|
|
oillut
|
giovedì 13 ottobre 2011
|
un film eterno.
|
|
|
|
Un grande Chief Dan George per un vero capo indiano, certo questo artista avrebbe meritato ben altra considerazione dalla grande famiglia del cinema. Anche se oggi fosse uscito nelle sale, questo film avrebbe avuto gli stessi apprezzamenti di allora. Una grande opera!
|
|
|
[+] lascia un commento a oillut »
[ - ] lascia un commento a oillut »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
gianni lucini
|
martedì 27 settembre 2011
|
jack crabb, una bella sfida per hoffman
|
|
|
|
Il personaggio di Jack Crabb è una bella sfida per Dustin Hoffman. È proprio il regista Arthur Penn l’artefica di questa scelta nonostante le obiezioni di chi pensa che l’attore sia poco adatto alle evoluzioni della storia. Poliedrico, capace di reazioni inaspettate di fronte ai repentini cambiamenti della sua vita, capace a volte di aggiustare con l’ironia i momenti più drammatici, mezzo bianco e mezzo Cheyenne, Crabb costringe Hoffman a dar fondo alle tecniche apprese all’Actor’s Studio più di quanto gli sia accaduto fino a quel momento. Come sempre lui non lascia nulla al caso. Vive per qualche tempo a stretto contatto con i Cheyenne, si immerge nella loro cultura, impara a cavalcare come loro ne condivide la lingua.
[+]
Il personaggio di Jack Crabb è una bella sfida per Dustin Hoffman. È proprio il regista Arthur Penn l’artefica di questa scelta nonostante le obiezioni di chi pensa che l’attore sia poco adatto alle evoluzioni della storia. Poliedrico, capace di reazioni inaspettate di fronte ai repentini cambiamenti della sua vita, capace a volte di aggiustare con l’ironia i momenti più drammatici, mezzo bianco e mezzo Cheyenne, Crabb costringe Hoffman a dar fondo alle tecniche apprese all’Actor’s Studio più di quanto gli sia accaduto fino a quel momento. Come sempre lui non lascia nulla al caso. Vive per qualche tempo a stretto contatto con i Cheyenne, si immerge nella loro cultura, impara a cavalcare come loro ne condivide la lingua. Contemporaneamente però non può e non deve dimenticarsi di essere un bianco “prestato” ai nativi americani da un destino particolare. Il lavoro che l’aspetta è, quindi, doppio. Da un lato deve essere credibile come figlio adottivo del capo tribù Cotenna di Bisonte e dall’altro non può completare la trasformazione perché la storia prevede costanti e credibili ritorni nel mondo cosiddetto “civilizzato” dei bianchi. In più il suo personaggio deve fare anche da collante in una narrazione che a volte usa l’ironia per demistificare luoghi comuni e stereotipi. Un esempio è la famosa scena nella quale si scontra da cheyenne con un drappello di “soldati blu” e trovatosi in difficoltà, temendo per la sua vita, cerca di convincere il soldato con il quale sta lottando di essere un bianco lanciando varie frasi imparate da bambino. Quando lo convince e può essere certo di non rischiare più nulla osserva con aria sorniona: «Non mi hai sentito gridare "Viva Giorgio Washington!" e "Benedetta mia madre!"? Ma quale indiano direbbe delle cretinate del genere?». Sente il ruolo e cerca di renderlo al meglio senza eccessi di teatralizzazione. Integra il dialogo con una recitazione perfetta grazie anche all’efficacia di una mimica facciale misurata e una gestualità più evidente ma meno esasperata di quella utilizzata in altre occasioni. Indiano tra gli indiani, bianco tra i bianchi, Dustin Hoffman recupera un po’ la maschera già indossata nel ruolo del giovane Benjamin ne “Il laureato” quando deve interpretare il primo “ritorno” nel mondo civilizzato del giovane Crabb, affidato alle cure della famiglia del reverendo Pendrake e della sua provocante signora.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a gianni lucini »
[ - ] lascia un commento a gianni lucini »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
gianni lucini
|
martedì 27 settembre 2011
|
la trilogia che riscrive il west di hollywood
|
|
|
|
Nel 1970 “Il piccolo grande uomo” compone con “Soldato blu” di Ralph Nelson e “Un uomo chiamato cavallo” di Elliott Silverstein, una trilogia di pellicole di culto con le quali il cinema opera una vera e propria riscrittura della narrazione filmica della storia degli Stati Uniti. Salvo in rarissime eccezioni come “L’ultimo apache” di Robert Aldrich nel 1955, lo schema hollywoodiano dell’epopea “della frontiera” vedeva infatti i colonizzatori bianchi e le loro truppe nella parte dei buoni inspiegabilmente aggrediti dai cattivi e selvaggi “indiani”. I tre film, usciti quasi in contemporanea, raccolgono e portano su grande schermo una sensazione molto diffusa nel paese, alle prese con la cattiva coscienza della guerra del Vietnam e i grandi movimenti giovanili che sognano la libertà, la pace e il ritorno alla natura.
