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fabio silvestre
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mercoledì 8 gennaio 2025
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storia drammatica che non coinvolge lo spettatore
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il fatto che il film fosse basato su un celebre libro faceva ben sperare in una visione interessante ma invece la storia drammatica rappresentata - la figlia adolescente balbuziente di una coppia (lui ex giocatore di football e ora titolare di una fabbrica di guanti, lei ex Miss New Jersey e ora alle prese con le vacche della fattoria) che è contro la guerra ma che compie un attentato dinamitardo all'ufficio postale del paese per poi scappare di casa - non mi ha per niente coinvolto ed a tratti l'ho trovata con passaggi lenti e noiosi. Certo gli attori principali danno una buona prova ma non basta in quanto è la sceneggiatura ed il ritmo del film che risultano non all'altezza.
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il fatto che il film fosse basato su un celebre libro faceva ben sperare in una visione interessante ma invece la storia drammatica rappresentata - la figlia adolescente balbuziente di una coppia (lui ex giocatore di football e ora titolare di una fabbrica di guanti, lei ex Miss New Jersey e ora alle prese con le vacche della fattoria) che è contro la guerra ma che compie un attentato dinamitardo all'ufficio postale del paese per poi scappare di casa - non mi ha per niente coinvolto ed a tratti l'ho trovata con passaggi lenti e noiosi. Certo gli attori principali danno una buona prova ma non basta in quanto è la sceneggiatura ed il ritmo del film che risultano non all'altezza. Inoltre sono poche le location frutto probabilmente di un basso budget. Voto: 5/10.
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venerdì 10 febbraio 2023
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mancanza
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Purtroppo non ho ancora letto il libro ma sono ansiosa di farlo
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venerdì 20 gennaio 2023
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ottima.
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Capisco subito quando una recensione è scritta bene dal fatto che il 63% della gente la boccerà...
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lunedì 28 novembre 2022
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non sono d'accordo
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Sono un esperto di film sul serio. È un gran bel film fidati.
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figliounico
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lunedì 21 novembre 2022
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troppo melodrammatico
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Un grande movimento rivoluzionario culturale e politico di cui fu protagonista la gioventù americana degli anni ‘60 visto esclusivamente attraverso gli occhi di un borghese ebreo di successo. La Storia, dal punto di vista asfittico di un padre amorevole straziato per la figlia terrorista passata alla clandestinità ed alle prese con la moglie letteralmente impazzita dal dolore, rimane sullo sfondo, appare a sprazzi negli interessanti filmati di repertorio che documentano la violenza nelle strade dei rivoltosi contro il sistema, contro la guerra, contro la segregazione razziale, omettendo tutto il resto. Martin Luther King, Bob Dylan, Malcom X sono assenti ingiustificati. Per i toni eccessivamente melodrammatici il film si lascia guardare ma non è avvincente, non coinvolge, seppur ben interpretato.
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Un grande movimento rivoluzionario culturale e politico di cui fu protagonista la gioventù americana degli anni ‘60 visto esclusivamente attraverso gli occhi di un borghese ebreo di successo. La Storia, dal punto di vista asfittico di un padre amorevole straziato per la figlia terrorista passata alla clandestinità ed alle prese con la moglie letteralmente impazzita dal dolore, rimane sullo sfondo, appare a sprazzi negli interessanti filmati di repertorio che documentano la violenza nelle strade dei rivoltosi contro il sistema, contro la guerra, contro la segregazione razziale, omettendo tutto il resto. Martin Luther King, Bob Dylan, Malcom X sono assenti ingiustificati. Per i toni eccessivamente melodrammatici il film si lascia guardare ma non è avvincente, non coinvolge, seppur ben interpretato. Il dramma familiare del protagonista, rivissuto in flashback attraverso il racconto del fratello ad uno scrittore, personaggio che rappresenta l’alterego dell’autore del romanzo, Philip Roth, da cui è stato tratto il film, è depotenziato della carica emotiva dal sentore di posticcio e di fasullo che si avverte fin dall’inizio. Dakota Fanning finalmente è cresciuta e da bambina onnipresente negli horror si è trasformata in un’attrice vera. Il cast nel complesso non delude, in primis McGregor che dirige sé stesso al suo esordio alla regia nel suo primo ed ultimo film.
