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alessandro pacella
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sabato 2 febbraio 2008
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grande kathy bates, come sempre
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Se provassimo a mettere Kathy Bates e Jack Nicholson insieme in un film sulla follia, credo che verrebbe fuori qualcosa di inguardabile, perché impossibile da reggere. La Bates ha dato di sé un'altra prova spettacolare, una fra le tante, in questo film che nessun'altra avrebbe potuto recitare così bene. Memorabile la scena in cui, con l'Adagio Sostenuto di Beethoven in sottofondo, Annie spezza le gambe a Paul: pazza ma perfettamente lucida, calma, cosciente, totalmente immersa nella sua logica, mi chiedo se un briciolo di follia non le appartenga anche nella vita reale. E guardatela, quando rimprovera Paul di voler fare il "furbacchione", perché inizia "Il Ritorno di Misery" senza tener conto che alla fine de "Il Figlio di Misery" l'eroina era morta e sepolta: guardatela quando, di nuovo in preda a una lucidità tutta sua che fatichiamo addirittura a chiamare pazzia, gli racconta dei film a episodi di quando era piccola: "NON È FINITA MICA COSÌ, SABATO!! SOFFRITE TUTTI DI AMNESIA?? CI HANNO FREGATO!!! È TUTTO SBAGLIATO!!!! A USCIRE DA QUEL CAVOLO DI MACCHINA LUI NON CE L'HA FATTA!!!!!!!".
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Se provassimo a mettere Kathy Bates e Jack Nicholson insieme in un film sulla follia, credo che verrebbe fuori qualcosa di inguardabile, perché impossibile da reggere. La Bates ha dato di sé un'altra prova spettacolare, una fra le tante, in questo film che nessun'altra avrebbe potuto recitare così bene. Memorabile la scena in cui, con l'Adagio Sostenuto di Beethoven in sottofondo, Annie spezza le gambe a Paul: pazza ma perfettamente lucida, calma, cosciente, totalmente immersa nella sua logica, mi chiedo se un briciolo di follia non le appartenga anche nella vita reale. E guardatela, quando rimprovera Paul di voler fare il "furbacchione", perché inizia "Il Ritorno di Misery" senza tener conto che alla fine de "Il Figlio di Misery" l'eroina era morta e sepolta: guardatela quando, di nuovo in preda a una lucidità tutta sua che fatichiamo addirittura a chiamare pazzia, gli racconta dei film a episodi di quando era piccola: "NON È FINITA MICA COSÌ, SABATO!! SOFFRITE TUTTI DI AMNESIA?? CI HANNO FREGATO!!! È TUTTO SBAGLIATO!!!! A USCIRE DA QUEL CAVOLO DI MACCHINA LUI NON CE L'HA FATTA!!!!!!!". Scusate, ma in certi casi una citazione può dire infinitamente più di qualsiasi recenzione.
Qualche altra parola la spendo per il romanzo: non so decidermi fra MISERY e SHINING circa il migliore di Stephen King; anche qui lo scrittore è stato magistrale nello scrivere quanto gli attori e il regista lo sono stati nell'inscenare. La resa narrativa del personaggio di Annie Wilkes è il frutto di una certosina indagine sulle dinamiche più profonde e inquietanti del comportamento paranoico-schizofrenico-violento; dettagli inauditi ma perfettamente reali, che ancora una volta (come già in Shining, ma con quel qualcosa in più per via della totale assenza dell'elemento paranormale) fanno uscire il personaggio dalle pagine, spaventandoti a morte.
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[+] una sola cosa
(di h.lecter)
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[+] kissà come strebbero ttt le pazzie di king insieme
(di krasic)
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henry
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lunedì 14 maggio 2007
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il diavolo veste bates
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Un thriller dal ritmo indiavolato che non lascia respiro. Realmente inquietante nella descrizione di una tranquilla signora di provincia colta da furore omicida, claustrofobico nell'uso degli spazi, delirante nel penetrare nei meandri di una mente perversa...Perfetta e cattivissima la Bates (che si meritava almeno 2 oscar, non uno), non da meno Caan. Dopo soffocanti scene di crudeltà nei confronti dello scrittore il finale consolatorio è necessario. Bravo Reiner! C'è da stupirsi che un regista del genere abbia diretto una rumentina come "Vizi di famiglia".
