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venerdì 21 agosto 2026
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odissea selvaggia
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Che dire di un documentario che ti fa riflettere sull’evoluzione interiore o fisica, sulle prove che uno deve affrontare nella vita, sulla crudeltà ma bellezza della vita. La marcia dei pinguini il richiamo sarebbe un proseguimento del successo mondiale: La marcia dei pinguini uscito a meta anni duemila. A dire il vero non sapevo che esistesse, trovato su Rakuten Tv gratuito per giunta. Lo dico senza timore di essere smentito: è bello, a tratti molto bello. Le immagini naturali dell’Antartide sono bellissime, aliene eppure terrestri, non c’è immagine che non sia bella o suggestiva, dando al documentario quel senso di gigantismo o i rallenti(tanto dibattuti nei film moderni) che enfatizzano i pinguini mentre si tufano sono eccezionali, catturando la grazia dei simpatici e eroici animali mentre si trasformano da buffi e pachidermici a regali animali acquatici.
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Che dire di un documentario che ti fa riflettere sull’evoluzione interiore o fisica, sulle prove che uno deve affrontare nella vita, sulla crudeltà ma bellezza della vita. La marcia dei pinguini il richiamo sarebbe un proseguimento del successo mondiale: La marcia dei pinguini uscito a meta anni duemila. A dire il vero non sapevo che esistesse, trovato su Rakuten Tv gratuito per giunta. Lo dico senza timore di essere smentito: è bello, a tratti molto bello. Le immagini naturali dell’Antartide sono bellissime, aliene eppure terrestri, non c’è immagine che non sia bella o suggestiva, dando al documentario quel senso di gigantismo o i rallenti(tanto dibattuti nei film moderni) che enfatizzano i pinguini mentre si tufano sono eccezionali, catturando la grazia dei simpatici e eroici animali mentre si trasformano da buffi e pachidermici a regali animali acquatici. La storia è quella della sopravvivenza del piccolo pinguino da uovo fino ad arrivare al primo tuffo in mare con il ruolo dei genitori pinguini e la loro odissea. E’ proprio un bel documentario e persino la voce di Pif alla fine dei conti non mi ha infastidito( ma ho temuto e non poco all’inizio dato che la voce mi sembrava fuori fase con la grandiosità delle immagini )
Ma le immagini si sono belle, la regia da un tocco favolistico alla dramamtica vicenda eppure era il contenuto quello che saltava all’occhio. Riflettevo vedere gli animali in stato brado è un modo per rivedere se stessi, la propria umanita.
Cioè più si guardano gli animali e piu uno vede il proprio lato umano. Non umanizzando gli animali sia chiaro, loro vivono la loro dura realtà ma noi. Perche seppure abbia un tono fiabesco di fatto la vita selvaggia è durissima, un miracolo che un animale specie un pinguino che vive nell’Antartide sopravviva in quelle condizioni.
Il rituale iniziatico del pinguino pulcino che deve sopravvivere per diventare un pinguino adulto è lungo, 5 anni in cui sarà da solo, senza aiuto e se ritorna allora, diventa un pinguino adulto l’imperatore. Da pulcino tenero a imperatore, una vera trasformazione che segna il passaggio da infanzia a maturità, con aspetto grosso ma regale. Chiara l’analogia con la trasformazione tra bruco a farfalla, una trasformazione fisica che spesso accade sia chiaro ma nel contesto antartico e nell’ambiente quasi alieno è sorprendente.
Infatti la morte è compagna di viaggio strettissima di questi animali, il pinguino sfida la morte ogni singolo minuto a quasi -60 gradi.
Certo che la vita selvaggia è dura ma vera, come in quel memorabile capitolo del soldato nella guerra della fine dei mondi, il libro di Wells, ed è epica. Non so se il pinguino prova un sentimento paterno/materno elevato per il suo pulcino o è mero istinto di conservazione della specie o altro ma di certo lo protegge finche può, non tutti riescono, alcuni cedono e il pulcino muore nell’uovo. E’ crudele ma anche bello se vedi la storia dal punto di vista del vincente che riesce, del sopravvissuto: epico ma ovviamente non vediamo tutti i falliti, i morti, gli uccisi dal freddo o da altri predatori. Bel documentario seppur edulcorato(quindi per tutti), ritengo che già solo per le immagini che propone valga la visione.
