I soliti ignoti

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Attori fenomenali per un divertimento d'eccezione! Valutazione 5 stelle su cinque

di GreatSteven


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venerdì 21 luglio 2017

 I SOLITI IGNOTI (IT, 1958) diretto da MARIO MONICELLI. Interpretato da VITTORIO GASSMAN, MARCELLO MASTROIANNI, TOTò, CARLA GRAVINA, CLAUDIA CARDINALE, RENATO SALVATORI, TIBERIO MURGIA, CARLO PISACANE, MEMMO CAROTENUTO
Una combriccola sgangherata di ladruncoli di quart’ordine lavora a Roma nei quartieri poveri, ed è composta da sette individui: Peppe er Pantera, pugile fallito che si fa un anno in gattabuia con la condizionale per aver cercato di fungere da "pecora"per Cosimo, secondo componente dello scalcinato gruppo, taccheggiatore che finisce dentro anche lui per aver tentato di scippare un’automobile, e che esce di galera soltanto grazie ad un’amnistia per poi finire travolto da un tram nel corso di un ulteriore ladrocinio; Norma, compagna di Cosimo; Mario Angeletti, che può vantare ben tre madri che l’han cresciuto all’orfanotrofio e che rivolge le sue attenzioni sentimentali a Carmela, sorella di Michele Ferribotte, siciliano basso e mingherlino; Capannelle, vecchietto milanese dalla parlata spigliata; e Tiberio, fotografo con un bambino piccolo a carico e la moglie dietro le sbarre per contrabbando di sigarette. Grazie ad una soffiata, sanno che c’è una cassaforte stracoma di preziosi al Monte di Pietà, in una stanza adiacente ad un appartamento sfitto e disabitato. Reclutano Dante Cruciani, esperto scassinatore ora in pensione che li istruisce sull’apertura furtiva di tutti i tipi di casseforti. La preparazione per il colpo, che tutti sperano possa fruttare un cospicuo gruzzolo a ciascun membro, non è però facile: bisogna prima di tutto irretire e allontanare la servitù dall’appartamento, rappresentata dall’innocente e delicata Nicoletta, che presta servizio come donna delle pulizie per conto delle zie. A questo ci pensa Peppe, dando sfoggio del suo ingenuo fascino virile. La notte concordata per il colpo, però, Mario si ritrova a dover desistere per restare a vegliare su Carmela, dietro esplicita richiesta di Ferribotte, che tiene la sorella chiusa in casa per preservarne l’onore. Così, a fare il colpo, sono in quattro: Tiberio (che ha il braccio ingessato per la telecamera rubata ad un rivenditore al mercato rionale, che per il furto lo ha malmenato), Peppe, Ferribotte e Capannelle. Armati di tronchesi, sega circolare e grimaldello, si introducono nell’edificio attraverso la carbonaia, passano lungo il cortile e infine accedono agli interni. Ma quando è il momento di forare la parete per accedere alla camera della cassaforte, dimenticano che certi mobili son stati spostati e dunque bucano il muro sbagliato, ritrovandosi nella cucina. Si consolano mangiando una cena a base di involtini e pasta ai ceci. Il giorno dopo, Tiberio piglia il tram e ritorna a casa, Ferribotte aspetta il suo a sua volta e Peppe finisce accidentalmente in un cantiere edile a lavorare, con Capannelle che intanto ne viene sbattuto fuori per l’età avanzata. La migliore commedia all’italiana degli anni ’50. Un capolavoro di spiritosità, arguzia, autoironia e divertimento mai fine a sé stesso. Con una colonna sonora divenuta ormai un leitmotiv ricorrente quando si raccontano storie a base di microcriminali di mezza tacca che architettano imprese per loro impensabili, è una vicenda che ha fatto epoca quando uscì e continua a costituire ancora oggi un caposaldo di un genere purtroppo tramontato, e anche infelicemente, ma che toccò con questo film i suoi fasti maggiori e il suo apogeo più strabiliante. Un cast di interpreti uno più in forma dell’altro, a partire da V. Gassman (che si guadagnò un Nastro d’Argento per il miglior attore), che recita la parte di protagonista con la mancanza di garbo esilarante e il piglio autoritario che spesso definivano i suoi personaggi dominati al contempo da un’irruenza prorompente e una faciloneria da scialacquare, senza poi dimenticare: il bravissimo Mastroianni con neonato alle sue dipendenze, uomo di tecnologia molto insicuro sulle proprie relative competenze, ma molto pratico nei ragionamenti; C. Pisacane, il cui vecchietto ciarliero e querulo di bassa statura si è ormai trasformato in un intramontabile e divertentissimo tormentone; T. Murgia, alla sua prima parte importante che, malgrado le origini sarde, imprime al suo siculo un accento di sincera energia recitativa; il 25enne R. Salvatori, che scambia una carrozzina per tre ombrelli, birichino e atletico, che affronta le sue vesti con nonchalance e un verace umorismo romanesco; C. Gravina, che raffigura la delicatezza e la grazia senza la minima macchia, perfetta nella parte della servetta che però sa farsi intendere quando vuole e non permette a chicchessia di metterle i piedi in testa per una qualsivoglia ragione prevaricante; R. Rory, doppiata da Monica Vitti, che strappa l’applauso nella scena del ballo quando sbatte la borsetta in faccia a Gassman con dentro il posacenere; la 19enne C. Cardinale, anche lei al suo primo ruolo che conta, nelle vesti della sorella solo all’apparenza candida, ma in verità provvista di una furbizia non comune nella conoscenza dell’altro sesso; e infine l’incommensurabile e indimenticato Totò che interpreta il professionista pensionato dello scasso con la sua consueta mistura efficacissima di recitazione a braccio, sarcasmo pungente e linguaggio che fa il funambolo sulle correttezze grammaticali, agitandosi ogni volta che vede dei brigadieri nelle vicinanze perché vuole mostrarsi pulito e ormai lontano dalla delinquenza. Un altro Nastro d’Argento andò all’ottima sceneggiatura di Monicelli, scritta con Age & Scarpelli e la formidabile Suso Cecchi D’Amico: un copione che rispetta i tempi comici con una precisione quasi commovente, con un gioco ad incastri delle gag che denota una profonda conoscenza dell’ambiente, drammaturgicamente inteso, della malavita romana e dei meccanismi che la animano, realizzati mediante i placidi lazzaroni che la mettono in pratica con gli esiti fallimentari che lo spettatore conosce vedendoli nella loro azione incerta e zoppicante. Una lode debita va anche alla splendida fotografia in bianco e nero del maestro Gianni Di Venanzo. Molti critici sostengono che sia la prima commedia all’italiana in cui compare la morte (Carotenuto investito dal mezzo pubblico, anch’egli funzionale, spiritosamente arcigno e comico nel ruolo di Cosimo, il galeotto più di tutti marcito in prigione, che vorrebbe rinunciare alla parte poco onorevole del carcerato per mettere le mani su un mucchio consistente di denaro e rifarsi con rapidità una vita fuori dall’ambiente carcerario, da lui odiato). Un caposaldo del genere cinematografico italiano per eccellenza che non smetterà mai di far scuola per tutti i giovani cineasti che si vogliano cimentare nell’edificazione di film comici atti a suscitare anche simpatia per personaggi disonesti ma in fondo simpatici, attenti più ai sotterfugi clandestini che all’onestà, ma tutti mossi da una generale bontà d’animo finale che li riscatta. Offrendo al pubblico un occhio di riguardo per poterli apprezzare e ricordare anche fuori dall’ambito cinematografico, e per la precisione dentro un folto immaginario collettivo che è bene non venga mai obliato. 

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