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nicolò
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lunedì 14 maggio 2007
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dal romanzo di king, il miglior reiner
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Ispirato ad un bel romanzo (fra i più ispirati) di Stephen King e sceneggiato dall'ottimo William Goldman, nonché diretto dall'autore dello splendido "Stand by Me - Ricordo di un'estate", "Misery" non è soltanto un thriller di paura capace di tenere lo spettatore incollato alla poltrona. E' anche una riflessione interessante sul difficile mestiere dello scrittore: il protagonista (Caan) è un romanziere che ha deciso, stanco di una serie di libri che non ama ma che gli dà da vivere, di riniziare da capo con un altro genere di opere più impegnate che, magari, potranno farlo apprezzare anche dalla critica, e di far morire il personaggio che gli ha dato la fama: Misery. Tuttavia, dopo un terribile incidente, finisce in balia di una robusta infermiera (Bates) che è, tra l'altro, la sua fan numero 1.
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Ispirato ad un bel romanzo (fra i più ispirati) di Stephen King e sceneggiato dall'ottimo William Goldman, nonché diretto dall'autore dello splendido "Stand by Me - Ricordo di un'estate", "Misery" non è soltanto un thriller di paura capace di tenere lo spettatore incollato alla poltrona. E' anche una riflessione interessante sul difficile mestiere dello scrittore: il protagonista (Caan) è un romanziere che ha deciso, stanco di una serie di libri che non ama ma che gli dà da vivere, di riniziare da capo con un altro genere di opere più impegnate che, magari, potranno farlo apprezzare anche dalla critica, e di far morire il personaggio che gli ha dato la fama: Misery. Tuttavia, dopo un terribile incidente, finisce in balia di una robusta infermiera (Bates) che è, tra l'altro, la sua fan numero 1. Quando scopre che nell'ultimo libro Misery, la sua beniamina, muore, accecata dalla furia costringe lo scrittore a farla resuscitare in un altro romanzo, pena la morte se non lo farà. Un incubo ad occhi aperti, in cui il protagonista, interpretato da un ottimo James Caan, è segregato in un ambiente totalmente ostile: è qui che la bravura e il mestiere di Rob Reiner ridondano, grazie anche alla sapiente fotografia di Barry Sonnenfield e alle musiche di Marc Shaiman. Oscar per la straordinaria Kathy Bates come attrice protagonista e memorabile apparizione di Lauren Bacall.
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alex41
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lunedì 31 maggio 2010
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il ritorno del vero thriller.
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Questo film, assieme a Shining e Il Miglio Verde, è secondo me il miglior film horror tratto da un romanzo di Stephen King (a eccezione di It che invece mi fa solo ridere). Uno scrittore viene salvato da un incidente sulla neve da una donna, che si rivela essere la sua fan numero uno. Sarà proprio questa "ossessione" che porterà la donna alla pazzia, che col passare del tempo si scopre la sua vera identità. E' un film ricco di tensione, suspense a mille, le musiche sono fantastiche e stupefacienti, e parlando degli attori: Kathy Bates da la sua più grande interpretazione in un ruolo che riesce (quasi) addirittura a ricordare se non a battere il pazzo Anthony Perkins in "Psycho" di Alfred Hitchcock", e poi è impressionante vedere un James Caan che per tutto il film resta sdraiato sul lettino, lui che ha fatto il pattinatore del violentissimo Rollerball e ha recitato nella saga del Padrino.