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elgatoloco
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giovedì 9 novembre 2017
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fedele, ma...trasposizione faticosa
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"AMerican Pastoral"(2016)di Ewan MC Gregor "arranca"dietro all'oriiginale letterario, che, di circa vent'anni anteriore, è un capolavoro di quel genio della letteratura(non ancora, colpevolmente, insignito di un Nobel...)che è Pnihilp Roth, con la sua capacità di demistificare totalmente i"Sixties"(non certo"rolling", nella prospettiva del grande romanzo e del film), ma in genere l'amercian style of life, mostrandone sempre la corda, che si rivela quando il protagonista, "The Swede"per il fisico(anche se in realtà ebreo), già campione di american football e di baseball, eroe di guerra, poi industriale del guanto sulla linea del padre, va incontro ai problemi della figlia, destinata a divenire tterrorista e"latitante"", contro ogni speranza di"magnifiche sorti e progressive"(Leopardi), contro il mondo, quasi, per dirla gnosticamente, anche nella rilettura di Houellebecq, anche se il suo testo si riferisce a Lovecraft.
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"AMerican Pastoral"(2016)di Ewan MC Gregor "arranca"dietro all'oriiginale letterario, che, di circa vent'anni anteriore, è un capolavoro di quel genio della letteratura(non ancora, colpevolmente, insignito di un Nobel...)che è Pnihilp Roth, con la sua capacità di demistificare totalmente i"Sixties"(non certo"rolling", nella prospettiva del grande romanzo e del film), ma in genere l'amercian style of life, mostrandone sempre la corda, che si rivela quando il protagonista, "The Swede"per il fisico(anche se in realtà ebreo), già campione di american football e di baseball, eroe di guerra, poi industriale del guanto sulla linea del padre, va incontro ai problemi della figlia, destinata a divenire tterrorista e"latitante"", contro ogni speranza di"magnifiche sorti e progressive"(Leopardi), contro il mondo, quasi, per dirla gnosticamente, anche nella rilettura di Houellebecq, anche se il suo testo si riferisce a Lovecraft. Rimane il grido dolente di Roth, pur se va persa la densità di scrittura, che il cinema non sa né può rendere in pieno, in specie se a intraprendere la trasposizione è un onesto autore-.attore(qui è anche interprete protagonista) quale Mc Gregor nelle sue nuances, nelle sfumature sempre dense di valore connotativo e talora denotativo, Va persa anche la densità della concezione tragica-religiosa presente nel grande ebraismo(dalla Bibbia in poi per arrivare almeno a Kafka e poi naturalmente a Roth), passando per chassidismo e mistiche varie, tutte di altissimo profilo, mai schiave di quel miracolismo e di uqella superstizione che invece molto spesso insidia il cristainesimo, soprattutto nella sua declinazione cattolica. Sequenze fredde, chiaramente delimitate, senza voli pindarici e/o"cut-up", senza avanguardismi che sarebbero impropri, ma al film, come era inevitabile, qualcosa viene a mancare e si è cercato di dire perché. Mc Gregor è anche interprete protagonista coivincente, come anche Dakota Fenning, la figlia, Jennifer Connelly e altri/altre, Ma Roth rimane nell'empireo, rispetto a un film che , per dirla come all'inizio, gli"arranca"dietro... El Gato
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fedemax
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domenica 29 ottobre 2017
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duramente reale
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Probabilmente sottovalutato dalla critica, come esordio alla regia rappresenta un ottimo film, nonostante la difficolta a trattare certi temi.
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iuriv
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domenica 15 ottobre 2017
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ci ha provato.
