Radiofreccia

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Il declino di un'emittente locale da sogno. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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martedì 26 novembre 2019

RADIOFRECCIA (IT, 1998) di LUCIANO LIGABUE. Con STEFANO ACCORSI, LUCIANO FEDERICO, ALESSIO MODICA, ENRICO SALIMBENI, ROBERTO ZIBETTI, FRANCESCO GUCCINI, PATRIZIA PICCININI, SERENA GRANDI
Nel 1993 Radio Raptus, emittente locale della bassa emiliana, sta per chiudere definitivamente. Tuttavia, nelle ultime due ore di attività, Bruno (L. Federico), ideatore e unico deejay della radio, racconta di come è stata fondata a Correggio (RE) nel 1975, a partire da un semplice trasmettitore da cinque watt e dischi portati dagli amici, da un quintetto di giovani nullafacenti con grandi sogni: Bruno, Tito (E. Salimbeni), Iena (A. Modica), Boris (R. Zibetti) e Ivan detto Freccia, il leader del gruppo che poi morirà per overdose di eroina. Le tragicomiche vicissitudini, gli scherzi, gli amori e le passioni che l’emittente attraversa in questi diciotto anni condurranno poi i sopravvissuti a ribattezzarla Radiofreccia. Tratto dai racconti di Fuori e dentro il borgo (1997) di Luciano Ligabue, sceneggiato dall’autore-regista con Antonio Leotti. Raro caso di film italiano di ambiente radiofonico, coglie nel segno narrando con una spensieratezza levigata in certi tratti da asperità l’epoca delle radio libere negli anni ’70, quando il connubio fra amici al bar, droga e la New Wave del rock costituivano un approccio di pensiero per la gioventù post-sessantottina. Già da qualche tempo Domenico Procacci andava in cerca di un soggetto che narrasse la vita della provincia padana così come emergeva dalle canzoni del rocker emiliano. Ligabue, contattato inizialmente solo come soggettista, fu entusiasta del progetto al punto da volerne assumere lui la regia, sia pure sotto la supervisione attenta del più esperto Antonello Grimaldi. Con un occhio ad American Graffiti e a Fellini, ecco nascere un’opera fresca, inusuale, autobiografica, vitale, che era destinata sulla carta solo ai fan di Ligabue, e che invece trovò intorno a sé un pubblico molto più vasto (quasi un milione di spettatori paganti). Definito dallo stesso cantautore la versione senza oceano di Un mercoledì da leoni. La linea d’ombra con cui arricchì questo discorso, citandola come elemento intravisto a lavoro finito, è quella che separa il mondo degli adolescenti da quello degli adulti, e nel film compaiono i temi cari al Liga: l’Emilia con le sue leggende paesane, i suoi personaggi bizzarri (il barista-confessore, l’appassionato di cinema soprannominato Bonanza, il sosia di Elvis Presley), la fine della giovinezza, la paura del futuro e dell’età adulta, la delusione per i sogni non concretizzati. Nonostante la scrittura un po’ ruvida e le scivolate involontarie nel patetico, il disegno dei personaggi appare oltremodo realistico, e risulta efficace la direzione degli attori (specialmente Salimbeni, un magnifico Accorsi, la sempre brava Piccinini e un inedito Guccini in veste di barista) in un quadro governato da uno sguardo ammirevole nella sua disincantata dimestichezza. Film basato sui personaggi che soffrono in parte per una struttura rigida (appena abbozzata la madre trasandata di Freccia, dunque poco riuscita nella definizione) che però non manca di estrarre trovate eccellenti malgrado i tempi morti individuabili qua e là nella naturalezza della recitazione. La sua simpatia genuina ne rivela la nostalgia senza rimpianto né autocompassione, potendo contare su un umorismo di base pressoché dominante che si fa controbilanciare da un senso molto fisico del drammatico teso a innescare la commozione spontanea. La Fandango di Procacci sborsò non poco denaro per coprire i costi della colonna sonora (Lou Reed, David Bowie, Lynyrd Skynyrd, Creedence Clearwater Revival, Roxy Music, Doobie Brothers). Nastro d’argento e David di Donatello a Ligabue per il miglior regista esordiente. Tre Globi d’oro (stampa estera): film, regia, musica (Alessio Vlad). Ciak d’oro a S. Accorsi. Il tema delle radio libere, celebrato nel 1976 anche dalla canzone-simbolo di Eugenio Finardi, vede la sua esemplificazione completa in Guccini, il cantastorie che più di ogni altro ha simboleggiato la rabbia e le amarezze, l’intelligenza e l’impegno degli anni ’70.

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