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alex
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martedì 23 luglio 2024
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magnifico
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Film che rimanda alle tematiche e la cifra espressiva di Buzzati ("Il deserto dei tartari", in particolare") e a un cinema italiano prezioso e raro; orgogliosamente di nicchia. Vi consiglio, per cui, di recuperarne la visione qualora lo aveste perduto: le colpe della distribuzione nostrana - nel resto dell'Europa la situazione è ben altra... - giustificano quella che mi sento di definire la brutalizzazione della visione di un film, nato per la sala, sul piccolo schermo. La vicenda si svolge in una fortezza, in epoca e luogo volutamente imprecisati; protagonisti: un pericoloso prigioniero senza nome, né età, né volto, la cui unica 'voce' è il suono ammaliante del proprio violino, e la giovane pianista Adele, moglie del capitano della prigione e mamma del piccolo Ottaviano, con la quale l'uomo intreccia un rapporto tanto inatteso e sconvolgente - verrebbe da dire, misteriosamente predestinato - quanto salvifico, ma al contempo divorante; in senso materico.
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Film che rimanda alle tematiche e la cifra espressiva di Buzzati ("Il deserto dei tartari", in particolare") e a un cinema italiano prezioso e raro; orgogliosamente di nicchia. Vi consiglio, per cui, di recuperarne la visione qualora lo aveste perduto: le colpe della distribuzione nostrana - nel resto dell'Europa la situazione è ben altra... - giustificano quella che mi sento di definire la brutalizzazione della visione di un film, nato per la sala, sul piccolo schermo. La vicenda si svolge in una fortezza, in epoca e luogo volutamente imprecisati; protagonisti: un pericoloso prigioniero senza nome, né età, né volto, la cui unica 'voce' è il suono ammaliante del proprio violino, e la giovane pianista Adele, moglie del capitano della prigione e mamma del piccolo Ottaviano, con la quale l'uomo intreccia un rapporto tanto inatteso e sconvolgente - verrebbe da dire, misteriosamente predestinato - quanto salvifico, ma al contempo divorante; in senso materico. Il prigioniero e la sua platonica amante, in virtù del linguaggio senza tempo / confini, diverranno un'unica anima, fino ad essere accomunati dalla morte. Un destino che porterà il capitano, al momento della prevista distruzione della fortezza ad avvenuto decesso del recluso, a fare ritorno, insieme al figlio Ottaviano, nel "mondo fuori" dove è precluso ogni incantesimo e sogno, ma forse resiste ancora quel barlume di Vita che Adele aveva fatalmente e dolorosamente. smarrito...
Immagini che conquistano, come la musica di Andrea Morricone, e gli interpreti - su tutti; Margherita Buy, in un ruolo che esalta, come poche volte è capitato di vedere, tutte le sue qualità di grande attrice - ed una visione di cinema libera, seducente, ispirata.
Davvero emozionante.
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andrea brighi
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domenica 2 maggio 2021
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il senso dell''essere dell''"umana prigionia"
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Andare al cinema, lo sappiamo, è un rituale che ci è stato privato e solo ora, anche se in parte, restituito. Certo, abbiamo continuato a vedere film in ogni modo possibile, ma molti di noi - io tra costoro - hanno capito, una volta di più, cosa significhi la visione sul grande schermo. Ma c'è chi sostiene che si tratti di una visione nostalgica, che la fruizione di un'opera filmica deve ormai fare i conti con l'evoluzione/trasformazione tecnologica, che il "grande schermo" è auspicabile, in fondo, per i film-giocattolo provenienti da oltre Oceano, zeppi di effetti speciali ma sovente poveri di contenuti. Con amarezza, penso che rischi di trattarsi di un falso problema se l'offerta, soprattutto, in Italia, è quella di un cinema insulso che insegue il mercato e le mode.
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Andare al cinema, lo sappiamo, è un rituale che ci è stato privato e solo ora, anche se in parte, restituito. Certo, abbiamo continuato a vedere film in ogni modo possibile, ma molti di noi - io tra costoro - hanno capito, una volta di più, cosa significhi la visione sul grande schermo. Ma c'è chi sostiene che si tratti di una visione nostalgica, che la fruizione di un'opera filmica deve ormai fare i conti con l'evoluzione/trasformazione tecnologica, che il "grande schermo" è auspicabile, in fondo, per i film-giocattolo provenienti da oltre Oceano, zeppi di effetti speciali ma sovente poveri di contenuti. Con amarezza, penso che rischi di trattarsi di un falso problema se l'offerta, soprattutto, in Italia, è quella di un cinema insulso che insegue il mercato e le mode. Capita, per fortuna, di essere qualche volta smentiti: è il caso del film di Petrocchi, che vidi la prima volta al Festival Internazionale del Cinema Berlino, tratto da un libro di Paola Capriolo. Si tratta del racconto di una prigionia - quella di un uomo di cui nulla si sa, tranne che si è macchiato di gravi colpe - e di quella, solo in parte diversa, della consorte della capitano della fortezza dove è detenuto il prigioniero. La donna - apprezzata pianista, amabile ed elegante, quanto intimamente sola come molte nobildonne di fine Ottocento - trova la sua "via fuga" grazie alla musica, allo stesso modo del misterioso prigioniero, che si rivela uno straordinario violinista. Trai i due, inzia così, un intenso dialogo fatto di note, che trasformerà entrambe le esistenze e le unirà fino alla morte.