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Questo film, assieme a Shining e Il Miglio Verde, è secondo me il miglior film horror tratto da un romanzo di Stephen King (a eccezione di It che invece mi fa solo ridere). Uno scrittore viene salvato da un incidente sulla neve da una donna, che si rivela essere la sua fan numero uno. Sarà proprio questa "ossessione" che porterà la donna alla pazzia, che col passare del tempo si scopre la sua vera identità. E' un film ricco di tensione, suspense a mille, le musiche sono fantastiche e stupefacienti, e parlando degli attori: Kathy Bates da la sua più grande interpretazione in un ruolo che riesce (quasi) addirittura a ricordare se non a battere il pazzo Anthony Perkins in "Psycho" di Alfred Hitchcock", e poi è impressionante vedere un James Caan che per tutto il film resta sdraiato sul lettino, lui che ha fatto il pattinatore del violentissimo Rollerball e ha recitato nella saga del Padrino. Per il resto, la regia è perfetta, niente sfumature e niente cavolate con zoom, dissolvenze o robe varie, e buona soprattutto l'ambientazione, che fa sembrare l'abitazione una vera e propria "casa dell'orrore", e da ricordare soprattutto il doppiaggio italiano (la voce di Bates mette davvero i brividi). Film spettacolare, un'idea semplice ma geniale, un capolavoro firmato da un allora semi sconosciuto Rob Reiner, che non delude le aspettative. Un finale pazzesco e grandioso, mi è piaciuto quasi quanto un film del maestro Hitchock. Guardatevelo, ve ne innamorerete!!
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cineofilo92
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sabato 28 luglio 2007
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eccezzionale
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Rob Reiner. Un altro adattamento da Stephen King. Risultato incredibile. Se in un trillher si rischia di essere ripetitivi e banali, bè, Reiner ha scavalcato abilmente questi ostacoli. Sarà merito dell'addattamento da un romanzo di King? Non si sa.
Al di là della trama, il film mette piede in innumerevoli piani di lettura: dal serial killer, al fanatismo, al rapporto lettore/scrittore, alla pazzia, alla torura, alla schiavitù. Per certi versi, è un film ricchissimo. L'artista soggiogato dal pubblico. Indimenticabile la fotografia, efficace la sceneggiatura.
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iltrequartista
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mercoledì 17 maggio 2017
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e' per il tuo bene!!
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La scena che mi è rimasta impressa nella memoria è quando lei prende un bel martellone e gli spacca le caviglie,con lucida e spietata perseveranza,e dice "È per il tuo bene".
Raramente capita di rimanere così basiti di fronte a cotanta psicolabilita'.
Le espressioni facciali della Bates sono il vero punto di forza della pellicola che ti portano ad odiarla oltre ogni limite consentito.
Interpretazione da Oscar e qui non ci sono dubbi.
La sceneggiatura non raggiunge il medesimo livello,non fosse altro per il fatto che in pochi si interrogano seriamente su quale sorte sia toccata al malcapitato scrittore,tranne uno sceriffo di paese.
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La scena che mi è rimasta impressa nella memoria è quando lei prende un bel martellone e gli spacca le caviglie,con lucida e spietata perseveranza,e dice "È per il tuo bene".
Raramente capita di rimanere così basiti di fronte a cotanta psicolabilita'.
Le espressioni facciali della Bates sono il vero punto di forza della pellicola che ti portano ad odiarla oltre ogni limite consentito.
Interpretazione da Oscar e qui non ci sono dubbi.
La sceneggiatura non raggiunge il medesimo livello,non fosse altro per il fatto che in pochi si interrogano seriamente su quale sorte sia toccata al malcapitato scrittore,tranne uno sceriffo di paese.
Dubbi sorgono anche sul fatto di come questa pazza cronica possa vivere da sola.
Comunque ben presto ci si passa sopra nell'attesa che il buon Sheldon possa avere il momento in cui vendicarsi e che a tutti noi venga concessa la possibilità di gridare "Annie devi Morire ".
Ovviamente non svelo il finale a chi non ha ancora visionato codesta opera.
Privo di effetti speciali e con ambientazioni limitate ad un paio di stanze,probabilmente con un budget limitato,questo è un thriller che vi farà rimanere incollati sulla sedia fino all'ultimo minuto.
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great steven
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lunedì 28 novembre 2016
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un romanziere salvato da un'infermiera psicotica!
