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signorbagheri
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lunedì 18 aprile 2022
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e ritornammo a riveder le stelle?
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L’uruguaiano Brechner apre una finestra sul recente passato del suo paese mostrandoci impietoso l’orrore delle carceri di regime e le torture indicibili e la prigionia disumana cui furono sottoposti gli oppositori in armi negli stessi anni in cui la libera e democratica Italia subiva l’oltraggio dell’assalto innominabile delle bombe e del terrore stragista della strategia della tensione lì i tupamaros qui i sedicenti rivoluzionari ma il paragone filmicamente e storicamente non è sostenibile né per la forza drammaturgica dell’azione ineguagliata in patria da qualsiasi cineasta nostrano abbia tentato la narrazione di quel periodo né per l’esito politico inaspettato che portò alla presidenza della repubblica nien
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L’uruguaiano Brechner apre una finestra sul recente passato del suo paese mostrandoci impietoso l’orrore delle carceri di regime e le torture indicibili e la prigionia disumana cui furono sottoposti gli oppositori in armi negli stessi anni in cui la libera e democratica Italia subiva l’oltraggio dell’assalto innominabile delle bombe e del terrore stragista della strategia della tensione lì i tupamaros qui i sedicenti rivoluzionari ma il paragone filmicamente e storicamente non è sostenibile né per la forza drammaturgica dell’azione ineguagliata in patria da qualsiasi cineasta nostrano abbia tentato la narrazione di quel periodo né per l’esito politico inaspettato che portò alla presidenza della repubblica nientedimeno che il capo dei guerriglieri veri ritornati a riveder le stelle dopo tanto buio fu così tanta luce che quasi desta invidia per chi vive sempre nella penombra
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enzo70
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venerdì 27 novembre 2020
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una notte del passato, una riflessione attuale
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Nessun diritto per i membri di un gruppo appartenente ai Tupamaros, un movimento di resistenza rispetto alla dittatura militare in Uruguay. Nessuna dignità come avviene durante i regimi, quando l’unico diritto è quello del carceriere per cui il dovere è torturare il detenuto. E’ un film duro nella sua crudezza, senza fronzoli anche oltre le banalità del politicamente corretto. Un film importante perché la dittatura uruguagia è sempre rimasta sullo sfondo nella narrazione della storia sudamericana del secolo scorso, concentrata su Videla e Pinochet. Il periodo di detenzioni dei cinque uomini durò 12 anni, una vita, nonostante l’Uruguay cercava di affievolire le pressioni internazionali, nonostante gli interventi della croce rosse.
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Nessun diritto per i membri di un gruppo appartenente ai Tupamaros, un movimento di resistenza rispetto alla dittatura militare in Uruguay. Nessuna dignità come avviene durante i regimi, quando l’unico diritto è quello del carceriere per cui il dovere è torturare il detenuto. E’ un film duro nella sua crudezza, senza fronzoli anche oltre le banalità del politicamente corretto. Un film importante perché la dittatura uruguagia è sempre rimasta sullo sfondo nella narrazione della storia sudamericana del secolo scorso, concentrata su Videla e Pinochet. Il periodo di detenzioni dei cinque uomini durò 12 anni, una vita, nonostante l’Uruguay cercava di affievolire le pressioni internazionali, nonostante gli interventi della croce rosse. Un film che ho visto durante la seconda ondata della pandemia, nel periodo in cui le carceri italiane, da decenni luogo di mortificazione diventano silenti focolai di morte e la politica declina la sua funzione sociale. Un film che consiglio di vedere perché aiuta a riflettere.
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elena
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lunedì 21 gennaio 2019
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per riflettere
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film importante per ricordarci dei diritti di opinione , filmato magistralmente con grande sensibilità e non scontato
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fabiofeli
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sabato 19 gennaio 2019
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più di 6 milioni di minuti di carcere durissimo
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1973. Nell’Uruguay di Bordaberry i militari catturano un gruppo di guerriglieri e li conducono in carcere; tra di essi ci sono 3 dirigenti dei Tupamaros : Josè “Pepe” Mujica (Antonio De la Torre), Maurizio Rosencof (Chino Darin) ed Eleuterio Huidobro (Alfonso Fort). L’isolamento è strettissimo: i carcerati non devono parlare neanche con le guardie; non hanno acqua per lavarsi; vengono picchiati e torturati per svelare nomi e rifugi di altri guerriglieri; difficili le visite di parenti, perché subiscono una serie di trasferimenti in altri carceri in luoghi isolati, perfino in un colombario; spesso le celle sono prive di luce, si vive come in un pozzo; una è alta 1 metro e 80 e c’è a malapena lo spazio per dormire sdraiati.
