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gabriella
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lunedì 2 marzo 2026
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gli abusi del capitalismo
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Gus Van Sant, il regista di " Belli e dannati" e "Will Hunting " , torna al cinema con un film ispirato a una storia vera accaduta a indianapolis negli anni 70. Sappiamo che il cinema del regista di Lousville , è piuttosto minimale, che sta sempre tra il confine tra il mainstream hollywoodiano e la sperimentazione più radicale, i suoi personaggi spesso sono degli outsiders, giovani inquieti, persone che non hanno più nulla da perdere, appunto come in questo suo ultimo lavoro. Tony Kiritis , un uomo esasperato dai debiti, convinto di essere stato truffato da un'agenzia di mutui, la Meridian Mortgage Company, prende in ostaggio il figlio del presidente usando un meccanismo terrificante, , un fucile a canne mozze collegato al collo del prigioniero con un filo metallico ( il filo del morto), in modo che se avesse cercato di fuggire o la polizia gli avesse sparato , il fucile avrebbe fatto fuoco, lo porta a casa sua e detta le sue richieste, cinque milioni di dollari, immunità e scuse personali .
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Gus Van Sant, il regista di " Belli e dannati" e "Will Hunting " , torna al cinema con un film ispirato a una storia vera accaduta a indianapolis negli anni 70. Sappiamo che il cinema del regista di Lousville , è piuttosto minimale, che sta sempre tra il confine tra il mainstream hollywoodiano e la sperimentazione più radicale, i suoi personaggi spesso sono degli outsiders, giovani inquieti, persone che non hanno più nulla da perdere, appunto come in questo suo ultimo lavoro. Tony Kiritis , un uomo esasperato dai debiti, convinto di essere stato truffato da un'agenzia di mutui, la Meridian Mortgage Company, prende in ostaggio il figlio del presidente usando un meccanismo terrificante, , un fucile a canne mozze collegato al collo del prigioniero con un filo metallico ( il filo del morto), in modo che se avesse cercato di fuggire o la polizia gli avesse sparato , il fucile avrebbe fatto fuoco, lo porta a casa sua e detta le sue richieste, cinque milioni di dollari, immunità e scuse personali . Ci si chiede fino a che punto saremmo disposti a spingerci se ci togliessero tutto, rimanendo chiusi in quella stanza con Tony, diventiamo quasi suoi complici, vediamo il mondo esterno ( la polizia, i media , le banche), come il vero nemico, come lo vede lui, grazie alla fragilità che il protagonista trasmette,non vediamo il criminale, ma un uomo arrabbiato che urla contro un muro di gomma. E’ il paradosso del cinema da camera, più lo spazio fisico si restringe, lo spazio psicologico cresce e la tensione si taglia con il coltello. E fuori il mondo segue la diretta delle 63 ore di sequestro , mangiando muffin e popcorn, un ritratto dell’America di quel periodo che sembra parlare molto anche del nostro presente, quella sensazione che nulla sia reale finché non viene trasmesso. In questo circo mediatico c’è tutto, la giornalista in cerca della notizia sensazionale, lei non vuole che la situazione finisca, vuole che finisca in modo memorabile, e poi c’è il DJ, la voce amica”che funge da ponte surreale, Tony si fida di lui perché lo sente come uno del popolo, ma il DJ cavalca l’onda dell’audience, la radio al tempo era l’unico social nedia in diretta. Forse non tutti sanno che Gus Van Sant è anche fotografo , pittore e musicista e questo spiega la cura per la composizione dell’inquadratura e per il design del suono, come nella scena al telefono con il padre del sequestrato ( Ad Al Pacino bastano pochi frammenti per confermarsi grande attore), che crea un contrasto insopportabile, l’imperturbabilità di marmo del padre mentre discute di termini legali con il figlio letteralmente “al guinzaglio “ del fucile e il sudore di Tony in primi piani che ti fanno sentire il peso dell’aria che sta respirando.Il personaggio di Al Pacino incarna quel tipo di orgoglio che preferisce rischiare la tragedia familiare piuttosto che ammettere un errore sistemico. Forse anche per questo Tony Kkiritis divenne una specie di eroe popolare per una parte dell’opinione pubblica dell’epoca s,tanca delle banche e del sistema creditizio, il film di Van Sant sembra suggerire che nonostante siano passati 50 anni, quel sentimento di frustrazione sociale sia ancora estremamente attuale, non si limita a girare un semplice thriller, ma esegue un’anatomia chirurgica del potere. Bill Skarsgard è magnetico, la sua performance è fisica, febbrile, incarna perfettamente un uomo comune spinto al limite, è intenso nelle contratture d’immagini, riesce a gestire perfettamente le esplosioni di rabbia alternandole a momenti di lucidità quasi commoventi, riempie lo spazio filmico con la sua statura, in modo inquietante, trasmette tensione, pretende attenzione, E la ottiene.
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eugenio
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lunedì 15 giugno 2026
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un nodo al sogno americano
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Gus Van Sant torna ai loser dei suoi film d’antan, Milk in primis, storia politica di un sequestro storico che tenne l’America per sessanta e passa ore col fiato sospeso. La solita sporca vicenda di un uomo, Tony (Bill Skarsgård), che nel lontano 1977, prese in ostaggio il figlio della Meridian Mortgage Company, Richard O. Hall, legandogli un cavo intorno al collo collegato a un fucile a canne mozze. Voleva pubbliche scuse, risarcimento per essere stato “derubato” dall’agenzia, a seguito cessione del suo terreno, minacciando ovviamente di morte il pargolo.
In mezzo altre vite, raccontate con piglio documentaristico dal conduttore radiofonico Fred e l’ambizione di una giornalista in odore di scoop.