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tom87
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domenica 5 marzo 2017
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una lieve fusione tra docu-film, fiction, fiaba
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Dopo dodici anni Luc Jacquet ritorna sui luoghi già esplorati del primo film: “La marcia dei pinguini”. Come nella prima pellicola (Oscar come miglior documentario e alti incassi), il regista riutilizza le stesse formule: lunghi appostamenti e pedinamenti dei pinguini, senza rompere la naturalezza della loro vita; umanizzazione degli animali e antropomorfismo vocale; coinvolgimento emozionale; divulgazione scientifica per far capire e far riflettere; e ancora quella voglia di analizzare di nuovo gli impervi e glaciali habitat del pinguino Imperatore. Come novità interessante c’è la sperimentazione di nuove tecnologie di riprese per scene sempre più spettacolari ed immaginifiche (ad esempio, i totali degli spiazzi antartici pieni di pinguini; le riprese subacquee; la fotografia di Vincent Munier, luminosa e in 4K).
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Dopo dodici anni Luc Jacquet ritorna sui luoghi già esplorati del primo film: “La marcia dei pinguini”. Come nella prima pellicola (Oscar come miglior documentario e alti incassi), il regista riutilizza le stesse formule: lunghi appostamenti e pedinamenti dei pinguini, senza rompere la naturalezza della loro vita; umanizzazione degli animali e antropomorfismo vocale; coinvolgimento emozionale; divulgazione scientifica per far capire e far riflettere; e ancora quella voglia di analizzare di nuovo gli impervi e glaciali habitat del pinguino Imperatore. Come novità interessante c’è la sperimentazione di nuove tecnologie di riprese per scene sempre più spettacolari ed immaginifiche (ad esempio, i totali degli spiazzi antartici pieni di pinguini; le riprese subacquee; la fotografia di Vincent Munier, luminosa e in 4K). Un’opera ben realizzata e godibile, dunque; che alla fine assomiglia ad una tenera fiaba che non può non commuovere, ancora un’altra volta...
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tom87
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Dopo dodici anni Luc Jacquet ritorna sui luoghi già esplorati del primo film: “La marcia dei pinguini”. Come nella prima pellicola (Oscar come miglior documentario e alti incassi), il regista riutilizza le stesse formule: lunghi appostamenti e pedinamenti dei pinguini, senza rompere la naturalezza della loro vita; umanizzazione degli animali e antropomorfismo vocale; coinvolgimento emozionale; divulgazione scientifica per far capire e far riflettere; e ancora quella voglia di analizzare di nuovo gli impervi e glaciali habitat del pinguino Imperatore. Come novità interessante c’è la sperimentazione di nuove tecnologie di riprese per scene sempre più spettacolari ed immaginifiche (ad esempio, i totali degli spiazzi antartici pieni di pinguini; le riprese subacquee; la fotografia di Vincent Munier, luminosa e in 4K).
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Dopo dodici anni Luc Jacquet ritorna sui luoghi già esplorati del primo film: “La marcia dei pinguini”. Come nella prima pellicola (Oscar come miglior documentario e alti incassi), il regista riutilizza le stesse formule: lunghi appostamenti e pedinamenti dei pinguini, senza rompere la naturalezza della loro vita; umanizzazione degli animali e antropomorfismo vocale; coinvolgimento emozionale; divulgazione scientifica per far capire e far riflettere; e ancora quella voglia di analizzare di nuovo gli impervi e glaciali habitat del pinguino Imperatore. Come novità interessante c’è la sperimentazione di nuove tecnologie di riprese per scene sempre più spettacolari ed immaginifiche (ad esempio, i totali degli spiazzi antartici pieni di pinguini; le riprese subacquee; la fotografia di Vincent Munier, luminosa e in 4K). Un’opera ben realizzata e godibile, dunque; che alla fine assomiglia ad una tenera fiaba che non può non commuovere, ancora un’altra volta...
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