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1973. Nell’Uruguay di Bordaberry i militari catturano un gruppo di guerriglieri e li conducono in carcere; tra di essi ci sono 3 dirigenti dei Tupamaros : Josè “Pepe” Mujica (Antonio De la Torre), Maurizio Rosencof (Chino Darin) ed Eleuterio Huidobro (Alfonso Fort). L’isolamento è strettissimo: i carcerati non devono parlare neanche con le guardie; non hanno acqua per lavarsi; vengono picchiati e torturati per svelare nomi e rifugi di altri guerriglieri; difficili le visite di parenti, perché subiscono una serie di trasferimenti in altri carceri in luoghi isolati, perfino in un colombario; spesso le celle sono prive di luce, si vive come in un pozzo; una è alta 1 metro e 80 e c’è a malapena lo spazio per dormire sdraiati. Ma i guerriglieri trovano modo di rompere l’isolamento: comunicano tra loro battendo sul muro in codice Morse; giocano a mente partite di scacchi; uno di loro convince un carceriere che non sa scrivere d’amore a farsi dettare lettere da inviare alla nuova fidanzata. Sono affamati nelle celle infestate da topi e insetti; nei gabinetti ammanettati a un gancio non riescono a sedersi sulla tazza del water. Trascorrono così 12 anni, più di 4300 giorni, più di 6 milioni di minuti e tutti sanno quanto possono essere lunghi 60 secondi di sofferenza …Il film di Blechner è basato sul libro Memorie del ‘calabozo’ scritto da Rosencof e Huidobro. Il calabozo è una successione di carceri. Ma il film non è del genere “Papillon”. Impossibili rivolte o evasioni: qualsiasi azione dei Tupamaros liberi contro i militari dà luogo a una decimazione dei militanti rivoluzionari in carcere, secondo la tabella di disumanità escogitata dai nazisti ed applicata alle Fosse Ardeatine in rapporto anche superiore a 10. Il sole è una benedizione agognata dai tre protagonisti nel cortile, distanti tra loro: si sdraiano sotto la luce benefica. Li umiliano mandandoli da soli nel cortile sotto le finestre di tutti con pigiami a righe di 4 taglie superiori che li trasformano in penosi spaventapasseri? Uno di loro non si perde d’animo: mima una azione di calcio con ripetuti dribbling e sombrero inflitti ad avversari immaginari, palleggi rocamboleschi, finte e infine un tiro che finisce in rete: “GOOOOL!” urlano tutti alle finestre, i resistenti, appassionati della Celeste, la gloriosa nazionale uruguayana. Pepe ha una madre coraggiosa, una ligure, che testarda non accetta niente dai militari e rimprovera con toni durissimi il figlio che sente voci nella testa (gli hanno messo una antenna radio nel cranio?): Pepe impara a sentire il suono del silenzio di Simon e Garfunkel, la canzone cantata da Silvia Perez Cruz. I tre soffrono moltissimo, ma non si avvera la scritta da inferno dantesco del primo carcere: “perdete ogni speranza”. Torneranno tutti a riveder le stelle. Un film da non mancare. P.S.: Nel 2010 José Mujica diventerà Presidente dell’Uruguay, il secondo detenuto Vicepresidente e Ministro della difesa, e il terzo sarà Assessore alla cultura in una cittadina. Mujica faceva regolarmente la fila per prenotare visite mediche e rinunciava a 9/10 del compenso da Presidente, tenendo per sé solo l’equivalente di 800 euro “perché – diceva – molti connazionali riescono a campare con questa cifra”; il resto andava in beneficenza. Secondo voi i nostri governanti si contenterebbero di 1500 euro al mese o si sentirebbero ridotti ad Avaro di Molière?.
Valutazione ****
FabioFeli
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delauris
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giovedì 17 gennaio 2019
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che brutta cosa sono le dittature!
