L'Insulto

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Un film di Ziad Doueiri. Con Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh.
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Titolo originale L'insulte. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 113 min. - Libano 2017. - Lucky Red uscita mercoledì 6 dicembre 2017. MYMONETRO L'Insulto * * * 1/2 - valutazione media: 3,67 su 38 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

L'inimicizia tra due popoli

di lapo10


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giovedì 14 dicembre 2017

Mi perdoni Israel Zangwill (lui drammaturgo ebreo, inglese e sionista, per giunta) per la divertita insolenza di utilizzare un termine da lui coniato nel 1908 nella sua opera omonima, per classificare la nuova fatica del regista libanese Ziad Doueiri. Già, perché mi viene naturale definire "L'insulto" come un'opera "Melting Pop", peraltro in salsa mediorientale. Un po' perché Doueiri, come Zangwill prima di lui, scrive, speranzoso, di un ideale società senza divisioni religiose e culturali, un po' per la diversa estrazione sociale dei due protagonisti del film, l'uno, Tony Hanna (Adel Karam), libanese e cristiano, l'altro, Yasser Salameh (Kamel El Basha), palestinese e musulmano. Ma questo crogiolo è anche artistico, basta focalizzare l'attenzione sul poliedrico regista e le sue precedenti esperienze personali. Studente negli States, assistente di Quentin Tarantino, passaporto francese, film ambientati in diversi luoghi: "West Beyrut" e 'l'Insulto" in Libano, "Lila dice" in Francia, "the Attack" in Israele.
Tutti questi influssi convergono all'interno del film che prende le mosse da un alterco tra i due uomini che si accusano per una parola di troppo uscita dalla bocca del palestinese arrabbiato per una scorrettezza commessa dal libanese. L'insulto, per l'appunto, potrebbe essere sanato in fretta se non fosse per il testardo orgoglio di entrambe le parti a non retrocedere di un passo in vista di un salutare accomodamento. I due uomini finiscono, invece, in tribunale, per redimere le proprie questioni e si trovano invischiati in una paradossale situazione che chiedeva solo un po' di buon senso per essere risolta. Il vortice mediatico che si crea intorno al loro caso porterà dissesti familiari e sociali imprevisti.
Doueri inizia da un fattaccio privato per raccontare la parabola di due popoli in crisi: quello palestinese che vive senza diritto alcuno nei campi, e quello libanese (in particolare la sponda cristiana ormai ridotta a minoranza) che mal tollera la situazione geo-politica, i profughi e lo stato di Israele.
Il film ha il pregio (notevole) di far conoscere ad un distratto Occidente quanto succede all'ombra del "cedrus libani" e quali siano le problematiche che affliggono uno dei paesi arabi più moderni e con la minoranza cristiana più elevata. Il Libano ha la sfortuna di trovarsi al centro della zona più instabile del globo. La guerra di Siria a nord- Est, e l'irrisolta questione ebraico-palestinese a sud sono conflitti ancora aperti, come tutti sanno. Invece, 15 anni di guerra civile (1975-1990) causati dalle divergenze politiche tra cristiani e musulmani e dalle indesiderate attenzioni di Siria, Israele, Olp ed Iran hanno lasciato il segno su una popolazione che non riesce ancora a metabolizzare la strage di maroniti a Damour ed il massacro di palestinesi a Sabra e Shatila.
Il racconto di Doueiri si abbevera di queste tensioni geo-politiche, che i due protagonisti incarnano alla perfezione, specialmente nel personaggio interpretato da Karam che mantiene, fin quasi la fine, un atteggiamento irriducibile, iracondo e per niente accomodante, mitigato solo in parte dal ruolo materno e ammonitore della moglie (Rita Hayek).
Il difetto (che può essere ribaltato a seconda dei punti di vista) che sminuisce l'ottimo lavoro di Doueiri è lo spasmodico ricorso agli stilemi del cinema occidente (americano) come l'eccessivo peso e spettacolarizzazione del processo che sembra declassare il film a legal-movie e le caraterizzazioni dei personaggi femminili (un po' troppo in linea con le nostre esigenze di emancipazione della donna, che non sembrano troppo credibili per il contesto).
Attrici troppo belle e troppo bionde, un atteggiamento forse troppo bonario verso i palestinesi, ed il ricorso al "genere" sono comunque licenze "commerciali" che si possono perdonare in un'opera pensata per le giovani generazioni libanesi desiderose di riconciliazione e per un pubblico occidentale poco incline a mettere il naso fuori dal giardino di casa ed occuparsi delle questioni altrui.
Israel Zangwill, credo, approverebbe lo sforzo e l'impegno civile di Ziad Doueiri

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