La prima cosa che si può dire, senza temere troppe smentite, è che Dust Bunny è un film coraggioso, capace di operare scelte insolite — e spesso considerate azzardate — nel panorama del cinema contemporaneo.
Un film d’azione che si apre con circa venticinque minuti praticamente privi di dialogo rappresenta già una prima anomalia significativa. Ma non è l’unica. La narrazione gioca costantemente, dal primo fotogramma fino al “the end”, sull’ambiguità tra realtà e finzione, tra veglia e sogno, tra razionalità adulta e immaginazione infantile.
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La prima cosa che si può dire, senza temere troppe smentite, è che Dust Bunny è un film coraggioso, capace di operare scelte insolite — e spesso considerate azzardate — nel panorama del cinema contemporaneo.
Un film d’azione che si apre con circa venticinque minuti praticamente privi di dialogo rappresenta già una prima anomalia significativa. Ma non è l’unica. La narrazione gioca costantemente, dal primo fotogramma fino al “the end”, sull’ambiguità tra realtà e finzione, tra veglia e sogno, tra razionalità adulta e immaginazione infantile. Il risultato è uno spaesamento continuo dello spettatore, che a tratti si trova privo di punti di riferimento solidi.
Altrettanto destabilizzante è l’universo visivo immaginato da Bryan Fuller. Visioni solo apparentemente oniriche, colori sgargianti, personaggi che si mimetizzano nella scenografia fino a confondersi con essa: tutto contribuisce a creare un mondo sospeso, una sorta di fiaba horror che convive, in modo quasi paradossale, con una struttura da film d’azione alla John Wick.
Diversi critici hanno proposto paragoni inevitabili: c’è chi richiama Léon (il sospetto è che il film ne sia una citazione più o meno evidente) accostandolo poi all’immaginario di Roald Dahl, a un film di Tim Burton o a una fiaba dei fratelli Grimm. Le coordinate cambiano a seconda del critico e dell'accostamento scelto al film di Besson, ma il tentativo è sempre lo stesso: trovare un riferimento che aiuti a orientarsi in un’opera volutamente sfuggente.
Dust Bunny è, in definitiva, un film impegnativo. Mescola registri diversi, accumula citazioni e richiede allo spettatore uno sforzo di sospensione dell’incredulità superiore alla media.
Sostenuto da un cast di grande livello — con la coppia Mads Mikkelsen–Sloan particolarmente efficace e una Sigourney Weaver come sempre impeccabile — il film si rivela una sorpresa continua, soprattutto sul piano visivo.
Sul versante narrativo, invece, emergono alcune frizioni: il tentativo di intrecciare una storia di gang e sicari con un universo popolato da streghe e mostri, sovrapposto a un'overdose sempre sfiorata di effetti visivi a tratti persino barocchi, finisce talvolta per appesantire la visione, creando una tensione non sempre risolta tra ambizione estetica e originalità del racconto.
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