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Lo ammetto, alla fine ho pianto, un pianto liberatorio e ho fatto fatica a reprimere le lacrime anche una volta 'uscita dal cinema. Come abbiano fatto a resistere quegli uomini è davvero un mistero, eppure tra loro ci sarebbe stato anche il futuro presidente dell'Uruguay! Ho riflettuto sulla piccolezza della mia vita, lo ammetto, questo film fa stare male se pensiamo che ci sono persone che ancora invocano una dittatura, ma se non volete nascondere la testa sotto la sabbia andatelo a vedere.
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silvia mencarelli
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giovedì 17 gennaio 2019
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un film che ti entra dentro
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Film potentissimo, uno dei più bei film che abbia mai visto. Ti tiene incollato alla sedia e allo schermo ininterrottamente, non riuscivo ad alzarmi nemmeno alla fine. Duro, crudo, sincero, realistico e reale. La tortura dei prigionieri non la vedi ma la senti nelle viscere. Nonostante il dolore che provi così emotivo da essere fisico, durante tutta la proiezione non esce una lacrima, salvo poi scoppiare in un pianto liberatorio quando arrivano i titoli di coda, perché quel dolore si è inconsapevolmente impossessato di te nelle due ore del film, restandoti addosso... Non so ancora quando mi lascerà libera perché al momento sento ancora un macigno che pesa sullo stomaco rendendomi difficile addirittura respirare.
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Film potentissimo, uno dei più bei film che abbia mai visto. Ti tiene incollato alla sedia e allo schermo ininterrottamente, non riuscivo ad alzarmi nemmeno alla fine. Duro, crudo, sincero, realistico e reale. La tortura dei prigionieri non la vedi ma la senti nelle viscere. Nonostante il dolore che provi così emotivo da essere fisico, durante tutta la proiezione non esce una lacrima, salvo poi scoppiare in un pianto liberatorio quando arrivano i titoli di coda, perché quel dolore si è inconsapevolmente impossessato di te nelle due ore del film, restandoti addosso... Non so ancora quando mi lascerà libera perché al momento sento ancora un macigno che pesa sullo stomaco rendendomi difficile addirittura respirare. E nonostante questo dolore, non posso che ringraziare il regista per aver realizzato questo potentissimo film.
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zarar
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mercoledì 16 gennaio 2019
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dove sono le ragioni?
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Dopo cinque minuti di questo film provi l’impulso fortissimo ad alzarti e andare, perché non ce la fai a reggere la violenza, il sadismo, la sofferenza, la follia che vedi rappresentati sullo schermo con un impatto di immagine, colore e suono che non ti lasciano tregua. Vengono descritti 12 anni di detenzione carceraria di tre tupamaros, Pepe Mujica, Eleuterio Fernández Huidobro y Mauricio Rosencof, arrestati in Uruguay nel 1973 e detenuti come ‘ostaggi’ (pronti cioè ad essere giustiziati in caso di attentati) sino al 1985. Il regista Álvaro Brechner vuole enfatizzare la ferocia con cui una dittatura golpista decide di spezzare la resistenza fisica ed emotiva di detenuti politici con un trattamento disumano e degradante che li lascia vivi solo per far loro sperimentare gli abissi dell’umiliazione e portarli ai limiti della follia.
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Dopo cinque minuti di questo film provi l’impulso fortissimo ad alzarti e andare, perché non ce la fai a reggere la violenza, il sadismo, la sofferenza, la follia che vedi rappresentati sullo schermo con un impatto di immagine, colore e suono che non ti lasciano tregua. Vengono descritti 12 anni di detenzione carceraria di tre tupamaros, Pepe Mujica, Eleuterio Fernández Huidobro y Mauricio Rosencof, arrestati in Uruguay nel 1973 e detenuti come ‘ostaggi’ (pronti cioè ad essere giustiziati in caso di attentati) sino al 1985. Il regista Álvaro Brechner vuole enfatizzare la ferocia con cui una dittatura golpista decide di spezzare la resistenza fisica ed emotiva di detenuti politici con un trattamento disumano e degradante che li lascia vivi solo per far loro sperimentare gli abissi dell’umiliazione e portarli ai limiti della follia. La citazione da La colonia penale di Kafka all’inizio del film è significativa: il condannato conoscerà la sua sentenza perché sarà iscritta nella sua carne. E’ questo violentissimo aspetto fisico dominante nel film che quasi non ti lascia spazio per l’empatia e quasi nemmeno per la riflessione, perché provi solo l’urgenza che tutto finisca il più presto possibile. Intendiamoci: parabola potente e incisiva della violenza cieca del potere sull’uomo, l’opera di Brechner va vista (e fino in fondo) con il massimo rispetto. Ma si sentirebbe il bisogno di una maggiore contestualizzazione ideologico-politica, perché, se il sonno della ragione genera mostri, vorresti avere un’idea forte e dei mostri e delle ragioni, anche solo per dare una dignità di uomini pensanti a questa carne sofferente e per capire i ‘perché’ e i ‘quando’ e i ‘dove’ di questo orrore, cosa che il taglio di questo film non ti consente appieno.
