di questo assunto eventualmente? Secondo me il film è ambiguo, ma soltanto perché non lo si può identificare completamente né nel filone banale dei Rape & Revenge movie di serie-B, né in quello più schietto e aulico della denuncia sociale. Non è certo un film “realista” questo. O magari potremmo dire più semplicemente che il realismo di questo film è profondamente “estetico?” Forse la regista ha peccato di presunzione? Col suo insano proposito di voler - conciliare processi di natura estetica con quelli di più ampio dibattito culturale, politico e morale? - Ma pare che questa sia anche l’unica strada possibile se vogliamo che l’arte cinematografica sopravviva sul lungo periodo. Forse, l’unico momento in cui crudezza della realtà ed estetica cinematografica coincidono è nella scena in cui la protagonista viene soffocata sul letto col cuscino dallo stupratore di Nina. È a questo punto che il “reale” emerge in tutto il suo orrore ed è per questo forse che molti hanno percepito così sconvolgente quella inquadratura. La favola di colei che credeva di poter incutere timore a certi persecutori finisce penosamente. E la vergognosa vigliaccheria dei carnefici si ripropone in tutta la sua brutale verità. Il film poteva finire qui. Ma si necessitava dell’effetto “catartico” della polizia che alla fine arresta i responsabili. Giustizia non è comunque fatta, ma lo spettatore esce dal cinema più soddisfatto e sereno.
Mi pare inutile e fuorviante oltretutto discutere se questa sia la storia di una donna malata o se Cassandra sia più semplicemente il prodotto della crudeltà di una società. Certo una, la cui esistenza risulta congelata in un eterno ritorno del sempre uguale (come una sorta di “Giorno della marmotta” che si ripete all’infinito)  che ogni settimana inscena lo stupro della sua amica Nina Fisher qualche problema di comportamento deve avercelo. Ma il punto non è se Cassandra soffre di una qualche psicosi o di un più verosimile disturbo post-traumatico da stress, eventualmente. Il punto non è nemmeno che il film sembra rendere omaggio al movimento #MeToo e nemmeno immagino la regista abbia voluto riscattare semplicemente le vittime di stupro con questo film. Così come non credo che i reduci dei campi di concentramento nazisti si siano sentiti riscattati dalla visione di “Bastards” di Tarantino, ne agli afroamericani sarà bastato guardare verosimilmente “Django Unchained” per sentirsi risarciti dei tanti soprusi subiti nel passato e nel presente dai loro connazionali bianchi. Purtroppo certi film e il loro lodevole intento rappresentano soltanto dichiarazioni di principio che poi finiscono tante volte per non avere alcun riscontro nella realtà. Riducendosi soltanto ad una sterile esibizione del “solito” nostro profondissimo bisogno di etica e di giustizia.
Invece il punto è purtroppo sempre lo stesso: il corpo della donna rappresenta una questione morale. Il corpo della donna nella nostra società eterogenea è diventato il luogo dove si consumano scontri di potere sociale. L’arena in cui tutte le inquietudini socio-culturali esplodono tante volte. Il luogo in cui l’autorità maschile con a volte complice quella femminile condita da altrettanti pregiudizi e stereotipi sul genere femminile, continua ad imporre sotto forme diverse anche subdole la sottomissione e la violenza. Il punto è che presso larghi strati di popolazione è considerata prassi comunemente accettata che un uomo approfitti di una donna ubriaca e che le donne ancora addebitino la colpa di quanto è successo alla donna medesima rea di essere "una poco di buono" e di “essersela andata a cercare”. 
È vero che certi pensieri e comportamenti siano pervasivi della società, ma da ciò non ne discende l’assunto che “nessuno è innocente”: non c’è necessariamente un chiamata di correità qui. Ma potremmo dire  alla maniera di De Gregori che “La storia siamo noi, nessuno si senta offeso…La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso” e che “per quanto possiamo crederci assolti siamo pur sempre coinvolti” canterebbe De Andrè. Insomma, è una chiamata alla responsabilità individuale e sociale, forse.
Il monito è che non ci si può limitare a  medicalizzare o psichiatrizzare più semplicemente la violenza sulle donne perché non si  tratta banalmente di un fenomeno individuale, di un qualche invasato depresso o misogino frustrato, che va curato da uno bravo e punito con adeguata sanzione carceraria. Cioè, non basta! In questo “gender horror show” aleggia il “fantasma” di un popolo che dietro le chiacchiere e le facezie “innocenti”, di fatto si autoassolve anche quando i suoi «rappresentanti maschili» di tutte le età e condizioni sociali battono ad esempio a sangue mogli, fidanzate, compagne e figlie.
