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pigi51
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martedì 20 gennaio 2026
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un horror psicologico da non dimenticare
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Capolavoro assoluto, il miglior film di Pupi Avati (1976) questo spaccato gotico-horror della pianura padana, con i suoi silenzi, le sua omertà, le sue tenebre che racchiudono sempre dei lampi di paura. E' certamente, con SHINING, del 1980, il miglior horror psicologico mai realizzato, con quelle atmosfere tipiche dell'entroterra padano, una trama ingarbugliata ma nello stesso tempo capace di colpi di scena da lasciare senza fiato. Ancora oggi tanti appassionati cercano le location del film, ormai devastate dal tempo, come Villa Boccaccini o il rudere della casa con le finestre che ridono, dove il pittore pazzo dipingeva l'agonia delle sue vittime torturate dalle due sorelle carnefici alle quali si congiungeva carnalmente.
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Capolavoro assoluto, il miglior film di Pupi Avati (1976) questo spaccato gotico-horror della pianura padana, con i suoi silenzi, le sua omertà, le sue tenebre che racchiudono sempre dei lampi di paura. E' certamente, con SHINING, del 1980, il miglior horror psicologico mai realizzato, con quelle atmosfere tipiche dell'entroterra padano, una trama ingarbugliata ma nello stesso tempo capace di colpi di scena da lasciare senza fiato. Ancora oggi tanti appassionati cercano le location del film, ormai devastate dal tempo, come Villa Boccaccini o il rudere della casa con le finestre che ridono, dove il pittore pazzo dipingeva l'agonia delle sue vittime torturate dalle due sorelle carnefici alle quali si congiungeva carnalmente. Tutto l'insieme è fantastico, dalle calde tonalità soleggiate delle paludi ferraresi , alla assenza di splatter o profondi rossi argentiani, alle musiche di Amedeo Tommasi che mettono i brividi, fino alla straordinaria interpretazione di Lino Capolicchio, che ritroveremo in quello che sarà il capolinea della saga gotica padana, IL SIGNOR DIAVOLO. Non per niente Dario Argento aveva pensato a lui per la parte di protagonista in Profondo Rosso, progetto non andato a buon fine per un grave incidente in auto che aveva colpito l'attore. In sintesi un film da rivedere dopo 50 anni per gustare quei bisbigli, quei sussurri, quelle voci sul magnetofono, quelle visioni metafisiche della provincia romagnola dove cova il fuoco sotto la cenere.
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mila g.
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venerdì 2 agosto 2024
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imbarazzante...
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Pur volendo giustificare le numerose incongruenze del film attribuendole ai rudimentali strumenti di produzione del tempo, le assurdità che caratterizzano la trama sono veramente troppe. Il non senso domina sovrano dall'inizio alla fine della pellicola, ai cui protagonisti, in ogni caso, non era evidentemente richiesta alcuna dote attoriale o capacità recitativa. Anzi, ritengo che sia stata fatta un'accurata selezione per escludere interpreti anche minimamente capaci di recitare seriamente la propria parte. Mi ha molto sorpreso sapere che diversi membri del cast abbiano comunque avuto una carriera artistica, in qualche caso abbastanza importante. Che dire, la storia non è affatto un giallo. Suscita perplessità e, soprattutto, ilarità per le situazioni ingenue che propone allo spettatore.
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Pur volendo giustificare le numerose incongruenze del film attribuendole ai rudimentali strumenti di produzione del tempo, le assurdità che caratterizzano la trama sono veramente troppe. Il non senso domina sovrano dall'inizio alla fine della pellicola, ai cui protagonisti, in ogni caso, non era evidentemente richiesta alcuna dote attoriale o capacità recitativa. Anzi, ritengo che sia stata fatta un'accurata selezione per escludere interpreti anche minimamente capaci di recitare seriamente la propria parte. Mi ha molto sorpreso sapere che diversi membri del cast abbiano comunque avuto una carriera artistica, in qualche caso abbastanza importante. Che dire, la storia non è affatto un giallo. Suscita perplessità e, soprattutto, ilarità per le situazioni ingenue che propone allo spettatore. Forse l'unico guizzo di una quasi originalità è da ricercare nel finale. Penso che il regista abbia realizzato cose molto migliori, successivamente.