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Gus Van Sant torna ai loser dei suoi film d’antan, Milk in primis, storia politica di un sequestro storico che tenne l’America per sessanta e passa ore col fiato sospeso. La solita sporca vicenda di un uomo, Tony (Bill Skarsgård), che nel lontano 1977, prese in ostaggio il figlio della Meridian Mortgage Company, Richard O. Hall, legandogli un cavo intorno al collo collegato a un fucile a canne mozze. Voleva pubbliche scuse, risarcimento per essere stato “derubato” dall’agenzia, a seguito cessione del suo terreno, minacciando ovviamente di morte il pargolo.
In mezzo altre vite, raccontate con piglio documentaristico dal conduttore radiofonico Fred e l’ambizione di una giornalista in odore di scoop. Il cavo diviene così metafora di connessione, intreccio di esistenze che si avvinghiano al collo in maniera sempre più letale tra commedia nera, grottesco (penso a Lanthimos in alcuni punti) ma soprattutto tanta crisi esistenziale, emblema di un sogno americano fallito.
Prevale il disagio in Dead man’s wire, in profumo di Quel pomeriggio di un giorno da cani, ma Van Sant, abilmente, lo innerva nella spettacolarizzazione di un sogno infranto, fragile come un elefante in un negozio di cristalli. Attraverso i media, il regista porta la tragedia fino all’assurdo: Tony diventa quasi un idolo popolare, mentre la folla trasforma la sua frustrazione in incitamento alla violenza e allo spargimento di sangue. I richiami agli anni ’70, da Love To Love You Baby di Donna Summer messa in onda dal dj agli echi del cinema politico dell’epoca, non sono semplice nostalgia, ma materia viva di un’America ancora incapace di distinguere il dolore dallo spettacolo. È qui che il film trova la sua forza più amara: non tanto nella cronaca del sequestro, quanto nel ritratto di una rabbia collettiva pronta a farsi mito, rumore, consumo. Una riflessione aspra sulla natura umana e sulla sua stronzaggine — Pacino, qui, ne è maestro — dove la frustrazione non resta mai privata, ma diventa il combustibile di un intero immaginario sociale.
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jonnylogan
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martedì 9 giugno 2026
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luigi mangione ante litteram
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Ricordate Luigi Mangione? L'ingegnere Italo - Americano che uccise a sangue freddo Brian Thompson, CEO della UnitedHealthcare, reo di rappresentare il sistema sanitario americano in mano alle assicurazioni ? Esattamente come in quel caso, che sollevò miriadi d'interrogativi sulla protesta contro un sistema malato, così anche il film di Gus Van Sant, non nuovo ai temi legati all’uso improprio delle armi, suo il pluripremiato Elephant (id.; 2003) ispiratosi alla strage della Columbine High School , decide di riesumare un vecchio fatto di cronaca quasi del tutto rimosso, ma che fra le mani del regista originario di Louisville apre un interrogativo grande come una voragine, riguardo un’economia fortemente liberale e competitiva come quella d’oltre oceano e dove inizino e dove terminino le responsabilità delle banche e degli istituti di credito.
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Ricordate Luigi Mangione? L'ingegnere Italo - Americano che uccise a sangue freddo Brian Thompson, CEO della UnitedHealthcare, reo di rappresentare il sistema sanitario americano in mano alle assicurazioni ? Esattamente come in quel caso, che sollevò miriadi d'interrogativi sulla protesta contro un sistema malato, così anche il film di Gus Van Sant, non nuovo ai temi legati all’uso improprio delle armi, suo il pluripremiato Elephant (id.; 2003) ispiratosi alla strage della Columbine High School , decide di riesumare un vecchio fatto di cronaca quasi del tutto rimosso, ma che fra le mani del regista originario di Louisville apre un interrogativo grande come una voragine, riguardo un’economia fortemente liberale e competitiva come quella d’oltre oceano e dove inizino e dove terminino le responsabilità delle banche e degli istituti di credito.
Un uomo dall'apparenza mite, Tony Kiritsis, lo svedese Bill Skarsgård che per una volta si dimentica i ruoli che l'hanno reso celebre, da Pennywise a Eric Draven, nel remake del Corvo: The Crow - Il corvo (The Crow; 2024) ci offre lo spaccato di uno pseudo mostro dei giorni nostri, non quindi un clown che vive sotto terra o un giustiziere proveniente dall’oltretomba, ma un uomo che si sente truffato dal sistema e che mette nella canna di un fucile le proprie ragioni. Dall’altro lato un istituto bancario che non si vuole sentire accusato. Da segnalare nel ruolo di M.L Hall, proprietario della Meridian Mortgage Company, un Al Pacino mefistofelico, non incline ad accettare colpe o fornire scuse, nonostante dall’altro lato del fucile vi sia il figlio Richard. Nel mezzo una vicenda che divise l’opinione pubblica dell’epoca; da un lato chi applaudiva al sequestratore e dall’altro chi avrebbe voluto vederlo in carcere, con l’aggiunta di un DJ di una radio locale che su richiesta di Tony, funse da mediatore per il caso.
Presentato fuori concorso all'82° mostra del cinema di Venezia ma quasi del tutto ignorato dalla distribuzione in sala, l’idea di Van Sant è accattivante, formalmente ben realizzata, con una cura maniacale nella ricostruzione d’epoca, i tardi anni ‘70 e come risulta dalle immagini d’archivio in post-credit, consentendo a chi vede di potersi creare la propria opinione riguardo una vicenda poco nota e dispersa nella memoria collettiva, ma che mai come ora pare di strettissima attualità. Al tempo stesso però la resa è lenta, macchinosa, verbosa, appoggiandosi esclusivamente sulle spalle di Skarsgård, che è aiutato esclusivamente dalla propria capacità di stare in scena e da un eterno monologo a voce alta.
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