Certo i maschi o meglio certi maschi ne escono a pezzi, ma anche le femmine non fanno una gran bella figura.  Narcisisti fragili e patetici la cui autostima è funzione del numero di donne ubriache che riescono a portarsi a letto si contrappongono a donne che assumono una falsa aria virginale di condiscendenza per sopravvivere in un mondo di uomini o per non spaventare gli “uomini-bambini” o forse soltanto per disinnescarne preventivamente l’aggressività e la violenza. Ma questo non le assolve più di tanto, mi sa, secondo la regista.
Il confronto con le dovute cautele mi sorge spontaneo con “Cane di Paglia” di Peckinpah. Abbiate pazienza, ma le vie delle associazioni sono infinite, si sa. Ciò che li accomuna secondo la mia percezione è ad esempio il fatto che i due film sono ancorati a certi generi, ma in opposizione ai loro standard allo stesso tempo. Una complessità di contenuti si accompagna ad una apparente semplicità stilistica tale poi da sfociare nell’ingenuità sostanziale del contenuto stesso proposto all’attenzione del pubblico.
Qui non fa da contraltare la semplice apologia della femminilità contrapposta alla sciagurata figura maschile. Il film rimane pur sempre un’opera discussa e discutibile, in grado di provocare scalpore e interesse. Mai però un generico rifiuto da parte delle diverse letture individuali. Non c’è di sicuro la donna implacabile assetata di rivalsa sanguinaria e istintuale, ma la protagonista rimane pur sempre invischiata in una pericolosa compulsione ad agire la "violenza" del sarcasmo e della derisione da cui viene pur sempre trascinata e annientata a morte alla fine. Anche l’ironia può essere autodistruttiva. Il prezzo che Cassandra ha pagato per poter assaporare quel momento di "potere" umiliando lo stupratore dell’amica Nina è davvero troppo alto, è davvero ingiusto. Ad emergere anche qui non è tanto la brutalità al femminile diretta all’ottenimento di una supremazia effimera sul maschio, quanto l’effetto irritante di una comunità di uomini e donne complici profondamente insulsa e retrograda pronta a darsi sostegno pur di negare dignità. Il corpo ubriaco di Cassandra non è altro che un corpo ancora più seducente, quasi stregato, nella sua passività e sottomissione, un semplice oggetto del desiderio da possedere e ancora più desiderabile proprio in quanto indifeso per l’alto tasso alcolemico di cui il suo sangue è impregnato (un ubriachezza simulata, ovviamente, ma questo il predatore non lo sa).
La Fennell tuttavia mi sembra meno pessimista, meno nichilista, di Peckinpah. Di sicuro nessuno si sognerebbe oggi di darle della fascista come invece a suo tempo è stato insinuato di Peckinpah. Verosimilmente non si guarda all’universo femminile con lo stesso pieno pessimismo non fosse altro perché esistono sempre diversi gradi di colpevolezza e le colpe femminili non possono essere equiparate in quanto a gravità a quelle maschili.
Tuttavia, anche nel film della Fennel ci sembra di navigare a vista in un mare di impulsi primitivi.
Cassandra è isolata dal resto del mondo. Non ha amici, non ha un partner, non ha nemmeno sentimenti forse come paventa sua madre. In questo senso, appare come una figura primitiva, un elemento estraneo, e perciò stesso disturbante perché percepito come strano, insolito, lontano. Mostra un disprezzo generalizzato, completamente asociale, verso ogni essere umano che non sia la madre di Nina o la sua datrice di lavoro, refrattaria verso qualsiasi manifestazione di carnalità. Non è tanto provocante nemmeno quando si traveste da infermiera sexy, ma è così che dobbiamo percepirla perché  qualunque forma di sensualità Cassandra la considera una manifestazione di morbosità inaccettabile, almeno fino a quando non incontra il suo ex compagno di università che però fatalmente si rivelerà deludente in quanto anche lui si limitò ad assistere allo stupro di Nina senza fare obiezione alcuna.  
 Anche qui per reagire alla privazione della dignità non resta che rispondere o con una qualche forma di violenza seppure in parte sublimata o con la morte. La fine della protagonista soffocata da un cuscino non si può definire esattamente un suicidio, ma un atto di autolesionismo differito forse sì. Comunque sia la morte sembra il destino di tutti coloro che si sentono obbligati ad esercitare la vendetta o comunque una qualche forma di violenza a titolo di risarcimento.
Anche qui in qualche modo il Sogno Americano e i suoi scintillanti presupposti giungono al capolinea. Si ripropone l’ultimo  stadio e fatiscente di un modello culturale ormai moribondo per molti versi.
- Nina ci manca. Anche tu Cassandra ci sei mancata - e ci dispiace molto che non ritornerai più.

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