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jonnylogan
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martedì 9 aprile 2024
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la brughiera ferrarese
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Abbandonate per una prima, ma non ultima volta, le sue ambientazioni Bolognesi Avati riesce a sfornare una pellicola fra le migliori del suo repertorio ma che s’incastona alla perfezione nel filone dei suoi ricordi d’infanzia per quanto con una deriva horror - thriller impreziosita dalla colonna sonora firmata da Amedeo Tommasi, capace di sottolineare ogni momento della pellicola fino a far sobbalzare lo spettatore sul proprio posto.
Basandosi su un’esperienza d’infanzia, il ritrovamento di un cadavere di donna all’interno della tomba di un parroco di paese, Avati riesce a creare una storia semplice ma dalle tinte thriller, ponendo le valli di Comacchio e la provincia della ‘sua Bologna’, entrambe usate per ambientare la pellicola, al centro di una narrazione dal sapore Felliniano.
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Abbandonate per una prima, ma non ultima volta, le sue ambientazioni Bolognesi Avati riesce a sfornare una pellicola fra le migliori del suo repertorio ma che s’incastona alla perfezione nel filone dei suoi ricordi d’infanzia per quanto con una deriva horror - thriller impreziosita dalla colonna sonora firmata da Amedeo Tommasi, capace di sottolineare ogni momento della pellicola fino a far sobbalzare lo spettatore sul proprio posto.
Basandosi su un’esperienza d’infanzia, il ritrovamento di un cadavere di donna all’interno della tomba di un parroco di paese, Avati riesce a creare una storia semplice ma dalle tinte thriller, ponendo le valli di Comacchio e la provincia della ‘sua Bologna’, entrambe usate per ambientare la pellicola, al centro di una narrazione dal sapore Felliniano. Popolando il paese, innominato per tutto il corso della pellicola, e che al calar del sole sembra uscire direttamente dalla brughiera inglese, di personaggi stereotipati. Basti pensare al parroco e all’ufficiale dei carabinieri, così come Gianni Cavina, attore feticcio del regista Felsineo, nel ruolo di un tassista alcolizzato, perfettamente interpretato e caratterizzato esattamente come ogni personaggio, che alla fine porta alla creazione di un quadro d’insieme rurale e misterioso, nel quale il corpo estraneo di Stefano: Lino Capolicchio, altro attore da sempre vicino al cineasta bolognese, passa progressivamente dall’essere accettato, all'essere sopportato, fino a essere inviso alla cittadinanza, per finire con l'essere in pericolo.
Avati riesce quindi a muoversi dalla sua 'comfort zone' creando un gioiello horror che all'epoca della sua uscita suscitò numerose critiche positive che lo portarono a vincere il Premio della Critica al Festival du Film Fantastique di Parigi del 1976 e che in seguito issarono la pellicola a horror - cult Italiano di riferimento degli anni '70, esattamente alla stregua delle pellicole di Dario Argento, due su tutte Profondo Rosso (id.; 1975) e L’Uccello dalle Piume di Cristallo (id.; 1970).
Perfetto per una serata nella 'brughiera ferrarese' ma sempre intravedendo nelle pieghe di una pellicola dei fratelli Avati quel clima di malinconia e ricordo che ne contraddistinguono il cinema.
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amomino
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martedì 21 novembre 2023
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film o realtà?
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Visto e rivisto decine di volte nel corso degli anni. Pur apprezzandolo molto a dover dare un giudizio la questione si riduce a un solo punto: considerarlo da film o considerarlo in un contesto di verosimiglianza con la realtà?
