Anzitutto Tony: è il giovane Anthony Burdain, futuro chef, scrittore e viaggiatore, morto suicida nel 2018. Il suo bestseller "Kitchen Confidential". Nei suoi panni si trova Dominic Sessa (cognome siciliano, comune a molti italoamericani del New Jersey).
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Il punto forte di questo film, più che la sceneggiatura, che a tratti si sfilaccia, rallenta o accelera, è l’interpretazione dei due protagonisti.
Anzitutto Tony: è il giovane Anthony Burdain, futuro chef, scrittore e viaggiatore, morto suicida nel 2018. Il suo bestseller "Kitchen Confidential". Nei suoi panni si trova Dominic Sessa (cognome siciliano, comune a molti italoamericani del New Jersey). Lo abbiamo già visto nel ruolo di Angus Tully, lo studente di The Holdovers, rimasto nel college durante le vacanze di Natale (ruolo assunto quasi casualmente, che gli valse una nomination al Premio BAFTA come miglior attore non protagonista). A Dominic Sessa, con i capelli ricci e l’espressione da adolescente sfigato, scontroso, a tratti incazzato, si addicono bene le storie ambientate negli anni ’70 (vale per tutti due i film citati). Dovrà però, in futuro, staccarsi da questo cliché per far vedere il suo talento.
L’altro personaggio è Antonio Banderas, il bell’attore spagnolo tanto richiesto da Pedro Almodovar. Qui è maturo, brizzolato, uno chef che gestisce un ristorantino di pesce a Cape Cod, nel Massachusetts, dove ha realmente iniziato la sua carriera Anthony Burdain, alternando severità e comprensione verso i suoi collaboratori. Rappresenta l’età adulta, con le sue responsabilità.
Tony, studente universitario, ambiva a vincere una borsa di studio per scrivere un bildungsroman (alquanto bizzarro). Finisce invece per essere protagonista di una reale storia di formazione che si sviluppa sulla sua pelle, a suon di fallimenti che cerca di coprire con fantasiose bugie. In realtà, persa la borsa di studio, scappa dal New Jersey per inseguire la ragazza dei suoi sogni, e si trova a fare il lavapiatti per tutta l’estate. Sembra la storia di un perdente, di uno dei ragazzi disperati su cui ha tanto scritto il giovane Springsteen. Ma la dura esperienza gli insegna, ancor più che l’amore della cucina, il rispetto della verità, qualunque essa sia.
Pur essendo piacevole, ben ambientato, curato nella fotografia, manca a mio parere dal punto di vista del sonoro. La musica degli anni ’70 (mi pare che siamo nel 1976) è assente (lo chef maturo ascolta jazz), ma qualche pezzo di Bruce ci voleva proprio…
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