Cinderella Man - Una ragione per lottare

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Un film di Ron Howard. Con Russell Crowe, Renée Zellweger, Connor Price, Paul Giamatti, Boyd Banks.
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Titolo originale Cinderella Man. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 144 min. - USA 2005. uscita venerdì 9 settembre 2005. MYMONETRO Cinderella Man - Una ragione per lottare * * * 1/2 - valutazione media: 3,92 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il pugile che diventò un eroe per il popolo USA. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedì 14 giugno 2021

CINDERELLA MAN – UNA RAGIONE PER LOTTARE (USA, 2005) di RON HOWARD. Con RUSSELL CROWE, RENéE ZELLWEGER, PAUL GIAMATTI, CRAIG BIERKO, PADDY CONSIDINE, BRUCE MCGILL, RON CANADA, DAVID HUBAND, ROSEMARIE DEWITT, CONNOR PRICE, ARIEL WALLER ● Storia del più improbabile campione mondiale dei pesi massimi di tutti i tempi: James J. Braddock (1905-1974), figlio di immigrati irlandesi. Iniziò come dilettante nel pugilato nel 1923, diventò professionista macinando vittorie su vittorie finché nel 1928 un infortunio grave alla mano destra lo costrinse ad archiviare prematuramente la sua carriera. Il crollo della borsa di Wall Street nell’anno seguente gettò lui e la sua famiglia sul lastrico. Per mantenere la moglie e i tre figli, si arrangiò alla meno peggio come scaricatore di porto, cercando con la forza della disperazione di non perdere mai la dignità. Grazie alla defezione all’ultimo minuto di un pugile che avrebbe dovuto affrontare un avversario in un incontro di seconda categoria e all’organizzazione infallibile del suo fedelissimo manager Joe Gould, Braddock rientra sul ring, trionfa in tre incontri e restituisce allo stato del New Jersey quegli stessi sussidi di disoccupazione a cui egli stesso era ricorso, guadagnandosi il soprannome di Gentleman Jim (quello di Cinderella Man è dello scrittore Damon Runyon). Le sue vittorie e la sua inaspettata rimonta attirano l’attenzione della stampa che comincia a pubblicare articoli su di lui e a fare pronostici su una sua probabile conquista del titolo mondiale dei pesi massimi, da contendere col malvagio Max Baer, campione in carica per altro reo di aver ucciso un paio di avversari sul ring. Benché dato per sfavorito dagli esperti di boxe, James, in un mirabolante match di ben quindici riprese, vince contro Max Baer e realizza il sogno della sua vita. È il 13 giugno 1935. Gli sceneggiatori Cliff Hollingsworth e Akiva Goldsman hanno approntato una scrittura da cui R. Howard ha tratto un film ad ampio respiro che tende all’epica puntando su una tripletta di temi non privi di retorica: James Braddock come eroe nazionale, simbolo di una rinascita collettiva possibile in qualunque momento nonché incarnazione della speranza del New Deal di F. D. Roosevelt; inno ai valori di una famiglia proletaria che, ricorrendo alla forza della volontà e al coraggio della paura, non si arrende alla povertà; rievocazione dei modi con cui, afferrando a quattro mani il proprio destino, il popolo statunitense uscì dalla Grande Depressione. Liberal moderato, Howard ha diretto un’opera che denuncia le storture del passato del suo Paese, ma al tempo stesso accetta l’ordito generale del suo andazzo, ne giustifica la crescita, ne abbraccia in pieno i valori; il tutto cementificato da una dose immane di patriottismo fine a sé stesso che si compiace di comparire accanto alla spettacolarità di una vicenda che sfrutta la retorica dell’eroismo a proprio vantaggio, ma, a parte quest’osservazione, sarebbe ingeneroso non sottolineare le numerose sequenze dove il bisogno di un riscatto e la valorizzazione dell’impegno diventano una cifra narrativa di importanza fondamentale. Merito della più che discreta riuscita del film va per grandissima parte a Crowe e a P. Giamatti (candidato all’Oscar 2006 come attore non protagonista), il quale, pur non abbandonando l’abituale veste da caratterista, ritrae un agente sportivo di tutto rispetto il cui comportamento mescola con abilità pathos ed energia, e ad altri attori che non si smentiscono interpretando ruoli di secondo piano, come loro solito; una parte inferiore di merito va alla Zellweger, moglie troppo esemplare. Due italoamericani nel cast: Salvatore Totino alla fotografia e il costumista Daniel Orlandi. Non uno dei migliori film in assoluto sulla boxe nel decennio 2000-2010, ma un ottimo esempio di coniugazione fra dramma sportivo e bio-pic anticonvenzionale.  

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