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Ewan McGregor si è scelto una bella gatta da pelare per il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Roth è uno degli scrittori più difficili da portare sul grande schermo e la Pastorale Americana risulta senz'altro uno dei suoi lavori più importanti e significativi.
Ma l'ex-Renton sembra consapevole di queste cose e decide di approcciarsi al lavoro di Roth rispettosamente: da un punto di vista formale, innanzitutto, applicandosi in una regia pulitissima, da macchina sempre fissa sul cavalletto e cura del dettaglio; sotto l'aspetto sostanziale, in secondo luogo, tentando di isolare la figura dello Svedese dal contesto narrativo e affidandogli il suo punto di vista sulla vicenda che va a raccontare.
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Ewan McGregor si è scelto una bella gatta da pelare per il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Roth è uno degli scrittori più difficili da portare sul grande schermo e la Pastorale Americana risulta senz'altro uno dei suoi lavori più importanti e significativi.
Ma l'ex-Renton sembra consapevole di queste cose e decide di approcciarsi al lavoro di Roth rispettosamente: da un punto di vista formale, innanzitutto, applicandosi in una regia pulitissima, da macchina sempre fissa sul cavalletto e cura del dettaglio; sotto l'aspetto sostanziale, in secondo luogo, tentando di isolare la figura dello Svedese dal contesto narrativo e affidandogli il suo punto di vista sulla vicenda che va a raccontare.
Ne viene fuori una pellicola onesta, che cerca di far sua una situazione immensamente piena di risvolti e prova a metterla in scena nel modo più completo possibile. Qualcosa, inevitabilmente si perde per strada: Roth è uno scandagliatore di storie e delle miriadi di chiavi di lettura che trova tra i suoi personaggi qui ne emerge solo una piccolissima parte.
Ma è ovvio sia così. McGregor lo sa e comunque dal suo lavoro trae il meglio possibile, riuscendo anche a rispettare il tono del romanzo, trovando le stesse inquietudini.
L'unico errore degno di tale nome è stato quello di mettere se stesso nei panni del protagonista. McGregor non può essere lo Svedese per una serie di motivi che è persino inutile star qui ad elencare. Un peccatuccio di egocentrismo che si può anche capire, ma che cozza con la perfezione dell'eterna Jennifer Connelly e con l'interpretazione discreta di Fanning, una Merry che non ti aspetti a alla quale credi.
Insomma, Ewan McGregor si è esposto a un rischio non da poco per iniziare la sua carriera da regista, ma, tutto sommato, ha portato a casa un risultato decente. Certo è che da un mastodonte come la Pastorale Americana non è riuscito a trarre un film che rimarrà a lungo impresso in chi lo ha visto. Ma con Roth è successo anche ad altri.
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valterchiappa
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lunedì 12 giugno 2017
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una trasposizione fedele. forse troppo
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L’ineluttabile necessità del male. Come poteva concepirla Seymour Levov, lo Svedese? Bello, generoso, campione idolatrato, abile imprenditore. Una vita perfetta, divisa fra la fabbrica, modello di integrazione, e la casa di campagna, dove una moglie bellissima, ex Miss New Jersey, fa da principessa consorte del suo regno illuminato. Invece il male, inspiegabile, c’è. E compare nei panni di una figlia ribelle, che detesta e si oppone a quella perfezione, prima con una ostentata balbuzie, poi con comportamenti via via sempre più estremi, fino a diventare una terrorista. E pian piano il mondo di fiaba di Seymour Levov si sfalda pezzo dopo pezzo. Ma lo Svedese no, non può capirlo e soccomberà sotto le macerie della sua vita, senza aver trovato una spiegazione.