[+]
Nel 1970 “Il piccolo grande uomo” compone con “Soldato blu” di Ralph Nelson e “Un uomo chiamato cavallo” di Elliott Silverstein, una trilogia di pellicole di culto con le quali il cinema opera una vera e propria riscrittura della narrazione filmica della storia degli Stati Uniti. Salvo in rarissime eccezioni come “L’ultimo apache” di Robert Aldrich nel 1955, lo schema hollywoodiano dell’epopea “della frontiera” vedeva infatti i colonizzatori bianchi e le loro truppe nella parte dei buoni inspiegabilmente aggrediti dai cattivi e selvaggi “indiani”. I tre film, usciti quasi in contemporanea, raccolgono e portano su grande schermo una sensazione molto diffusa nel paese, alle prese con la cattiva coscienza della guerra del Vietnam e i grandi movimenti giovanili che sognano la libertà, la pace e il ritorno alla natura. Non è un caso che sempre nello stesso anno, tra i libri più venduti nel paese, ci sia “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown, che affronta con lo stesso taglio lo stesso argomento. L’odissea dei nativi americani e la riscoperta della loro cultura regalano soprattutto ai giovani che sognano di cambiare il mondo nuove suggestioni ma, soprattutto, un modello di comunità dello spirito in grado di contrapporsi agli stili di vita dei cittadini bianchi occidentali. Della citata trilogia “Il piccolo grande uomo” è quello che, fin dal taglio narrativo, mostra di essere più cosciente del senso e delle motivazioni profonde dell’operazione culturale. Il collegamento tra passato e presente è esplicito nella scelta di affidare a un centoventunenne Jack Crabb il compito di annodare il filo narrativo. Alla sua voce di bianco che ne ha viste di ogni genere e alle sue impressioni è delegato il compito di affrontare la questione del rapporto fra i colonizzatori a stelle e strisce e gli indigeni. Lo fa sfuggendo alla facile trappola del semplice rovesciamento dello schema con i bianchi che diventano cattivi e gli indiani buoni. Più che schierarsi dalla parte di questi ultimi il film compie un’operazione più articolata e complessa puntando soprattutto a mostrarli per quello che sono: un popolo con una cultura diversa da quella dei bianchi, orgogliosamente libera e pacifica, e non dei barbari aggressori di inermi coloni come nella tradizione delle storie di frontiera. Il regista evita anche gli accenni retorici, sempre possibili in questo tipo di narrazione lasciando allo spettatore la possibilità di farsi un’opinione man mano che la storia prende corpo e si sviluppa. La chiave la forniscono i passaggi, spesso repentini, del protagonista dal corrotto, violento e sostanzialmente ignorante mondo dei bianchi al semplice ma tutt’altro che superficiale arcipelago delle antiche culture dei nativi americani.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a gianni lucini »
[ - ] lascia un commento a gianni lucini »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
robertone65
|
mercoledì 13 aprile 2011
|
non sono solo gli americani a sbagliare!
|
|
|
|
Premettendo che i film, al giorno d'oggi, sono quasi sempre antimilitaristi, antioccidentali e antigiustizia, sostengo l'idea che tutti questi registi come Arthur Penn, invece di far caso agli orrori dei Pellirossa abituati peggio degli animali, o dei Soviet che hanno ucciso 300 milioni e passa di connazionali, guardano invece le ingiustizie americane, che sono pochissime rispetto a quelle dei rivoluzionari cubani e vietnamiti, che volevano togliere i regimi democratici dai loro paesi.