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MISERY NON DEVE MORIRE (USA, 1990) diretto da ROB REINER. Interpretato da JAMES CAAN, KATHY BATES, LAUREN BACALL, FRANCES STERNHAGEN, RICHARD FARNSWORTH
Il famoso scrittore Paul Sheldon, che deve buona parte della sua popolarità all’invenzione del personaggio di Misery Chastain, protagonista di una lunga e fortunatissima saga letteraria, vuole dirigersi al Creek Hotel per poter lavorare in pace sul suo nuovo romanzo, ma un’improvvisa bufera interrompe il suo viaggio su una strada di montagna e lo fa precipitare giù da una scarpata.
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MISERY NON DEVE MORIRE (USA, 1990) diretto da ROB REINER. Interpretato da JAMES CAAN, KATHY BATES, LAUREN BACALL, FRANCES STERNHAGEN, RICHARD FARNSWORTH
Il famoso scrittore Paul Sheldon, che deve buona parte della sua popolarità all’invenzione del personaggio di Misery Chastain, protagonista di una lunga e fortunatissima saga letteraria, vuole dirigersi al Creek Hotel per poter lavorare in pace sul suo nuovo romanzo, ma un’improvvisa bufera interrompe il suo viaggio su una strada di montagna e lo fa precipitare giù da una scarpata. Lo salva da morte certa, mentre ancora infuria la tormenta, la robusta infermiera Annie Wilkes, donna psicopatica (ma ancora Paul non lo sospetta) e sfegatata ammiratrice di Misery e in particolar modo del suo autore, che adora alla follia. Mentre l’agente di Paul contatta la polizia locale del piccolo villaggio vicino alla casa di Annie (che vive da sola, dopo l’abbandono dell’ex marito) per recepire informazioni di Paul, dato già per morto dalla stampa nazionale, lo scrittore si ritrova bloccato su un letto con le gambe steccate e un dolore lancinante che gli attraversa l’intero corpo. Sulle prime, è riconoscente ad Annie per averlo salvato, ma s’accorge poi che la donna soffre di gravissime turbe psichiche, soprattutto quando inizierà a torturarlo, costringendolo dapprima a bruciare il nuovo manoscritto, a lei inviso, e spezzandogli le ossa delle caviglie per impedirgli di fuggire dalla sua residenza. Perché Annie è talmente innamorata del suo romanziere preferito da renderlo suo prigioniero, a vita! Quando arriva lo sceriffo della contea a casa di Annie per indagare sulla misteriosa scomparsa dello scrittore, l’infermiera lo uccide. Paul, esasperato ma deciso più che mai ad uscire da quella prigione, termina la stesura del romanzo impostogli dalla stessa Annie per poi incendiarlo e farglielo ingoiare. Una volta uccisa la donna malata di mente, Paul è libero di tornare alla sua vita di sempre, per quanto i mesi passati rinchiuso in quel carcere forzato lo abbiano profondamente segnato. Fonte di ispirazione è il celebre romanzo horror, pubblicato nel 1987, dal re del brivido Stephen King, di cui Reiner adotta per la seconda volta un’opera letteraria, dopo il felice esperimento, nel 1986, di Stand By Me – Ricordo di un’estate, tratto dal racconto Il corpo, incluso nella raccolta Stagioni diverse (1982). Questo secondo tentativo è un passo indietro rispetto al precedente per lucidità di sguardo, controllo della materia narrativa e fedeltà alla pagina scritta, ma la conservazione della suspense e la riproduzione adeguata del fattore sorpresa gli regalano un effetto inquietante e impressionante che lo fa entrare di diritto fra gli imperdibili e ben fatti horror statunitensi degli anni 1980, al pari per esempio di Vestito per uccidere (1980, Brian De Palma). Il merito va soprattutto alla sceneggiatura, che ha saputo valorizzare la latente ma chiarissima follia dell’antagonista Annie Wilkes (una K. Bates al suo meglio, autoironica e perfida addirittura nei minimi dettagli, e giustamente premiata con un Oscar), cattivo decisamente anticonvenzionale e fuori dagli schemi, capace tanto di amare un mito quanto di torturarlo senza battere ciglio, ed entrambi i comportamenti volti allo scopo di trattenerlo presso di sé proprio per fondersi, in una sorta di devastante, pervasivo e malefico panismo, in un’unione incancellabile, al punto da desiderare una duplice morte, rigorosamente in coppia. Ma il copione, che ha solo il demerito di aver modificato alcuni aspetti del testo cartaceo, forse un po’ difficili e inadatti per il grande schermo ma di sicuro e diretto impatto scenico sulla pagina scritta, è riuscito pure ad entrare nella psicologia dello