Nel primo caso lo valuterei ****. Nel secondo è tutt'altra storia in quanto è proprio la sceneggiatura l'unico grande nervo scoperto della pellicola.
[spoiler]
Stefano (il protagonista) avrebbe già dovuto sospettare dal funerale di Mazza (quello cascato) recitato in portoghese dell'andazzo delle cose tanto più che aveva già ascoltato il nastro del Legnani (e forse già ancor prima da li), e siamo solo al minuto 43 a ben 62 minuti dalla fine del film.
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Visto e rivisto decine di volte nel corso degli anni. Pur apprezzandolo molto a dover dare un giudizio la questione si riduce a un solo punto: considerarlo da film o considerarlo in un contesto di verosimiglianza con la realtà?
Nel primo caso lo valuterei ****. Nel secondo è tutt'altra storia in quanto è proprio la sceneggiatura l'unico grande nervo scoperto della pellicola.
[spoiler]
Stefano (il protagonista) avrebbe già dovuto sospettare dal funerale di Mazza (quello cascato) recitato in portoghese dell'andazzo delle cose tanto più che aveva già ascoltato il nastro del Legnani (e forse già ancor prima da li), e siamo solo al minuto 43 a ben 62 minuti dalla fine del film.
Ancora, minuto 57, Coppola che sa tutto e tutto sommato gli sta simpatico Stefano, si reca con lui proprio al casolare della paralitica a sentire il nastro?? Ma è rincoglionito? Verosimilmente avrebbe messo in guardia l'amico di andarsene da li con la ragazza il più presto possibile.
Ancora, minuto 73, Francesca (la maestra) dice "prima sono scappata urlando, ho avuto la sensazione di qualcosa di mostruoso, che qualcuno mi stesse spiando"; e dopo tutto questo rimani ancora li e pure da sola a fare le valige!? Sarebbe stato plausibile che per lo meno avesse chiesto a Stefano di rimanere qualche altro minuto fino a quando i bagagli non erano pronti per andare via insieme. Poi sapendo che dovevano partire l'indomani mattina, ste valigie non potevano farle la sera prima!?
In sintesi il film è un brodo allungato a dismisura in cui regista e sceneggiatori basano con faciloneria la narrazione su una tanto lunga quanto poco probabile serie di incertezze del protagonista di cui il povero Capolicchio passa (immeritatamente) per uno dei più rintronati della storia del cinema.
Potrei andare avanti a lungo su tante altre cose: la paesana che digitaleggia l'organo a casaccio, il brutto focus sui clienti avatiani del ristorante che sembrano usciti da Freak, ecc. ecc.
Anche a rivederlo sempre con piacere, per obiettività il mio giudizio deve essere a malincuore **, ma vediamocelo e apprezziamolo così com'è, con il suo fascino e le sue "irregolarità".
Un'ultima chicca, la frase più ridicola di tutto il film. Fine minuto 66, Stefano tutto infervorato tuona in chiesa "non lo so, MA SENTO CHE QUESTA STORIA MI APPARTIENE!"(va vattene a aff!). Mi fa scassare ogni volta.
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figliounico
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lunedì 5 dicembre 2022
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suggestione nostalgia e nouvelle vague
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La trama esile ed irrealistica zeppa di contraddizioni e di incongruenze e la mancanza di spessore dei personaggi sono le pecche più evidenti di questo horror di Avati anni ’70 che attinge a piene mani per la sceneggiatura a Profondo rosso di Argento e per le atmosfere ai thriller ambientati nella provincia francese di Chabrol, come Il tagliagole. Tuttavia, rivista dopo più di quarant’anni, la pellicola conserva un certo fascino a cominciare dal titolo suggestivo che è rimasto impresso nella memoria collettiva dei giovani di allora. Qualche scena girata con cinepresa in spalla ed in presa diretta mima lo stile della Nouvelle vague come quella del dialogo nella vecchia villa tra Lino Capolicchio, già attore affermato, e la giovanissima Francesca Marciano, ma la colonna sonora, datata e oramai inascoltabile, irrompe sovrastando il parlato e rovinando così irrimediabilmente tutto.