Ormai questo stile cinematografico esagera, arrivando come "Platoon" a mostrare le uccisioni di civili da parte di un sergente dei Marines, invece che mostrare gli arresti ingiusti e le condanne a morte vomitevoli dei soldati di Stalin.
[+]
Premettendo che i film, al giorno d'oggi, sono quasi sempre antimilitaristi, antioccidentali e antigiustizia, sostengo l'idea che tutti questi registi come Arthur Penn, invece di far caso agli orrori dei Pellirossa abituati peggio degli animali, o dei Soviet che hanno ucciso 300 milioni e passa di connazionali, guardano invece le ingiustizie americane, che sono pochissime rispetto a quelle dei rivoluzionari cubani e vietnamiti, che volevano togliere i regimi democratici dai loro paesi.
Ormai questo stile cinematografico esagera, arrivando come "Platoon" a mostrare le uccisioni di civili da parte di un sergente dei Marines, invece che mostrare gli arresti ingiusti e le condanne a morte vomitevoli dei soldati di Stalin.
Il Generale Custer è mostrato come un idiota patriottista e militarista e come un criminale di guerra: ma come mai non parlano così di Che Guevara??? Perché gli viene comodo???
Forza John Wayne, almeno lui dava ragione a chi se la meritava, che cavolo!
O AMI L'AMERICA O TE NE VAI!!!!!!!!!!!!!!
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a robertone65 »
[ - ] lascia un commento a robertone65 »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
il cinefilo
|
giovedì 23 dicembre 2010
|
piccolo grande uomo
|
|
|
|
Il film di Arthur Penn in questione possiede(a mio giudizio)come principale(e grandissimo)merito quello di essere una delle pellicole positivamente"revisioniste"a proposito della cultura,praticamente distrutta,degli indiani d'america da parte di individui come il generale George Armstrong Custer che qui viene presentato come uno spietato carnefice completamente privo d'anima che troverà la sua fine nella famosa disfatta di Little Big Horne.
Bisogna tenere in considerazione che per molti anni,negli Stati Uniti,il tema della civiltà indiana inquadrata non come una minaccia ma,al contrario,come delle vittime della crudeltà dei"bianchi"è sempre stato un argomento tabù che ha cominciato a emergere solamente intorno agli anni sessanta avviando così una epocale(e giusta)"rivoluzione storico-ideologica".
[+]
Il film di Arthur Penn in questione possiede(a mio giudizio)come principale(e grandissimo)merito quello di essere una delle pellicole positivamente"revisioniste"a proposito della cultura,praticamente distrutta,degli indiani d'america da parte di individui come il generale George Armstrong Custer che qui viene presentato come uno spietato carnefice completamente privo d'anima che troverà la sua fine nella famosa disfatta di Little Big Horne.
Bisogna tenere in considerazione che per molti anni,negli Stati Uniti,il tema della civiltà indiana inquadrata non come una minaccia ma,al contrario,come delle vittime della crudeltà dei"bianchi"è sempre stato un argomento tabù che ha cominciato a emergere solamente intorno agli anni sessanta avviando così una epocale(e giusta)"rivoluzione storico-ideologica".
Il tono umoristico e scanzonato con cui viene raccontata gran parte della vicenda(se si esclude,inevitabilmente,l'immane tragedia dei massacri contro le donne e i bambini della tribù Cheyenne descritti,nel film,con un realismo agghiacciante e senza precedenti nel cinema western)suona,a tratti,eccessivamente gigionesco e alcuni riferimenti palesemente comici alla tribù in cui viene allevato"piccolo grande uomo"(Dustin Hoffman)mi sono sembrati ambigui e fuori luogo malgrado essi siano descritti come un popolo molto più civile e"umano"(pur considerando anche alcune loro efferatezze)di quello a cui appartengono il generale Custer e certi fanatici della religione puritana...un film che merita di essere visto.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a il cinefilo »
[ - ] lascia un commento a il cinefilo »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
piccinotto
|
mercoledì 15 settembre 2010
|
solo un comento al post
|
|
|
|
Non voglio aggiungere altro, solo che non e in bianco e nero, e a colori ed anche molto belli........