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loland10
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martedì 15 gennaio 2019
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un'attesa buia
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“Una notte di 12 anni” (La Noche de 12 Años, 2018) è il terzo lungometraggio del regista di Montevideo Alvaro Brechner.
Film documento sul potere dittatoriale tra il 1973 e il 1985. Quando la notte buia di un paese vorrebbe trasformare l’idea e l’ideologia oltre che l’uomo stesso. Il carcere come simbolo integrale di chiusura al mondo, totalizzante all’estremo per chiudere il cervello.
Nella bufera triste di una dittatura distruttiva e castrante il film rende la visuale triste e addolorata di sguardi esausti, storie sfinite e sogni ancora mai domi.
La scansione temporale, gli anni e i giorni scanditi in centinaia e migliaia danno il senso a temporale quasi vuoto di un silenzio costante tra mondo esterno e l’interiorità di ciascuno .
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“Una notte di 12 anni” (La Noche de 12 Años, 2018) è il terzo lungometraggio del regista di Montevideo Alvaro Brechner.
Film documento sul potere dittatoriale tra il 1973 e il 1985. Quando la notte buia di un paese vorrebbe trasformare l’idea e l’ideologia oltre che l’uomo stesso. Il carcere come simbolo integrale di chiusura al mondo, totalizzante all’estremo per chiudere il cervello.
Nella bufera triste di una dittatura distruttiva e castrante il film rende la visuale triste e addolorata di sguardi esausti, storie sfinite e sogni ancora mai domi.
La scansione temporale, gli anni e i giorni scanditi in centinaia e migliaia danno il senso a temporale quasi vuoto di un silenzio costante tra mondo esterno e l’interiorità di ciascuno . Un claustrofobia silente, scarna, acerrima e piena di nemici: lo stato politico e ciò che si dimena in un assalto vero all’integrità morale e civile di un intero paese. L’Uruguay subisce un danno psicologico che ancora oggi percuote le coscienze di molti se non di tutti.
787: numero di Josè Mujica (Antonio de la Torre), il numero delle idee, del dribbling e dell’abbraccio alla madre.
815: numero amico di Eleuterio Fernàndez Huidobro (Alfonso Tort), del contatto e dei colpi per dialogare, dell’incontro con moglie e figlia.
4323giorni è il tempo di una notte infinita della detenzione dei tre ‘tupamaros’ catturati. Un obbrobrio scientifico contro la dignità umana e l’azzeramento di ogni forma igienica, alimentare e soprattutto di contatto con l’esterno. Umiliazione massima, sconfitta perenne e psicologie annientate: questo è lo scopo della dittatura per i tre, Josè, Mauricio e Fernàndez.
Film non continuo, sparso con una prima parte scarna e di poche parole, buia e carceraria, poi una seconda parte centrale dove avvengono sogni e arrivano incontri, strane situazioni e scritture amorose, malattie e controlli evasivi; infine una parte finale di chiusura, dopo un referendum inopinatamente vinto, il carcere si apre con luci e abbracci (le immagini di ‘repertorio’ tv sono ridotte al minimo indispensabile).
Un film fatto di scatti e di salti, in una denuncia angosciante tipica di certa cinematografia ante-litteram (ecco che il verso a certe pellicole ‘sporche’ di qualche lustro fa, si disegna in capolino).
Una dittatura, un fuoco contro, le psicologie nulle e il cervello da rasare a zero. Il nuovo corso uraguayano dal 1973 evoca spasmi e paure mai sopite è una chiusura totale alla evocazione libera. Tutto annientato. Il potere della dittatura civile militare parte dal 27 giugno 1973 con il colpo do stato del Presidente Bordaberry.
