Aurelio Grimaldi, regista di film come Le buttane ed Il macellaio, non riesce a rinunciare alle scene di sesso nemmeno quando deve affrontare un argomento epocale, cruciale per la vita di questo Paese, quale è stato il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Il gusto della sensualità, in questo caso, unito a quello dell’orrido, emblematico in tal senso è il rapido alternarsi delle immagini della copula erotica tra i due giovani brigatisti con quelle della tortura del prigioniero politico, sembra essere la cifra del suo stile, che, a dire il vero, ha l’unico pregio di essere originale ed unico nel panorama omogeneo del nostro cinema, votatosi oramai alla commediola politicamente corretta ed appiattitosi sullo psicodramma intimista e familiare.
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Aurelio Grimaldi, regista di film come Le buttane ed Il macellaio, non riesce a rinunciare alle scene di sesso nemmeno quando deve affrontare un argomento epocale, cruciale per la vita di questo Paese, quale è stato il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Il gusto della sensualità, in questo caso, unito a quello dell’orrido, emblematico in tal senso è il rapido alternarsi delle immagini della copula erotica tra i due giovani brigatisti con quelle della tortura del prigioniero politico, sembra essere la cifra del suo stile, che, a dire il vero, ha l’unico pregio di essere originale ed unico nel panorama omogeneo del nostro cinema, votatosi oramai alla commediola politicamente corretta ed appiattitosi sullo psicodramma intimista e familiare.
Detto questo, il film, girato tutto in interni, sembra piuttosto una piece teatrale messa in scena per la televisione. Il testo appare a tratti sconcertante. A prescindere dalle pesanti accuse lanciate da un terrorista ad un uomo politico del tempo, molto vicino a Moro, il cui vero nome è stato travisato perché il tapino in realtà fu assolto in tutti i gradi di giudizio, nella sceneggiatura traspare uno sforzo titanico di riassumere la vicenda del sequestro e della prigionia di Aldo Moro, con le intricatissime ed ancora misteriose relazioni tra politica nostrana, influenze americane e servizi segreti, rappresentando la posizione di tutte le parti in causa.
Grimaldi tratta di fatti rimasti a tutt’oggi in gran parte arcani e non soltanto per l’opinione pubblica, ma, purtroppo, anche per la giustizia italiana e per il parlamento, dopo quattro processi e tre commissioni di inchiesta, come se fossero ovvi e scontati. Cerca di assumere il punto di vista e lo stato d’animo dei brigatisti, del prigioniero, dei militanti di una sede del partito comunista, dei giovani del movimento studentesco.
Alla fine, sembra voler salvare tutti. Tutti tranne la polizia, che secondo quanto si vede si sarebbe macchiata di colpe indicibili con crudeli torture materiali e sofisticate sevizie psicologiche ai danni degli arrestati, sospettati di contiguità ideologica con i terroristi. Una visione delle cose che appare semplicistica e del tutto inadeguata a rendere anche minimamente la complessità di un affaire su cui nemmeno Sciascia riuscì a gettare luce.
Nel cast, per lo più mediocre, salvo qualche giovane attore agli inizi della sua carriera come Francesco Di Leva, spicca l’ottimo Gaetano Amato, efficace e convincente, nel ruolo dell’ispettore di polizia cinico ed astuto.
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