Le cinque variazioni

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Un film di Lars von Trier, J°rgen Leth. Con Lars von Trier, J°rgen Leth, Alexandra Vandernoot, Daniel Hernandez Rodriguez, Patrick Bauchau.
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Titolo originale De fem benspŠnd. Documentario, durata 90 min. - Danimarca, Francia, Svizzera, Belgio 2003.
   
   
   

C'ERA UNA VOLTA UN RE Valutazione 3 stelle su cinque

di THEOPHILUS


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lunedý 2 dicembre 2013

LE CINQUE VARIAZIONI
 
 
Vi ricordate quelle vecchie fiabe in cui un re che aveva promesso in sposa la figlia a chi avesse portato a termine determinate imprese, cercava poi – di fronte all’esito positivo di qualche diseredato – di rimangiarsi la parola data o di sottoporre il legittimo pretendente ad altre prove sempre più ardue, finché arrivava il punto in cui non poteva più tirarsi indietro? Le cinque variazioni, l’ultimo film di Lars von Trier, ci presenta una situazione analoga. Il regista è il vecchio re che cerca qualcuno in grado di risolvere dei quesiti cinematografici superando ostacoli sempre più duri. L’aspirante è il maestro del cineasta, Jorgen Leth, che è disposto a sottoporsi ai capricciosi voleri – quasi una sfida sado/masochistica – che l’astro del cinema danese gl’impone, per averne in cambio la riconoscenza, l’approvazione, quasi un avallo.
Le prove consistono in variazioni che Jorgen Leth dovrà apportare ad un suo cortometraggio del 1967, The perfect Human.
La prima impresa – di natura squisitamente tecnica e consistente innanzitutto nel dover utilizzare inquadrature non più lunghe di dodici fotogrammi – viene superata brillantemente dal candidato.
Le altre variazioni sul tema dovranno essere eseguite superando barriere frapposte da Lars von Trier che, coinvolgendo la sfera etica, solleciteranno ancora di più il bagaglio di conoscenze professionali del novello cavaliere senza macchia, che sarà chiamato anche a fare delle scelte di natura deontologica: più che ad una sfida, sembra di stare assistendo ad una corsa ad ostacoli, ad una caccia al tesoro con provocazioni belle e buone. Jorgen Leth a volte si sottopone docilmente ai voleri del re e corre a destra e a sinistra per il mondo a tentare di compiere quanto gli viene chiesto, talora si ribella, punta un po’ i piedi, ma alla fine cede sempre. In questo gioco c’è qualcosa di diabolicamente perverso; c’è un passaggio, un osmosi, un andirivieni continuo fra l’esposizione dell’idea dell’Uomo Perfetto e la realizzazione dell’uomo comune, cercando di fare in modo che la distanza fra le due sia la più piccola possibile; oppure fra il tentativo di Lars von Trier di far coincidere un’inconscia volontà autobiografica attribuita a Jorgen Leth,  con la propria decisione di regista deus ex machina di fargli impersonare il ruolo dell’Uomo Perfetto. Von Trier arriva al punto di volerlo cartone animato, cosa che dichiara di detestare massimamente, così come Leth stesso: lo vuole quindi svilire, anzi vuole vedere fino a che punto Jorge Leth è disposto a degradarsi ad umiliasi, a rinnegare il concetto di Uomo Perfetto, rendendolo ancora più surreale col disegno d’animazione.
Ma non abbiamo ancora detto chi è l’Uomo Perfetto di Jorgen Leth: egli cammina, balla, mangia, si sdraia, ha desideri, si pone delle domande. E’ una proiezione o, meglio, un’astrazione, una figura mentale slegata da un contesto fisico – è infatti raffigurato in uno spazio vuoto, senza suoni o rumori - e le sue domande – classiche: perché la vita dell’uomo è così breve o la felicità così fragile e mutevole? – in realtà se le pone una voce fuori campo.
Lars von Trier vuole contestualizzare questa figura e, per fare ciò, impone la propria visione narcisistica al coregista e cointerprete: lo vuole rappresentato in un ambiente concreto, lo fa parlare, gli fa trovare delle risposte alle proprie domande, gli mette a fianco una Donna Perfetta, che risponde ai canoni maschili, stereotipi estetici e sociali e che ha, a sua volta, analoghe aspettative nei confronti dell’Uomo Perfetto.
In sostanza von Trier vuole fare uscire dal suo guscio Jorgen Leth. Per fare ciò gli demolisce la sua immagine astratta facendogliela raffigurare concreta e quindi banalizzandola.
Nell’unico momento in cui von Trier si troverà solo, unico protagonista davanti alla telecamera, dirà di aver voluto fare questo film perché sa di Leth cose che nemmeno lui sa, lo conosce meglio di quanto egli non conosca se stesso. Non va però oltre questa affermazione criptica e perentoria. Non comprendiamo quindi se essa sia circoscritta a questioni tecniche e professionali o invece voglia far riferimento a lati psicologici e umani. Ma il film si conclude con le parole di Jorgen Leth che, in sostanza, ritiene di non essere caduto nelle trappole del suo ex allievo e di essere uscito vittorioso da questo scontro: ancora una volta il re si è dovuto piegare.

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