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L’ineluttabile necessità del male. Come poteva concepirla Seymour Levov, lo Svedese? Bello, generoso, campione idolatrato, abile imprenditore. Una vita perfetta, divisa fra la fabbrica, modello di integrazione, e la casa di campagna, dove una moglie bellissima, ex Miss New Jersey, fa da principessa consorte del suo regno illuminato. Invece il male, inspiegabile, c’è. E compare nei panni di una figlia ribelle, che detesta e si oppone a quella perfezione, prima con una ostentata balbuzie, poi con comportamenti via via sempre più estremi, fino a diventare una terrorista. E pian piano il mondo di fiaba di Seymour Levov si sfalda pezzo dopo pezzo. Ma lo Svedese no, non può capirlo e soccomberà sotto le macerie della sua vita, senza aver trovato una spiegazione.
Come tutti i grandissimi romanzi “American Pastoral” può essere letto su vari piani: l’evoluzione drammatica di un irresolubile complesso di Elettra che mina il rapporto fra una figlia ed il padre, la necessità di confrontarsi con il male e le nefaste conseguenze dell’incapacità a farlo, il crollo del sogno americano. La trasposizione cinematografica di Ewan McGregor sembra privilegiare, e noi con lui, la prima fra queste chiavi di lettura. La sottile e profonda analisi delle dinamiche interiori dei personaggi è, a nostro vedere, l’aspetto più stupefacente dell’opera di Roth: un uomo tragicamente buono, che paga la colpa di una visione unilaterale del mondo e di una stoica adesione ai suoi valori; una donna che, attraversato il guado del disagio mentale, preferisce rinnegare una vita inaspettatamente difficile ricostruendosi una nuova identità; una ragazza che vive per portare a compimento il suo attentato più sanguinoso, quello contro la famiglia. Per le sue donne, come per ognuno nel suo mondo, lo Svedese aveva costruito un posto perfetto. Non aveva pensato, non poteva, che in quel posto non volessero restarci.
Per il suo esordio alla regia Ewan McGregor si è certamente dato un compito ambizioso, scegliendo di portare sugli schermi un romanzo così complesso e stratificato, per di più uno dei massimi capolavori della letteratura contemporanea. Lo svolge correttamente, girando un film onesto che ha il maggior pregio nella fedeltà ad un testo che sarebbe stato delittuoso stravolgere. Ma, nonostante la bontà del suo lavoro, la sua è una scommessa persa in partenza. Perché “American Pastoral” è un’opera intraducibile: l’estenuante dilatazione dei tempi del racconto, in cui trovano spazio le minuziosissime analisi che Philip Roth svolge con il suo stile notoriamente verboso, è difatti inconciliabile con la necessaria concisione dei tempi filmici.
Il risultato è una pellicola che coinvolge senz’altro, ma essenzialmente per la potenza della vicenda, rimanendo asfittico per la mancanza dello sviluppo della riflessione rothiana. Lo stesso McGregor d’altronde pare volersi tirare indietro, con meritevole modestia ed un approccio reverenziale, invitando alla lettura dell’opera maestra chi vorrà approfondire tutto ciò che sullo schermo non è e non poteva essere espresso. Così anche gli attori, il regista nei panni dello Svedese, Jennifer Connelly che interpreta la moglie Dawn, Dakota Fanning nel tormentato ruolo di Merry, la figlia ribelle, si adeguano al medio profilo e finiscono per non volare, efficaci, talora intensi (in particolare la Connelly), ma non toccanti.
“American Pastoral”è un oceano in cui è necessario immergersi. Il male busserà prima o poi alle nostre porte e dovremo decidere se negarlo testardamente, schivarlo o abbandonarci a lui. I personaggi di Philip Roth e, perché no, di Ewan McGregor sapranno mostrarci la strada.
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liuk!
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sabato 18 febbraio 2017
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onesto esordio
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Film discreto con trama difficile e pesante da digerire ma resa in maniera intelligente senza risultare troppo noiosa. Buono il cast e la recitazione. La morale di fondo ci lascia la domanda su cosa dovremmo fare davanti ad una figlia come quella.
Risultato complessivo più che sufficiente.
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