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mr.rizzus
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lunedì 15 febbraio 2021
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capolavoro
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mr.rizzus
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mercoledì 10 febbraio 2021
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cult
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mr.rizzus
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lunedì 8 febbraio 2021
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movieman
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lunedì 3 febbraio 2020
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orrore campestre, silenzi inquietanti
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Apparso sugli schermi cinematografici nel 1976, questo film lanciò definitivamente la carriera di Pupi Avati e diventò un cult-movie dell'horror, benché sia sostanzialmente un thriller psicologico. Pupi Avati, con l'ausilio di una sceneggiatura scritta insieme al fratello Antonio, a Gianni Cavina e a Maurizio Costanzo (sì, proprio lui) scavò fra i ricordi della sua infanzia e nel mondo dell'Emilia- Romagna contadina portando alla luce una storia dove il terrore e la morte violenta sono in agguato tra casolari isolati e una campagna che sembra sterminata e dietro le omissioni e i segreti di alcuni personaggi apparentemente amichevoli e bonari.
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Apparso sugli schermi cinematografici nel 1976, questo film lanciò definitivamente la carriera di Pupi Avati e diventò un cult-movie dell'horror, benché sia sostanzialmente un thriller psicologico. Pupi Avati, con l'ausilio di una sceneggiatura scritta insieme al fratello Antonio, a Gianni Cavina e a Maurizio Costanzo (sì, proprio lui) scavò fra i ricordi della sua infanzia e nel mondo dell'Emilia- Romagna contadina portando alla luce una storia dove il terrore e la morte violenta sono in agguato tra casolari isolati e una campagna che sembra sterminata e dietro le omissioni e i segreti di alcuni personaggi apparentemente amichevoli e bonari. La storia è quella di un giovane restauratore, Stefano, che deve "rimettere a nuovo" un dipinto in una chiesa di un paesino della provincia ferrarese. Il dipinto sembrerebbe raffigurare il martirio di san Sebastiano ma ben presto, una volta iniziato il lavoro, Stefano comincia a rendersi conto che c'è qualcosa che non va: un suo amico d'infanzia che ha appena scoperto qualcosa di scomodo viene ucciso, qualcuno cerca di intimorirlo e, inoltre, nel dipinto riaffiorano alla luce due donne, due torturatrici, che nulla hanno a che vedere con il soggetto sacro. La macabra verità verrà a galla dopo altre morti violente.
Film macabro (trattandosi di un film di paura, devo precisare che è un pregio), lontano anni luce dalle opere contemporanee di Argento perché le opere del regista romano hanno ambientazioni urbane mentre quella di Avati (e molte delle successive di questo poliedrico regista ascrivibili al thriller o all'horror) cerca la paura in ambito campestre e, per essere più precisi, nella campagna emiliana e fra i silenzi, i paesaggi assolati e le anse dei fiumi. Invece l'orrore (fonte primigenia della paura evocata dal film) scaturisce qui dalle pieghe della mente e si espande, a poco a poco, nella storia rendendo il film una delle opere più disturbanti (oltre che una delle più geniali e inventive) del cinema italiano e dove il finale, non da raccontare ma da vedere,non solo è assolutamente in linea con il grottesco perturbante e un pò felliniano del film (Avati e Fellini hanno molto in comune e provengono dalla medesima regione), ma dimostra come ciò che è potenzialmente ridicolo, nelle mani di un regista fantasioso e capace, può diventare autenticamente spaventoso e memorabile.
