L'eclisse

Un film di Michelangelo Antonioni. Con Monica Vitti, Francisco Rabal, Alain Delon, Louis Seigner, Lilla Brignone.
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Drammatico, b/n durata 125 min. - Italia 1962. MYMONETRO L'eclisse * * * * - valutazione media: 4,10 su 18 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Come un'eclisse che oscura la luce dell'anima. Valutazione 4 stelle su cinque

di GreatSteven


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lunedì 10 settembre 2018

L'ECLISSE (IT/FR, 1962) di MICHELANGELO ANTONIONI. Con ALAIN DELON, MONICA VITTI, ROSSANA RORY, LILLA BRIGNONE, FRANCISCO RABAL
La relazione tra Riccardo e Vittoria, coppia benestante della borghesia romana, è messa in crisi dalla reticenza di lei, donna sfuggente e malinconica, al matrimonio, finché non s’arriva alla rottura definitiva dove non ci si può più né vedere di persona né telefonarsi a vicenda. Lasciando il fidanzato in un incerto sconforto, Vittoria reincontra la madre che è andata a giocare titoli di Stato in borsa, e là conosce Piero, speculatore finanziario rovinato economicamente dopo che le sue azioni han perduto valore. Il rapporto con Piero offre alla donna, ancora in cerca dell’anima gemella ma senza troppa convinzione, fugaci evasioni dalla monotonia di una vita noiosa e ripetitiva. Sembra però che tutto funzioni a dovere, fintantoché un individuo sconosciuto ruba la macchina a Piero, fa un incidente precipitando in un lago artificiale e muore. Recuperata la carrozzeria del rottame dalle acque del cantiere edile, Piero rivela tutto il suo cinismo e scopre in Vittoria l’intera sua refrattarietà ad amare profondamente. Se il primo appuntamento è andato bene, anche se non si è mai arrivati ad un bacio e neanche ad un rapporto intimo che possa dirsi tale, al secondo non si recherà nessuno dei due. Con una parte iniziale dove il silenzio è il padrone (quasi) assoluto, una centrale che presenta l’invadenza della parola e una conclusiva in cui le parole smettono di avere il sopravvento, chiude la trilogia dell’incomunicabilità, cominciata con L'avventura (1960), proseguita con La notte (1961) e in qualche modo integrata da Il deserto rosso (1964), altro capolavoro del regista insieme ai tre film sopracitati, compreso quello in questione che vede un Delon e una Vitti nel fiore della loro bellezza giovanile a scambiarsi sdolcinatezze e frugali passioni, senza che nulla di concreto si venga a creare, soprattutto per colpa di lei, il cui comportamento tocca appieno una sorta di frigidità dell’anima indissolubile e inguaribile. Antonioni è stato un genio a scoprire e valorizzare il talento di M. Vitti (vero nome: Maria Luisa Ceciarelli) come attrice drammatica, specialmente perché nel seguito della sua carriera l’attrice avrebbe puntato sempre più spesso sul comico, perdendo quel lato nostalgico e affettuoso che Antonioni riusciva ad estrapolarle con magnificenza e naturalezza. La splendida fotografia in bianco e nero di Gianni Di Venanzo ritrae una Roma deserta ed estiva, come in un perenne Ferragosto in cui circolano soltanto per le strade ragazzini svogliatamente giocosi e qualche raro calesse, con le acciaierie, le ciminiere, le fabbriche e le zone industriali tecnicamente svuotate come lo sono le psicologie dei personaggi, i quali aspirerebbero ad una maggiore e più stabile sicurezza sentimentale, ma è la paura a frenarli in modo inesorabile. Delon interpreta un uomo che gioca tutte le sue carte pur di far innamorare di sé una donna che è incapace di provare sensazioni autentiche, un qualcosa che vada al di là di una semplice amicizia giocosa o di una conversazione mescolata ad una comunissima passeggiata di cui si trovano dovunque gli eguali sputati. Accanto a loro, si muovono Rabal che, nei panni di Riccardo, offre al pubblico una mezz’ora introduttiva nella quale vengono spiegati i motivi che poi costituiscono l’ossatura morale del film: la solitudine alienata e alienante degli esseri umani. Decisamente pessimistica, l’opera di Antonioni non vede alcuna via d’uscita dalla gabbia dorata in cui ci si rinchiude allo scopo di evitare i rapporti interpersonali e coltivare così i propri terrori sociali, circondandosi soltanto di oggetti lussuosi che sembrano compensare un vuoto interiore terribile, ma in realtà altro non fanno che amplificarlo facendo andare a braccetto, in un valzer orrorifico, la tensione che precede il mancato avvenimento speciale col timore di vincere le altrui resistenze quando si tratta di compiere un passo avanti. E non serve che di mezzo ci sia una rumorosa banca dove tutti urlano al rialzo per i titoli di Stato pur di arricchirsi con cospicua avidità: è solo caos che copre un silenzio destinato a non terminare, perché rimasto inascoltato. La prova della Brignone, madre affettuosa ma disinteressata alle sorti amorose della figlia (Vittoria), dà l’esempio della comunicazione inesistente fra le persone quando invece dovrebbe sussistere, quando è necessaria giacché un obiettivo da raggiungere c’è, ed è quello di conoscersi meglio parlando fra di sé per instaurare un legame significativo. Gran Premio Speciale della Giuria al XV Festival di Cannes.

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