scrittore Paul Sheldon, in qualche modo uno dei numerosi alter ego di King, ormai stufo del personaggio (Misery) che l’ha consacrato alla fama nazionale, che vorrebbe far sparire, e che invece è costretto a far risorgere per volere della sua "ammiratrice numero uno", conscio sia degli oneri e onori del mestiere dello scrivere, sia del fatto che, in casi estremi, la salvezza possa essere peggio della morte, proprio come avviene a lui. La contrapposizione Caan-Bates, scelti ambedue con dovizia di particolari e con la faccia giusta per i caratteri che interpretano, è la decisiva carta vincente di un thriller mozzafiato che, a differenza di tanti altri omologhi, non si concentra eccessivamente sull’accumulo dell’orrore e della tensione, ma invece parte sereno e disteso per incresparsi al momento ideale ed esplodere con una violenza mai fine a sé stessa, bensì atta a distruggere il castello di certezze su cui si basa la vita del protagonista prima dell’incidente e dell’indesiderata e forzata prigionia nella casa della donna dalla mente malvagia. Si potrebbe affermare che lei ha un cervello affilato come un pugnale e lui un’inventiva smussata come un martello, ma alla resa dei conti è la seconda a prevalere, per quanto il primo riesca a tenerla sotto scacco per un lunghissimo periodo. Riuscita anche la performance di L. Bacall, molto meno stagionata e avvizzita di quanto si potesse credere, nei panni dell’agente letteraria di Paul Sheldon: misurata, sarcastica, materna, in un costante rapporto di gioioso motteggio con lo scrittore nel quale nutre fiducia, simpatia e numerose speranze, non solo di rimpinguare le proprie finanze.
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elgatoloco
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lunedì 23 dicembre 2019
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il tarlo dello scrittore
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"The writer's demon": si potrebbe chiamare così, "Mistery"(1990, Bob Reiner dal romanzo di Stephen King di tre anni prima)è la quintessenza del dèmone-tarlo dello scrittore, che scopre la propria condanna interna, non nella pausa/latenza/assenza di creatività, ma piuttosto in un successo, essendo scrittore di thriller e di horror, che da un lato sembra salvarlo dopo un grave incidente automoblistico, dall'altro invece rischia di annientarlo, sempre "per colpa"dell'ammiratrice-infermiera-carceriera e molto altro ancora... Volendo, è naturalmente anche il tema romantico(di tutto il romanticismo, da Hoffmann a Tieck a Poe al Dumas meno noro e più"gore"-fantastico.
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"The writer's demon": si potrebbe chiamare così, "Mistery"(1990, Bob Reiner dal romanzo di Stephen King di tre anni prima)è la quintessenza del dèmone-tarlo dello scrittore, che scopre la propria condanna interna, non nella pausa/latenza/assenza di creatività, ma piuttosto in un successo, essendo scrittore di thriller e di horror, che da un lato sembra salvarlo dopo un grave incidente automoblistico, dall'altro invece rischia di annientarlo, sempre "per colpa"dell'ammiratrice-infermiera-carceriera e molto altro ancora... Volendo, è naturalmente anche il tema romantico(di tutto il romanticismo, da Hoffmann a Tieck a Poe al Dumas meno noro e più"gore"-fantastico.... per non dire di Lord Byron, of course. Rigorosa anche se naturalmente selettiva"antologia filmica"dal romanzo di King; un'operazione sempre rischiosa(anche perché sappiamo come il grande scrittore sia estremamente geloso dei suoi romanzi e ipercritico verso le trasposizioni filmiche e televisive delle sue opere)ma decisamente riuscita, in complesso, James Caan, ma soprattutto Kathy Bates, Lauren Bacall. Un film nel quale la paura si accompagna al fantasma femminile, che"rode"l'opera letteraria come il film. Il prettamente fantastico forse non c'è, a dire il vero, ma si nasconde decisamente nelle pieghe, senza che si possa definire il film(ma analogo discorso vale per il romanzo)in un modo troppo netto-dato che sia King sia Reiner, probabilmente, vogliono anche sfuggire ad etichettature rigide di "genere".... El Gato
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andreapapi
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domenica 15 giugno 2025
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misery non deve morire, rob reiner 1990.
