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Roberto Escobar

Il Sole-24 Ore

Non è autobiografico, il mio film: così dichiara Woody Allen. Certo, è difficile immaginare che le nevrosi di Harry Block, insieme con i “crimini e misfatti” di cui colma le microstorie dei suoi personaggi, non lo riguardino affatto. Tutt’altro. Il film questo dice e ridice: scrivere (un libro o una sceneggiatura) significa rubare alla banalità della vita, propria e altrui, frammenti di fatti, paure, sentimenti e risentimenti, e poi metabolizzarli, trasfigurarli in una dimensione meno ovvia e, per fortuna, meno precaria. D’altra parte, non c’è alcun “io” di cui si posa narrare la storia, in Harry a pezzi ( Deconstructing Harry, Usa 1997). Piuttosto, ci sono brandelli di io, storie accennate e lasciate incompiute, e che spesso si sovrappongono, rubandosi (appunto) a vicenda situazioni, caratteri, battute. A dar loro una pur vaga coerenza e una vacillante unità è Harry, con la sua incessante trasfigurazione della banalità della vita in racconto. Tuttavia, nemmeno Harry somiglia a quello che si dice un io. Al contrario, è solo il riflesso dei suoi stessi racconti: un riflesso sfocato come il suo Mel (Robin Williams) e che, per di più, deve i 95 minuti della sua vita a quel racconto di un racconto di racconti che è il film di Allen. Ha davvero a che fare, tutto questo complesso metabolismo creativo, con quel genere letterario e cinematografico che è l’autobiografia? Se così fosse, sarebbe autobiografico anche il Virgil Starkwell di Prendi i soldi e scappa (1969), criminale del tutto virtuale - e immaginario nel senso più stretto e più ampio -, che evade sotto la pioggia con una pistola scolpita nel sapone, e che mette insieme una condanna di otto secoli. E lo sarebbe persino l’agente teatrale di Broadway Danny Rose (1984), che si prodiga senza badare a fatiche per lanciare sulle scene un ballerino di tip tap senza una gamba, un ventriloquo balbuziente, uno xilofonista cieco...
Chi è dunque Harry Block? Ossia: da dove viene almeno in parte il suo riflesso fuori fuoco? L’origine lontana non è affatto la banalità della vita, ma il cinema. Come il professor Isak Borg di Ingmar Bergman ( Il posto delle fragole, 1957), anche lo scrittore di Allen sta per ricevere un prestigioso riconoscimento accademico (nel suo caso, da parte della stessa università che, in gioventù, l’ha espulso). E ancora come quel grande modello, anche lui rivede la propria vita per lampi. Solo che questa vita ha la stessa inconsistenza della vita di Leonard, il proteiforme e camaleontico non-protagonista di Zelig (1983).
I due, per la verità, più che simili sono speculari. Se Leonard si mimetizza e scompare in qualunque parvenza di io gli capiti d’incontrare, fosse pure quella d’un gerarca nazista, Harry all’opposto se li fabbrica da sé nei romanzi e nelle novelle, gli io sostitutivi e succedanei del cui riflesso vive. Ossia, appoggia sulla loro “consistenza” biografia e narrativa il peso e la precarietà della propria inconsistenza.
Ancora come in Zelig, anche in Harry a pezzi Allen sceglie uno stile narrativo esso stesso “inconsistente”, cioé discontinuo, a frammenti. In quel film s’era inventato una sorta di documentario di montaggio, con finte immagini d’epoca e finte interviste. In questo, sceglie di lavorare direttamente sulla pellicola. Talvolta, le stesse immagini sono ripetute quasi in circolo. Così accade nella sequenza iniziale, con Lucy (Judy Davis) che esce di continuo da un taxi. In altri casi, vengono tagliati alcuni fotogrammi, ottenendo bruschi salti d’immagine e, perciò, producendo il senso d’una frammentarietà che è non solo narrativa ma anche direttamente visiva. Dentro questa cornice, che è poi il vero “quadro” di Harry a pezzi, vediamo e ascoltiamo, anzi rivediamo e riascoltiamo tutto Allen: il derisore tagliente d’ogni luogo comune; l’inventore geniale di slogan genialissimi (cinismo, nichilismo, sarcasmo, orgasmo); l’irridente distruttore della cieca stupidità eretta a scelta di vita (di un cocciuto integralista ebraico dice che par quasi un fondamentalista cristiano); l’ometto perduto nella complessità del mondo; l’erotomane imbranato ma vitale, che nelle donne e nel sesso cerca qualcosa, senza sapere esattamente che cosa (la questione è risolta alla radice perché, comunque non lo trova); il comico che trasfigura la tragedia, rendendola se possibile ancor più tragica (il fatto più terribile dell’Olocausto, dice, è che ogni record è fatto per essere battuto)... Di questo e dell’altro ancora Harry a pezzi ci induce a ridere. E ne ha molte ragioni. La più importante è che, altrimenti, ci toccherebbe piangere. E così sarebbe costretto a fare anche Harry, se per 95 minuti non lo mettesse a fuoco il gran gioco narrativo di Allen, senz’altra preoccupazione “biografica” che liberare la vita della sua terribile banalità.
DaIl Sole 24 Ore, Domenica 22 Febbraio 1998

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