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carlo
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venerdì 31 gennaio 2020
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orrori nostrani
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Nei primi anni 50 il giovane restauratore Stefano (Lino Capolicchio) si reca in un desolato paese del Comacchio ferrarese popolato perlopiù da pochi elementi anziani, asociali e handicappati di vario genere (un autista alcolizzato, un perito agrario depresso, un sacrestano balordo, un sindaco nano, una vecchia paralitica, etc.) per mettere a posto un affresco sacro raffigurante un martirio, opera di un pittore naif che dipingeva soggetti umani morti o moribondi, suicidatosi dopo essere tornato dal Brasile insieme alle due sorelle altrettanto mentalmente squilibrate, morbosamente legate a lui da un folle rapporto d’ amore incestuoso. Dopo l’ apparente suicidio di un suo amico depresso che indagava sulla vita di quel rozzo artista necrofilo, anche Stefano comincia a indagare ossessivamente da solo, scoprendo che dietro al suicidio del pittore pazzo si celano delle inquietanti vicende di persone scomparse, uccise dalle sue sorelle per procurargli delle nuove “nature morte” da ritrarre, favorite dalla complicità dei loro compaesani.
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Nei primi anni 50 il giovane restauratore Stefano (Lino Capolicchio) si reca in un desolato paese del Comacchio ferrarese popolato perlopiù da pochi elementi anziani, asociali e handicappati di vario genere (un autista alcolizzato, un perito agrario depresso, un sacrestano balordo, un sindaco nano, una vecchia paralitica, etc.) per mettere a posto un affresco sacro raffigurante un martirio, opera di un pittore naif che dipingeva soggetti umani morti o moribondi, suicidatosi dopo essere tornato dal Brasile insieme alle due sorelle altrettanto mentalmente squilibrate, morbosamente legate a lui da un folle rapporto d’ amore incestuoso. Dopo l’ apparente suicidio di un suo amico depresso che indagava sulla vita di quel rozzo artista necrofilo, anche Stefano comincia a indagare ossessivamente da solo, scoprendo che dietro al suicidio del pittore pazzo si celano delle inquietanti vicende di persone scomparse, uccise dalle sue sorelle per procurargli delle nuove “nature morte” da ritrarre, favorite dalla complicità dei loro compaesani. Per poco Stefano non farà la stessa fine dei modelli del pittore dopo aver trovato morte altre persone.
Un esempio di thriller nostrano alla Dario Argento che si differenzia dalle numerose imitazioni per un basso numero di morti e di particolari raccapriccianti, a parte nei titoli di testa e nella parte finale, girato da un allora già noto regista romagnolo di commedie, alcune di ambientazione rurale. Anche in questo esempio del sottogenere degli spaghetti thrillers ci sono delle situazioni già viste in film americani molto più noti, da “Psyco” a “Che fine ha fatto Baby Jane?” e una trama piuttosto inverosimile come nei film di Argento. Pare che sia stato girato a basso costo e in poco tempo soltanto per ragioni economiche, per rimediare subito a un precedente fiasco, una commedia con Christian De Sica intitolata “Bordella”.
Nonostante che molte situazioni rasentano l’ assurdità più delirante, così come la psicologia dei personaggi principali, l’ ambientazione nelle campagne deserte e in vecchi interni poco illuminati, i pochi macabri particolari visivi e sonori e l’ efficace colonna sonora di Amedeo Tommasi, rendono il film abbastanza avvincente, anche se visto oggi deluderebbe chi vuole vedere solo realistiche scene di violenza e facili spaventi. Il tragico finale a sorpresa non doveva lasciare nessuna speranza all’ incauto protagonista ma venne leggermente modificato per volere del produttore. La casa del titolo sarebbe un vecchio casolare con le finestre dipinte dove viveva il pittore matto. Le vecchie abitazioni usate come set oggi sono scomparse del tutto o quasi. Premiato all’ estero ma visto poco in patria, compreso sul piccolo schermo, questo film divenne più celebre molto tempo dopo la sua uscita al cinema, dove riscosse un discreto successo, oggi ricordato tra i film più famosi e apprezzati di Avati.
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