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‘’Misery non deve morire’’ è, un fantastico film, diretto e prodotto da Rob Reiner.
E’ un film nel quale, con grande maestria del cineasta, viene inscenata la dinamica vittima-carnefice e l’attaccamento morboso di una mente debole a una mente ‘’geniale’’.
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‘’Misery non deve morire’’ è, un fantastico film, diretto e prodotto da Rob Reiner.
E’ un film nel quale, con grande maestria del cineasta, viene inscenata la dinamica vittima-carnefice e l’attaccamento morboso di una mente debole a una mente ‘’geniale’’.
Anzitutto bisogna analizzare il rapporto tra spazio e significato che, anche grazie alle tecniche registiche, configura tutta la struttura del film.
Il luogo dove prevalentemente è inscenato il lungometraggio è la camera degli ospiti di Annie Wilkes, infermiera e ammiratrice sfegatata di Paul Sheldon.
La disposizione degli oggetti di quella stanza allude immediatamente a un prigione, nella quale, un eccellente James Caan alloggerà in stato di detenzione.
L’aspetto asfittico della cella/stanza, verrà ripreso da Annie Wilkes che, con i suoi atteggiamenti insistenti e invadenti, non lascerà mai tregua al povero scrittore.
Questa donna è l’apoteosi dell’infermità mentale, è l’estremo che, nel suo fanatismo violento e morboso, possiede al contempo una logica extra logica.
Quest’ultimo gioco di parole è fondamentale perché raffigura la natura logica di un essere pensante, completamente estraneo alla realtà fenomenica in cui è posto.
Il soggetto vive quindi in una realtà ideologica scissa da quella ontologica, a cui appartiene.
La scena emblematica di quello appena descritto è il momento, nel quale, Annie frantuma le caviglie di Paul con estrema freddezza, compiendo un gesto abietto per la mentalità dell’essere umano.
La sua follia è quindi corroborata da questi metodi di ragionamento che non fanno fronte alla logica comune.
Ciò ancor più amplificato dal mondo ideologico che la donna si immagina, dove è serenamente innamorata del protagonista.
L’aspetto, però, che turba e inquieta lo spettatore è l'estrema sensibilità della donna che, nonostante la follia, asseconda piccoli capricci mondani comuni a tutti gli uomini. Un esempio è una delle scene finali, nella quale, lei interloquisce a malapena con il suo beniamino perché si sente metereopatica, di conseguenza, non riesce a provare niente, se non, assoluta malinconia.
Questo personaggio è quindi, dialetticamente -sennò non sarebbe un capolavoro-, la sintesi dell’estremo logico (extralogico) e di quello sensibile. Due elementi opposti che, grazie alla rappresentazione spettacolare, ricordano all’uomo l’eterna lotta tra la logica pura, unicamente razionalistica e presente nell’intelletto, e la sensibilità della realtà fenomenica.
Reiner rappresenta anche in modo concreto la dinamica vittima-carnefice, tipica delle favole per bambini.
Egli ripropone una versione alternativa dei racconti fiabeschi che, tramite il passaggio dei ruoli di potenza, esprimono il peccato originale del genere umano: la predominanza del male, l’impossibilità dell’uomo di prosperare senza recare danno al prossimo.
