Flags of Our Fathers

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Un film di Clint Eastwood. Con Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, John Benjamin Hickey.
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Guerra, durata 130 min. - USA 2006. uscita venerdì 10 novembre 2006. MYMONETRO Flags of Our Fathers * * * - - valutazione media: 3,42 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Affresco di ampio respiro sul bisogno degli eroi. Valutazione 4 stelle su cinque

di GreatSteven


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giovedì 22 giugno 2017

 FLAGS OF OUR FATHERS (USA, 2006) diretto da CLINT EASTWOOD. Interpretato da RYAN PHILIPPE, JESSE BRADFORD, ADAM BEACH, JOHN SLATTERY, BARRY PEPPER, JAMIE BELL, PAUL WALKER, ROBERT PATRICK, JUDITH IVEY, THOMAS MCCARTHY, BENJAMIN WALKER, HARVE PRESNELL, CHRIS BAUER, NEAL MCDONOUGH
Tema centrale della vicenda è una fotografia che viene scattata sul cocuzzolo della monte Suribachi, nel dicembre 1944, mentre la battaglia fra statunitensi e giapponesi è ancora in corso, e che ritrae cinque marines e un marinaio che inastano la bandiera americana. Tre di questi muoiono successivamente combattendo, mentre gli altri tre vengono riconosciuti con gran pompa magna come eroi nazionali e dunque, in tale veste, invitati a partecipare a congressi, riunioni ed eventi pubblici. Ma nessuno dei tre sopravvissuti si sente addosso doti di eroismo. Il medico infermiere John "Doc"Bradley, il nativo americano Ira Hayes e il soldato scelto Rene Gagnon sanno che la foto, opera del premio Pulitzer Joe Rosenthal, fu frutto solamente del quinto dei quaranta giorni di sanguinosa battaglia e, durante il massiccio tour negli States, rammentano al pubblico che li acclama che è necessario comprare i buoni per garantire un approvvigionamento di risorse al fine di concludere una guerra che, dal punto di vista economico, sta letteralmente divorando le finanze del Paese. James Bradley, scrittore e figlio di Doc, viene a sapere, intervistando gli altri reduci della battaglia di Iwo Jima, che molte cose apparentemente risapute sull’evento sono sbagliate e che dietro alla tanto sbandierata gloria militare (e militarista) si annidava una propaganda, di cui la foto costituì un potente mezzo di diffusione nazionalistica. Doc, Ira e Rene sono inoltre consapevoli che i soldati cui vengono attribuite le imprese tanto conclamate non corrispondono a quelli che effettivamente innalzarono la bandiera sul monte: i tre ricordano piangenti, soprattutto in occasione di un rendez-vous in cui ne incontrano le madri, gli uomini che più di tutti meritano una commemorazione accorata, ovvero il sergente Mike Strank e i marines Ralph "Iggy"Ignatowski e Henry "Hank"Hansen. Storia di un’amicizia virile sullo sfondo della più devastante guerra di tutti i tempi, ma anche un intenso manifesto che si mette perfino contro la raccolta di contributi popolari al fine di conseguire una facile vittoria contando su un infarcimento di giovani eroi, in quanto il suo antimilitarismo, oltre che chiaro, è anche determinato a destrutturare e demonizzare la macchina di propaganda americana che fagocita il terzetto protagonista. Facendone un simbolo dell’imminente vittoria sul nemico che, quasi fosse il film un western revisionista, non viene ferocemente attaccato (non in senso bellico, beninteso), ma giustificato dalla fretta dell’esercito invasore di porre fine ad una guerra che commise autentici salassi alle casse economiche dello Stato. Quel che conta di più, però, escluso il discorso di fondo a discredito del potere costituito e dei mass media spadroneggianti, è la morale: non si muore per diventare paladini nazionali fortemente enfatizzati, ma bensì per i propri amici. Doc, Rene e Ira sanno sacrificarsi per gli altri tre uccisi nel corso della battaglia, conoscono i propri limiti e soprattutto non dimenticheranno mai la loro prodezza sul campo. La preparazione, lo spirito di corpo, il senso del dovere e la prontezza di riflessi sono doti che non mancano al plotone dei marines che assedia il monte Suribachi, già filmato in un ottimo capolavoro del 1949 (Iwo Jima, deserto di fuoco), con protagonista John Wayne, di cui Flags of Our Fathers riprende quantomeno la convinzione che a fare la guerra non sono gli eroi, ma gli uomini comuni, che non la fanno volentieri e la conducono semmai per un sanguigno sentimento di amicizia e cameratismo nei confronti dei loro simili, con cui appunto si assomigliano in tutto: famiglia, aspirazioni, ambizioni, opinioni, idee, comportamenti. Eastwood, insieme a Lettere da Iwo Jima, nel 2006 elaborò un dittico di questa battaglia tanto faticosa quanto deludente e, studiando il punto di vista americano, è riuscito a costruire un’efficiente polemica che fonde l’antibellicismo al bisogno viscerale umano di avere intorno compagni con cui condividere un ideale. Che non sia quello del sacrificio per una nomea intangibile, ma il desiderio di sopravvivere alla guerra per proseguire un rapporto amichevole al di fuori della caserma o della linea di fuoco. Il montaggio di Joel Cox, estremamente anfetaminico, fornisce un quadro d’insieme delle scene violente rendendole iperrealistiche nel loro dispiegamento di cannoni che sparano, mitragliatrici che falciano, granate che esplodono e coltelli che affondano nelle giacche nemiche. Sognanti e dotate di una funzionale meraviglia le musiche, composte dallo stesso Eastwood, fra cui domina il pezzo che dà il titolo alla pellicola. La fotografia al centro della trama è un documento storico che funge da leitmotiv, agganciandole una storicità completa e scoprendo la dimensione politica che consiste in un altro dei suoi numerosi punti di forza. Un’opera di ampio respiro, tratta dall’omonimo libro di James Bradley e Ron Powers, sceneggiato con abilità e savoir-faire da William Broyles e Paul Haggis. Grazie al soggetto dei primi e al copione dei secondi, i dialoghi sono un convincente insieme di pathos, ironia, umorismo caustico e tensione drammatica che si amalgama benissimo alla desolazione di fondo, la quale non dimentica però né nasconde un ottimismo finale che fa ben sperare per la generazione figlia di coloro che combatterono la Seconda Guerra Mondiale. Nella speranza che le bandiere vengano poste in luoghi estranei alla guerra, che ci si scordi degli eroi, personaggi inesistenti perché comodi all’immaginario collettivo, e che si pretenda dai giovani di farsi strada e rendersi meritevoli con un tipo tutto diverso di battaglie. Tipo la raccolta d’informazioni sulle brutalità passate che effettua James Bradley. Attori bravissimi, e vale la pena di tessere le lodi di R. Philippe, J. Bradford e A. Beach (nei titoli di coda vengono mostrati gli scatti che ritraggono i veri militari), trio protagonista con un gioco di squadra impeccabile, ma anche di P. Walker, J. Bell e B. Pepper, i commilitoni morti guerreggiando, e infine anche il Bud Gerber di J. Slattery, politico opportunista, arrogante e sfruttatore. 

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