La repressione fu totale contro civili, popolazione, ribelli e uomini contro. Tutto indigesto per chi avesse voluto mettersi non a fianco. La pena per tutti fu carissima. La luce arrivò dopo molti anni.
Da lì che parte il film o meglio dagli arresti dei dodici ìtupamaros’ e delle loro ribellioni. Anche se la situazione è più complessa, il film dirama la storia di tre di loro che riescono a sopravvivere a tutto e a redimere in alto (senza giochi e politiche misere) il senso di libertà e sopravvivenza per avere una scala a livello politico di comando. E arrivare ad essere eletto presidente del Paese a 75 anni. Quindi parliamo di fatti assolutamente recenti.
Cast che rende la situazione ma non incisivo, presenza che non buca completamente lo schermo. Le presenze femminili allargano lo sguardo di un film non facilmente commestibile.
Regia non compatta e non sempre lineare, i movimenti oltre il buio e gli orizzonti rendono le inquadrature efficaci e varie. Le riprese riescono a interagire tra contrasti e idee.
Voto: 7/10 (***).
Quando il voto supera i difetti per raccontare la ‘storia’ cruda e reale.
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[+] brava
(di fabiofeli)
[ - ] brava
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(di loland10)
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24luce
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martedì 8 gennaio 2019
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una durissima lezione di sopravvivenza
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Mujica, lo straordinario uomo politico venezuelano, è stato oggetto di due film alla75 Mostra di Venezia. Ora esce nelle sale il primo, La noche de 12 años
(in Italiano Una notte di 12 anni).
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Mujica, lo straordinario uomo politico venezuelano, è stato oggetto di due film alla75 Mostra di Venezia. Ora esce nelle sale il primo, La noche de 12 años
(in Italiano Una notte di 12 anni).
Una notte lunga 12 anni è stata la prigionia inflitta nel settembre 1973 a Mujica, Mauricio Rosencof e Fernández Huidobro, tre capi dei Tupamaros, il movimento di guerriglia che l’anno precedente era stato distrutto e smantellato con l’imprigionamento di tutti I suoi affiliati. Alvaro Brechner, valente regista uruguaiano, ricostruisce le modalità di questa prigionia.
In una notte d’autunno, senza nessun preavviso, nove prigionieri Tupamaros, con un’operazione militare segreta vengono prelevati dalle loro celle, divisi in tre gruppi e, da allora in poi, per 12 anni, continuano ad essere trasferiti da una caserma all’altra del paese, per attuare un macabro esperimento: torturarli in forme nuove atte a superare il limite della resistenza mentale. Il disegno militare è chiaro “ Dal momento che non li possiamo uccidere, li facciamo impazzire” Li chiudono in celle piccolissime, incappucciati, legati, li tengono sottonutriti,nel silenzio più assoluto, impedendo loro di parlare per ottundere sempre più i loro sensi. Merito del film è di riuscire a intuire come i tre hanno fatto a sopravvivere a questo regime durato 12 anni. Messaggi in Morse sul muro per capire, dopo un trasferimento, se uno dei compagni era stato messo in una cella vicina. E quando c’era la risposta, utilizzare con cautela questa
possibilità di rapporto. A superare l’angoscia dei lunghi silenzi al buio li aiutava riuscire a ricreare immagini degli affetti vissuti .L’indomita madre di Mujica riesce a fargli visita due volte, continuando a chiedere il permesso malgrado le fosse sempre negato. Questo fu forse l’unico aiuto concreto che Mujica ricevette in quei lunghi anni.
Precisa il regista: “I tre attori principali, Antonio de la Torre, Alfonso Tort e Chino Darín, si sono dovuti sottoporre a un durissimo lavoro di condizionamento psicologico e fisico (hanno perso tutti circa 15 chili) per sperimentare da vicino le condizioni estreme in cui si sono trovati a vivere Mujica, Mauricio Rosencof e Fernández Huidobro. Obiettivo della messa in scena è stato di immaginarci accanto a loro, nella lotta che l'essere umano ingaggia con se stesso per non perdere la propria essenza umana"
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sergio
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sabato 8 settembre 2018
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indispensabile
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Indispensabile per capire cosa è successo in Uruguay con la dittatura militare.
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