Però, a differenza del classico lieto fine espresso tipicamente, il cineasta accentua ancora di più l’aspetto maligno connaturato all’uomo con la scena finale: Anche successivamente al trionfo del ‘’bene’’ - che, non peraltro, avviene con la violenza e la morte- il protagonista rimane tormentato e, per certi versi, affascinato dalla figura morbosa della precedente carnefice/vittima Annie Wilkes.
E’ inevitabile omaggiare le interpretazioni di James Caan e Kathy Bates, eccellenti nel cambiare espressione immediatamente.
Caan riesce egregiamente a rappresentare la connotazione artistica dello scrittore che, grazie alla sua intelligenza e la sua capacità di eloquio, persuade il suo benefattore/malfattore sfruttando gli attributi corrosivi della mente della donna.
Però, a discapito della capacità interpretativa di un ormai famoso Caan, Kathy Bates interpreta, forse con migliore coerenza di come Reiner pensasse, la donna spietata che tortura e cura il pover Paul Sheldon.
E’ probabilmente uno dei personaggi meglio riusciti del cinema. Grazie al suo aspetto dialettico, che comprende razionalità e sensibilità, lo spettatore riesce a immedesimarsi in modo concreto con quello che avviene nella casetta isolata.
Allo stesso tempo però, lo spettatore si immedesima anche con Paul nelle seccature e nei fastidi che ella causa.
Questo film potrebbe essere riassunto con una parola: "Pharmakon", Sia cura che veleno.
E’ un film intriso di dualismi logoranti per lo spettatore, con una predominanza negativa che lacera ancora di più l’animo di chi guarda il lungometraggio.
Nello stesso film, anche nell’istante immediatamente precedente a un accaduto violento, si trova una situazione maternalistica che turba l’animo dello spettatore ma, allo stesso tempo, lo soddisfa.
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gabriele lugli
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sabato 26 luglio 2025
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un film memorabile
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Ci sono film che acciuffano la tua attenzione non appena leggi il titolo o non appena vedi gli attori che compongono il cast, i quali nel caso di questo capolavoro sono pochi ma che sanno da soli catturare magistralmente l'interesse del pubblico, offrendo una prestazione memorabile. James Caan è uno scrittore di successo che durante una tempesta di neve finisce fuori strada e viene soccorso dall'infermiera Kathy Bates la quale, sebbene all'inizio sembra essere caritatevole nei confronti del protagonista che accudisce nella sua proprietà di campagna e per cui nutre una grande ammirazione, si rivela essere una scervellata che lo terrà rinchiuso tra le quattro mura della sua stanza per fargli riscrivere il finale della saga "Misery" di cui è l'autore e da cui è tratto il titolo del film stesso.
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Ci sono film che acciuffano la tua attenzione non appena leggi il titolo o non appena vedi gli attori che compongono il cast, i quali nel caso di questo capolavoro sono pochi ma che sanno da soli catturare magistralmente l'interesse del pubblico, offrendo una prestazione memorabile. James Caan è uno scrittore di successo che durante una tempesta di neve finisce fuori strada e viene soccorso dall'infermiera Kathy Bates la quale, sebbene all'inizio sembra essere caritatevole nei confronti del protagonista che accudisce nella sua proprietà di campagna e per cui nutre una grande ammirazione, si rivela essere una scervellata che lo terrà rinchiuso tra le quattro mura della sua stanza per fargli riscrivere il finale della saga "Misery" di cui è l'autore e da cui è tratto il titolo del film stesso. La prigionia del mal capitato sembra interminabile e angosciante, ma nonostante le condizioni fisiche precarie del protagonista, dovute all'incidente avvenuto all'inizio dell'opera, che gli impediscono di trovare una via di fuga, lui non si perderà d'animo e proverà con le risorse a sua disposizione a riottenere la libertà. Uno dei molti film tratti dagli inquietanti libri di Stephen King non delude di certo le aspettative ed anzi, un oscar stra meritato ad un'immensa Kathy Bates lo fa diventare sicuramente una pietra miliare del cinema horror americano
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