|
|
|
[+] lascia un commento a piccinotto »
[ - ] lascia un commento a piccinotto »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
luca scialò
|
domenica 28 marzo 2010
|
la straordinaria avventura di un bianco pellerossa
|
|
|
|
Jack Crabb è un anziano di 121 anni che vive in uno spizio, e viene raggiunto da un cronista che lo intervista per farsi raccontare le sue gesta, ossia di quando faceva parte dell'esercito del Generale Caster, colui che fu autore di tante battaglie con gli indiani nella seconda metà dell'ottocento e fu al contempo responsabile di tanti tristi genocidi nei loro confronti.
Ma Crabb ci tiene subito a chiarire che egli non fu in realtà un soldato agli ordini di Caster, o almeno ciò è vero solo in minima parte. In realtà egli fu protagonista di una straordinaria avventura: prima fu allevato dagli indiani le cui frange violente gli uccisero i genitori; poi tornò tra i bianchi dove conobbe truffatori, persone ipocrite (come la bella Mrs Pendrake e il marito) e pistoleri.
[+]
Jack Crabb è un anziano di 121 anni che vive in uno spizio, e viene raggiunto da un cronista che lo intervista per farsi raccontare le sue gesta, ossia di quando faceva parte dell'esercito del Generale Caster, colui che fu autore di tante battaglie con gli indiani nella seconda metà dell'ottocento e fu al contempo responsabile di tanti tristi genocidi nei loro confronti.
Ma Crabb ci tiene subito a chiarire che egli non fu in realtà un soldato agli ordini di Caster, o almeno ciò è vero solo in minima parte. In realtà egli fu protagonista di una straordinaria avventura: prima fu allevato dagli indiani le cui frange violente gli uccisero i genitori; poi tornò tra i bianchi dove conobbe truffatori, persone ipocrite (come la bella Mrs Pendrake e il marito) e pistoleri. Poi di nuovo dai pellerossa, poi dai bianchi, infine dai pellerossa. Tutti passaggi caratterizzati da momenti tragici, ironici, divertenti, malinconici, di grande insegnamento e amare delusioni.
Tratto da un romanzo di Thomas Berger il film è una severa critica alla politica americana imperialista dell'ottocento (che continuò tristemente anche nel '900) nei confronti dei nativi americani; il loro modo di fare razzista, relativista, ipocrita e violento nei confronti di questi ultimi, persone pacifiche, ricche di valori umani e antiche tradizioni. Non per questo si definivano "uomini" rispetto agli invasori chiamati solo "bianchi". Molto irrisa e criticata la figura del generale Caster, forse finalmente visto davvero com'era realmente, al di là di racconti eroici, patriottisti o mitologici.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a luca scialò »
[ - ] lascia un commento a luca scialò »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
mauro b
|
giovedì 4 giugno 2009
|
cult movie
|
|
|
|
divertente e ironico,drammatico e toccante,un film destinato a rimanere nella storia del cinema,da vedere assolutamente
[+] colonna sonora
(di zagian)
[ - ] colonna sonora
|
|
|
[+] lascia un commento a mauro b »
[ - ] lascia un commento a mauro b »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
marvelman
|
giovedì 16 ottobre 2008
|
film molto sopravvalutato !!!
|
|
|
|
Mi sono annoiato : Meglio occhio alla penna !!!
|
|
|
[+] lascia un commento a marvelman »
[ - ] lascia un commento a marvelman »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
gianni
|
martedì 1 gennaio 2008
|
mannacciaaaa
|
|
|
|
Chiuppa a tutto il mondo
Ah sii?
Mannaciaaa a teeeee!?!?!?!?!?!?
|
|
|
[+] lascia un commento a gianni »
[ - ] lascia un commento a gianni »
|
|
d'accordo? |
|
|
|