Il film emoziona e fa riflettere sull'"umana prigionia", attraverso immagini di grande suggestione pittorica - la fotografia è di Camillo Bazzoni - una regia controllata e un senso del cinema alto. Contribuiscono al fascino della pellicola, le prove notevoli di Margherita Buy (Adele) in particolare, e del francese Arnaud Arbessier (Eugenio, il capitano della fortezza). Ma quello che colpisce è il "mondo" - fatto di musica e silenzi (quelli dell'anima), di passione e mistero - che il film ti fa conoscere e abitare, assieme ai suoi protagonisti.
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chiaraler
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lunedì 7 febbraio 2011
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la musica come linguaggio dell'anima
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Mi capita spesso di vestire i panni di palatina del cinema italiano contemporaneo, persuasa che esistano, soprattutto in questo momento, autori all'altezza di coloro che l'hanno fatto grande nel mondo. Negarlo, ha l'effetto di rafforzare l'alibi di produttori poco illuminati e spettatori distratti, esterofili per partito preso. Basterebbe guardare ai successi, in Italia e all'estero, di Garrone e Sorrentino, ma anche dell'ultimo film di Mario Martone, autore bollato talvolta come "elitario". Un'ulteriore conferma viene da questo film diretto da Roberto Petrocchi, che avevo colpevolmente perso alla sua uscita ed ho potuto apprezzare grazie ad un invito a casa di amici.
La vicenda è tratta dal racconto "Il gigante" di Paola Capriolo.
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Mi capita spesso di vestire i panni di palatina del cinema italiano contemporaneo, persuasa che esistano, soprattutto in questo momento, autori all'altezza di coloro che l'hanno fatto grande nel mondo. Negarlo, ha l'effetto di rafforzare l'alibi di produttori poco illuminati e spettatori distratti, esterofili per partito preso. Basterebbe guardare ai successi, in Italia e all'estero, di Garrone e Sorrentino, ma anche dell'ultimo film di Mario Martone, autore bollato talvolta come "elitario". Un'ulteriore conferma viene da questo film diretto da Roberto Petrocchi, che avevo colpevolmente perso alla sua uscita ed ho potuto apprezzare grazie ad un invito a casa di amici.
La vicenda è tratta dal racconto "Il gigante" di Paola Capriolo. Vi si narra della "corrispondenza musicale" tra un misterioso prigioniero, rinchiuso in un'angusta cella da tempo immemorabile, e la consorte del capitano della prigione. Accade, così, che il recluso, di cui è possibile scorgere solo la gigantesca ombra proiettata sulla finestra della prigione, risponda con il suo violino alle note del pianoforte della donna. Un dialogo tra spiriti affini, un incontro di solitudini, che diventa, giorno dopo giorno, un accorato anelito di libertà a "due voci", oltre i confini del tempo, oltre la morte.
Se il cinema è - dovrebbe essere - un condensato di suggestioni estetiche / sollecitazioni emozionali e, sorattutto, "cibo per la mente", "Lombra del gigante" è un film da non perdere. Un'opera di innegabile potenza espressiva, con una protagonista - Margherita Buy - che ci regala un'interpretazione davvero straordinaria; forse una delle più intense e toccanti del suo ricco repertorio. Merito anche di una regia di spessore, per il dominio della materia drammaturgica e la capacità di conferire ad ogni inquadratura, scena, senquenza, un fascino ammaliante. Completano i pregi del film, una fotografia di severa bellezza dove è possibile cogliere richiami pittorici, dei costumi ed un'ambientazione scenica che connotano il film di una raffinatezza, oserei dire, viscontiana, una colonna sonora che - come avviene per i due protagonisti - "perturba l'anima": felice la contaminazione tra estratti della Sontata in La Maggiore di César Frank e brani originali composti da Andrea Morricone. Insomma, un gran film.
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sam torpedo
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giovedì 22 agosto 2002
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errore nella regia
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la regia è di Roberto Petrocchi
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